Perché occupare le terre 

di Antonio Cattaruzza e Giovanni Pandolfini - Incontro con Mimmo Perrotta

 

Perché occupare le terre?
Antonio Il neoliberismo capitalista si è evoluto in quello che oggi viene chiamato estrattivismo, cioè la ricchezza non si produce più dalla produzione materiale di qualcosa, ma è la sottrazione alla ricchezza di qualcuno, cioè la sottrazione dell’acqua, delle terre, dell’energia, di un determinato tipo di socialità, di rapporti sociali, e questo paradigma funziona qua come funziona da tutte le altre parti del mondo. Questo ha portato a una crisi ambientale enorme. Nel nostro caso io non parlerei tanto di occupazione, parlerei di riappropriazione della terra e di redistribuzione. La questione non è solo praticare il “ritorno alla terra”, di cui parlano tanto i media, ma del principio che questa terra è nostra, di tutti e tutte, e noi intanto ce la riprendiamo.

Giovanni Partendo dalla base, l’essere umano e tutti gli altri esseri viventi hanno bisogno dell’aria, dell’acqua e del cibo. L’acqua l’hanno già in qualche maniera sistemata; l’aria è più problematica per la sua natura; per il cibo, invece, già da tanto tempo ne è impedito l’accesso diretto, perché è negato o difficile l’accesso alla terra a quanti non sono ricchi possidenti o figli di imprenditori agricoli. Nel nostro percorso mettiamo in discussione un sistema in cui per accedere al cibo devi per forza procurarti un lavoro che ti può procurare del denaro per poterti andare a comprare il cibo che ti serve. Fare il contadino non è scegliere una professione, è scegliere un modo di vita diverso, che è il rapporto diretto con la produzione del cibo e il proprio sostentamento. Poi si crea anche una piccola produzione che può essere un surplus commercializzato e arricchire la comunità e può servire anche a comprarti un qualcosa che te non hai, in un’ottica di piccola scala.

 

Come occupare le terre
Giovanni Io ho visto nascere l’idea di Mondeggi Fattoria senza padroni dentro alla campagna Terra Bene Comune nel movimento Genuino Clandestino, di opposizione alla vendita delle terre pubbliche, dietro Salva Italia del governo Monti, che dava mandato di privatizzare le terre pubbliche per far cassa, a fronte del debito pubblico. A Firenze, nei mercati contadini che facciamo, mettemmo dei fogli spiegando in tre parole quello che si fa: “siamo un gruppo di contadini, facciamo resistenza e ci vogliamo opporre alla svendita, e se c’è qualcuno interessato a coltivare o a intraprendere una vita contadina, chiediamo di lasciare il proprio nome e si faranno delle assemblee per cercare insieme delle strategie di opposizione, per vedere se tutti insieme si riesce anche a trovare delle situazioni in cui iniziare o sostenere questi percorsi”. Si sono iscritti una decina di persone: “Io voglio mettere le capre”, “Io cercavo per far dell’orto”... Con l’occasione abbiamo conosciuto il collettivo di agraria dell’università di Firenze; erano un gruppo di ragazzi che si stavano laureando oppure erano già laureati e dicevano: “Qual è la nostra prospettiva? Quella di andare a vender fitofarmaci o lavorare salariati”. Di lì si è iniziato a fare delle assemblee molto partecipate. Una persona disse: “C’è un’azienda di proprietà della provincia, che sta qui a 10 chilometri da Firenze, nel comune di Bagno a Ripoli, che è abbandonata da sette anni, sono 200 ettari”. Sicché tutti quanti si alzò le antenne e si andò a vedere questo posto. Un posto alle porte di Firenze, bellissimo, ma in stato pietoso, perché gli olivi da sette anni non venivano potati, c’era tutto rovi, macchie ovunque, case coloniche abbandonate. Si iniziò a conoscere il posto, a girarlo, a camminarlo. Poi si iniziò col fare un orto, e si iniziò un percorso come Comitato, di relazione con la proprietà, con la provincia. La risposta fu subito negativa. Con processi molto lenti, assembleari, è nato un gruppo, è nata una comunità, è nata un’assemblea vera, che discute, è nata la Carta dei princìpi. Dopo un anno è venuto fuori il presidio.

