Difendere il mutualismo. Difendersi con il mutualismo. 

In vista dell’incontro nazionale di Furimercato-Autogestione in movimento, un contributo personale alla discussione, a partire da qualche fatto di queste settimane

Piero Maestri

 

“La proprietà privata è sacra” Così tweetta il ministro dell'interno Matteo Salvini per lanciare la direttiva del suo ministero in materia di sgomberi. La circolare in questione è quasi esclusivamente dedicata alle occupazioni abitative e fornisce una serie di indicazioni per procedere celermente agli sgomberi, scaricando sui comuni eventuali necessari interventi sociali per rimediare alla propaganda governativa.
Questo non toglie che, soprattutto nei commenti del ministro stesso e dei suoi seguaci di varie parti politiche, si apre una stagione pesante per gli spazi sociali basati sulla riappropriazione di beni abbandonati, pubblici o privati.
Sembra averlo colto con chiarezza anche Adriano Sofri (guarda chi ti andiamo a citare....), quando su "il Foglio" (sic!) scrive "... viene da immaginare (anch’io sono sospettoso) che i centri sociali diventino il prossimo bersaglio del governo e di polizie mutate in servizio d’ordine salvinista. Le recenti provocanti disposizioni sugli sgomberi, difficili da intendere in un governo nuovo e da immaginare cauto di fronte allo scontro sociale, ne sono un possibile prodromo. Se succedesse – il governo nuovo avrà, oltre alla voglia matta di infierire sui renitenti alla sua vastissima coscrizione, un bisogno di trovare continui diversivi e pericoli – i centri sociali saranno tanto più vulnerabili quanto più isolati: sia detto per loro e per gli altri."
Sofri mette al centro della discussione qualcosa che, nei nostri termini, potremmo definire la necessità di "difendere il mutualismo", o almeno le esperienze di socialità politica alternativa.

L'organizzazione Fuorimercato – Autogestione in movimento che si sta costruendo ha messo al centro della propria riflessione e delle proprie pratiche proprio questo contenuto, a partire dalla scrittura in progress del Manifesto per i diritti del mutualismo, che continuerà nell'assemblea nazionale del 28/30 settembre alla fabbrica recuperata Rimaflow.
Vorrei esprimere alcune considerazioni su questo tema, a partire da vicende a cui assistiamo in queste settimane: Parlo della vicenda Rimaflow, ovviamente, sotto attacco non solo per l'inchiesta sul traffico di rifiuti che ha portato in carcere Massimo Lettieri, ma anche per l'affondo della proprietà dello stabile che cerca di approfittare di quell'indagine per provare a sloggiare lavoratrici e lavoratori che hanno difeso quel bene, trasformandolo in luogo aperto e pieno di iniziative e lavoro. Possiamo ancora citare l'odissea delle famiglie organizzate con Aldo dice 26x1 a Milano, che sono state fatte allomntanare dallo stabile recuperato a Milano – dopo aver funzionato per anni anche come risposta all'emergenza abitativa che nessuna istituzione era (è) in grado o ha volonta di risolvere - e poi ancora sgomberati a Sesto San Giovanni, dallo stesso stabile lasciato due anni prima e lasciato nelle stesse condizioni in cui si trovava al momento del loro sgombero; e infine nuovamente occupanti di una delle tanti "torri" della famiglia Ligresti, monumenti alle speculazioni meneghine degli anni '80/90.
E ancora possiamo citare la vicenda di Macao, che è in vista di un prossimo sgombero "soft" (come annunciato dalla giunta di Milano) affinché quella struttura possa essere messa a valore e venduta dal Comune per fare cassa. Mentre il Lambretta è stato sgomberato per l’ennesima volta in piena estate. E intanto Ri-make deve difendere la prpria presenza nell'ex liceo abbandonato nel quale si trova, rilanciando attraverso una proposta di gestione sociale e recupero.