Antonio Io sono arrivato dopo un anno che esisteva il presidio permanente di Mondeggi, quando già era stata occupata la prima casa e si occupò la seconda, erano avviati alcuni progetti, si partiva con recuperare una grande fetta della parte dell’oliveto. Oltre allo svilupparsi di tutti i progetti agricoli attraverso dinamiche di autogestione, c’è un aspetto della vita che è quello comunitario, condividere con tante persone il livello politico, lavorativo, relazionale. Processi molto lunghi che portano a una consapevolezza diversa di ciò che si fa, con persone con provenienze molto diverse, che si contaminano tra loro. Ci sono anche forti scontri e punti di vista differenti su come si vuole affrontare il domani. Oggi siamo sul piano della resistenza, dobbiamo resistere per esistere.
Giovanni Ogni tanto ci viene chiesto nelle assemblee pubbliche che stiamo facendo nelle case del popolo intorno a Mondeggi o nei movimenti: “ma come si può aiutare Mondeggi?”. La cosa migliore che può fare un collettivo o un gruppo che si interessa alla vicenda di Mondeggi o per appoggiare e sostenere Mondeggi è quella di cercare in tutti i modi di ricrearne un’altra, cioè di incominciare a guardare ognuno nel proprio territorio se c’è una situazione analoga, una terra di un ente pubblico o di un privato, in abbandono, e allora creare un gruppo o un collettivo unito che ha voglia di iniziare un percorso di contadinanza con questi principi. Elaboriamo insieme delle strategie. Andare a cercare un po’ di paglia, un po’ di legna asciutta, e accendere il fuoco da qualche parte, ecco, bisogna trovare il modo di farlo.

 

Comunità, autonomia, agroecologia
Antonio Il progetto MoTA, “Mondeggi Terreni Autogestiti”, è il cuore pulsante della comunità di Mondeggi, quello su cui si è evoluta, anche in termini di partecipazione: persone singole, famiglie, collettivi, gruppi di amici hanno preso in gestione un pezzo di quella terra, orto, oliveto o altro, e la gestiscono insieme. A oggi, 4.000 degli oltre 10.000 olivi di Mondeggi vengono gestiti attraverso queste parcelle, 35 per uno, che vengono lavorate da ciascuno di questi gruppi, poi viene fatta una raccolta condivisa e viene ridistribuito l’olio. Oltre al punto di vista alimentare, del recupero delle terre e dell’agricoltura contadina, tra le parole chiave che mettiamo al centro ci sono comunità e autonomia: l’autonomia non è solo quella alimentare, espandere i margini dell’autonomia significa per esempio anche un progetto di salute attraverso l’erboristeria, un progetto di condivisione del sapere e di educazione attraverso la scuola contadina. Lungo il percorso di Mondeggi abbiamo potuto constatare come ci sia una disillusione, un allontanamento rispetto alla politica istituzionale, che però viene semplicemente rigettata senza una critica consapevole e concreta: le persone che si sono avvicinate a Mondeggi hanno visto un processo decisionale diverso, in cui l’autogoverno della comunità si basa su assemblee in cui il metodo è quello del consenso, un contesto in cui si mette tutto in discussione e tutto è da costruire insieme, facendo in base a quanto si può e quanto si vuole dare. Queste forme di autogestione favoriscono anche il contenimento del fascismo, dell’ignoranza. Mondeggi è un laboratorio politico, sociale, agricolo, di sperimentazione. Noi non si dice: “Siamo arrivati, abbiamo fatto l’orto, abbiamo messo le arnie e si finisce qua…”. Per tutti quanti è importante avere degli spazi di autonomia come questo.

Giovanni Questi sono i principi dell’agroecologia, non l’agroecologia accademica, ma quella che si è sviluppata principalmente in Sud America. L’agroecologia che mette i processi di emancipazione del sociale al pari di qualsiasi altra tecnica agronomica. Non può esistere un prodotto pulito, sano, se non c’è una condizione sociale dietro che lo sostiene. Una condizione di autonomia, di autodeterminazione, di sovranità deve essere riferita non solo al cibo, ma anche al complesso delle relazioni sociali. Se non c’è giustizia, non ci può essere cibo sano. È un’espressione anche dell’esigenza del territorio. Le persone che hanno iniziato a seguire il progetto MoTA non facevano parte di movimenti, non erano politicizzati. Molti sono anziani del territorio o sono persone normali che hanno ancora la propria attività e hanno visto la possibilità di soddisfare in parte i propri bisogni alimentari producendosi una parte dell’olio o degli ortaggi. E lo fanno in un modo che soddisfa un altro bisogno grosso che ha la gente, e di cui magari non si accorge, quello della socialità. Il progetto MoTA ha avuto un grande successo perché è diventato un progetto di socialità importante, dove le persone non solo hanno avuto l’assegnazione della parcella, ma sviluppano dinamiche di vita in comune, di condivisione del lavoro, delle problematiche, della voglia di stare insieme, di partecipazione alle assemblee.

 

Il rapporto con le istituzioni locali
Antonio La frase più ripetuta dalle istituzioni è: “voi siete illegali, questa è una proprietà della Città metropolitana”. Ora, questa è una proprietà pubblica, ma loro utilizzano un concetto privatistico applicato a qualcosa che è di tutti. Una cosa che ci dicono spesso è: “ma che diritto avete in più voi rispetto a un qualsiasi cittadino che mi dice ‘io ho mille euro, lo compro’”. A loro sembra non venga in mente che tutti abbiamo diritto a utilizzare questa terra rispetto alle regole che ci diamo insieme. Ci interessa questo pezzo di terra, facciamo parte di una comunità, capiamo come gestirlo insieme.

Giovanni Alcuni giorni fa siamo andati nel palazzo della Città metropolitana a sentire un confronto tra le Commissioni consiliari per l’agricoltura della Città metropolitana e del comune di Bagno a Ripoli, sulla questione del futuro di Mondeggi, che era stata convocata per discutere sulle manifestazioni di interesse presentate per l’eventuale acquisto della tenuta da parte di privati. Da un lato, ci siamo resi conto che non sanno da che parte sbattere la testa: Mondeggi è una proprietà complicata, perché ha degli edifici storici, delle case coloniche di pregio, che se loro in qualche maniera fanno deperire producono un danno erariale, quindi hanno paura della verifica della Corte dei Conti. Siccome non hanno fondi, l’unica cosa che possono fare è metterla in vendita, così intanto sistemano il bilancio, e poi si parano dal punto di vista del danno erariale. Siccome ci sono tutta una serie di vincoli, è molto difficile che riescano a venderla su due piedi, ma nello stesso tempo non vogliono, anche se potrebbero, riconoscere il percorso resistente della nostra esperienza, perché secondo loro si parte da una posizione di illegalità, con l’occupazione. Dall’altro lato, abbiamo visto l’incomunicabilità tra i due mondi: questi ragionano da burocrati, da tecnocrati; i valori che per noi sono importanti – la socialità, l’agroecologia, la conservazione della fertilità della terra – per loro non contano niente. Per loro è molto più importante tutto l’impianto burocratico della cosa. Ci chiedono di autosgomberarci, di costituirci in un ente formale e iniziare l’iter della presentazione di un progetto, un percorso che ovviamente andrebbe verso le vie clientelari della spartizione solite della politica. L’unica cosa che possiamo fare è cercare di resistere, rifugiati nella piega della loro incapacità. A oggi non sono capaci di buttarci fuori per il semplice motivo che abbiamo legittimità, sarebbe per loro un costo politico troppo grosso, perché ormai Mondeggi è diventata un’esperienza abbastanza conosciuta e riconosciuta. E loro non hanno nessun compratore nell’immediato per giustificare uno sgombero. In questa piega noi si cerca di costruire un percorso, allargando consensi. Mondeggi è un richiamo, un incitamento all’azione diretta della gente.

 

Presidianti e custodi di un bene comune
Giovanni La riconoscibilità giuridica della nostra comunità deriva dal fatto che ci siamo dati un autogoverno, scritto, di una comunità aperta a tutti, con un documento di “Dichiarazione di gestione civica di un bene comune”. Il fatto che la terra sia un bene comune può sembrare una contraddizione: si tratta di un bene fisico e spesso i contadini desiderano la privatizzazione del proprio pezzetto di terra. Nella nostra Dichiarazione ci siamo chiesti – attraverso ore e ore di assemblee e discussioni – cosa voglia dire che la terra è un bene comune e abbiamo cercato di tradurlo sulla carta, per assumere un linguaggio giuridicamente riconoscibile. La questione è quella dell’agroecologia: è necessario preservare la terra. Un contadino che vive tanto la può utilizzare per settant’anni, che sono niente in confronto ai milioni di anni che può vivere la terra. Il contadino riceve da una comunità un mandato a usare quella terra, ma anche a conservarla e, se possibile, a restituirla migliore di come l’ha ricevuta. Un mandato che può essere tolto in qualsiasi momento in cui tu fai delle azioni che non sono buone per la vitalità della terra. Riportare al centro il problema della vitalità e della fertilità significa concepire la terra come bene comune. Un tema cui oggi raramente si pensa, nel mezzo del disastro ambientale in cui ci troviamo.

Antonio Oggi siamo una ventina di “presidianti” e trecento “custodi” di questo bene comune. I “presidianti” cercano da un lato di mandare avanti i progetti agricoli che ci sono a Mondeggi, attraverso forme di lavoro collettivo, e dall’altro lato di mantenere il contatto con le persone che si sono accostate a Mondeggi e con cui nel corso del tempo si è costruita una forte rete di relazioni. I “custodi” custodiscono il bene comune attraverso la cura di una particella; e poi partecipano all’organizzazione, all’assemblea, alla vita politica, alle iniziative pubbliche. Il fatto che dichiarazioni di questo tipo fossero state elaborate già in spazi sociali urbani come a Napoli e a Palermo ci ha aiutato, perché non avevamo mai affrontato un discorso di questo tipo, né avevamo le competenze per formularlo. Ma poi ne abbiamo discusso molto, perché lì ci sono scritte le regole del nostro autogoverno e dovevamo elaborarle noi. In alcuni casi, come a Napoli, una dichiarazione di questo tipo è stata riconosciuta dall’amministrazione comunale. L’altro piano è la legittimità e il consenso che tu crei sul territorio, e quello a Mondeggi è stato ed è creato attraverso tantissime iniziative agricole, politiche, sociali, ludiche. Se nel nostro percorso di riappropriazione della terra collettiva da 40 particelle di olivi del primo anno oggi siamo a 150 è anche perché siamo scesi in città, abbiamo fatto dei mercati, iniziative in tutte le parti d’Italia, in Brasile, in Messico, in Europa, nelle case del popolo del territorio, questo è il nostro lavoro politico. La dichiarazione di uso civico è uno strumento interessante nei termini in cui può essere riconosciuta, ma non è un obiettivo in sé.

 

Non è una questione di soldi
Antonio Mondeggi non è stata occupata per fare reddito. Una delle cose che ci sono state contestate è la concorrenza sleale, perché vendevamo l’olio, non paghiamo tasse, eccetera. Ma noi con le entrate che sono arrivate a Mondeggi abbiamo rimesso le strade, i tetti, le case, abbiamo avviato altri progetti, li abbiamo migliorati, abbiamo fatto dei laboratori, ingrandito il presidio. Se avessimo voluto puntare sul nostro sostentamento economico avremmo seguito solo quello che sul territorio porta guadagno, olivi e vigna ed è finita lì. Invece si è avviato una decina di progetti agricoli, dall’erboristeria alla birrificazione all’apicoltura, all’orto, anche per avere una possibilità di alimentarci più ampia. Questo non permette ancora un sostentamento economico, quindi ciascuno di noi ha anche piccoli lavoretti esterni, chi più chi meno, a seconda appunto delle esigenze, delle possibilità di ciascuno e ciascuna. Ma esistono già delle forme alternative al sistema di scambio dominante basato sul denaro: si scambiano attrezzi, ci si dà una mano con il lavoro, queste dinamiche nelle comunità soprattutto contadine esistono moltissimo. Ci ritroviamo ogni volta che c’è bisogno di andare a dare una mano a qualcuno, a fare le buche per il frutteto, a opporsi a uno sfratto in montagna. Ma le entrate servono al mantenimento di questo posto e del presidio e quindi noi non lo chiamiamo reddito o autoreddito.

Giovanni Non si fa il contadino scegliendo una professione, come un lavoro, ma uno sceglie un modo di vita. Io ho un’azienda contadina a una mezz’oretta da Mondeggi, dal 1986, e cerco di diminuire al massimo la differenza tra lavoro e non lavoro. Io non ho un orario di lavoro, perché il mio lavoro è la mia vita. Ho degli animali, ho l’orto, ho dei semi, ho le piante da potare, c’è tutta una scansione del tempo dettata dalle esigenze della natura; per il resto io nei limiti del possibile organizzo il mio tempo per come ho in quel momento l’inclinazione di fare e se son stanco mi metto a sedere

 

La scuola contadina e il teatro contadino libertario
Antonio La scuola contadina esiste da tre anni. Organizziamo corsi che riguardano tutte le attività che svolgiamo a Mondeggi, in campo agricolo e non solo. Sono corsi liberi gratuiti autogestiti, e cerchiamo di attivare percorsi di formazione attraverso non l’utilizzo di tecnici professionisti del settore che vengano semplicemente a impartire lezioni, ma tutta la rete di persone che abbiamo costruito intorno a noi durante questi anni, contadini agronomi professori che portano il loro contributo. Ad oggi sono diventati dieci corsi, in collaborazione anche con il collettivo di agraria, infatti quest’anno alcune lezioni si terranno all’interno della Facoltà di agraria di Firenze. È una delle iniziative più partecipate, con la quale riusciamo a incontrare persone nuove. Molte persone che arrivano sono giovani che non hanno magari competenze ma hanno interesse nell’avviare dei percorsi di accesso alla terra. È anche una dimostrazione di come senza fondi, senza progetti, senza finanziamenti, si può comunque diffondere il sapere in maniera gratuita e soddisfacente. Lo consideriamo come servizio alla comunità, al pari di fare le strade, di rifare il tetto.

Giovanni Il teatro contadino nasce sette anni fa, un paio d’anni prima di Mondeggi. Siamo in tre, tutti e tre contadini, e ci si vedeva nei mercati, nei momenti delle assemblee pubbliche, dell’organizzazione della resistenza. Siccome tutti e tre si proveniva da esperienze teatrali nostre – io ad esempio faccio teatro da una quindicina d’anni – abbiamo deciso di utilizzare questo strumento comunicativo del teatro per portare nelle piazze, in spazi quasi mai teatrali, questa nostra forma espressiva, sulle nostre tematiche, le tematiche della terra, della resistenza. E piano piano, seguendo gli appuntamenti pubblici della nascita e della crescita di Mondeggi, è diventato un po’ il Teatro Contadino Libertario di Mondeggi.


Articolo pubblicato sul numero 50 – Aprile 2018 – della rivista “Gli Asini” (che ringraziamo per aver permesso la ripubblicazione)
http://gliasinirivista.org/2018/04/perche-occupare-le-terre/


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