Sono solo alcuni esempi milanesi di una condizione che in ogni regione e provincia ne conta parecchi altri. Cosa hanno in comune queste esperienze – e le molte altre che esistono nel nostro paese e in Europa - e la situazione nella quele si trovano?
A mio avviso possiamo sottolinearne tre: in primo luogo sono spazi recuperati nei quali, in maniera differente e su piani diversi, riappropriazione sociale, autogestione e forme di mutualismo sono allo stesso tempo strumenti del conflitto e sperimentazioni di alternative concrete, che agiscano sulle condizioni materiali dei soggetti che ne sono attori; in secondo luogo, sono esperienze che non si sottraggono dalle relazioni sociali, ma cercano di praticare il conflitto sociale attraverso sia la costruzione di relazioni altre che attraverso lo scontro e la sfida alle istituzioni affinché affrontino le questioni da cui nascono queste realtà e quello che propongono quotidianamente; in ultimo, queste esperienze cercano di porre la questione dei beni comuni, o beni sociali, provando a spezzare la coazione a ripetere neoliberale che semplicemente considera gli spazi vuoti come luoghi di cui disfarsi o da valorizzare per fare cassa (o semplicemente essere messe a bilancio), per destinarle ad un mercato che spesso non sa nemmeno cosa farsene.

Di fronte ai pericoli in cui si trovano queste esperienze, cosa possiamo mettere in campo? Anche in questo caso mi limito ad alcune considerazioni, basate più sull'esperienza diretta che non su una riflessione teorica compiuta.
Prima di tutto è chiaro che dobbiamo fare tutto quello che è in nostro potere per difendere l'esistenza di questi spazi, non perchè "nostri", ma perché rappresentano luochi aperti, spazi comuni nei quali sperimentare relazioni sociali sottratte al mercato e contro questo. Difenderli nella consapevolezza comune che nessuno spazio deve essere abbandonato a sé stesso, che nessuna esperienza deve trovarsi sola. Il successo della campagna di solidarietà/sostegno e il calore che sta ricevendo Rimaflow è molto importante in questo senso.
In secondo luogo, è sempre più evidente che tutte queste esperienze devono darsi e raggiungere maggiori garanzie di stabilità e prospettive di sviluppo – senza sperare di vivere grazie a sostegni istituzionali o comunque esterni. Non è più possibile sopravvivere senza una politica di autofinanziamento, di produzioni e scambio che possano garantire reddito e nuove forme di lavoro cooperativo e autogestito. Questo significa, se lo vediamo alla luce di quanto detto prima, che devono essere previste casse di mutuo soccorso funzionanti e sempre più allargate, così che nessuno debba chiudere esperienze innovative per la temporanea mancanza di risorse, magari in seguito a operazioni esterne (anche in questo caso possimo guardare alla Rimaflow, a cui è stato bloccato il conto corrente e nonostante questo deve essere difesa e fatta vivere).
In ultimo, ed è la sfida che si trova di fronte Fuorimercato, è necessario organizzare il mutualismo, aumentare i nodi della rete di scambio e reciproco sostegno e rafforzamento. Darsi un'organizzazione non significa pensare al "partito del mutualismo" (Marx ce ne scampi!!!), ma ad uno strumento democratico che faccia funzionare lo scambio culturale e di auto-produzioni, che si dia momenti di formazione e campagne politico-sociali per sostenere i punti alti del conflitto.

In una parola, la rete del mutualismo e dell'autogestione ha bisogno di una forte autonomia politica e culturale, da un lato garantendosi da qualsiasi titpo di opportunismo politico-istituzionale o di essere considerati come l'ancella della "politica seria"; dall'altro aumentando le occasioni di riflessione, di scambio culturale, di formazione politica e pratica, imparando dalle esperienze reciproche e provando a rimettere in circolo un pensiero dell'alternetiva.
Tutto questo non mostra in alcun modo un disinteresse un po' snob verso le sfide che vengono poste dalla fase politica e dalla presenza al governo di tradizioni politiche reazionarie e autoritarie, pensando di "salvarsi" attraverso la fuga e la costruzione di spazi "liberati": al contrario, garantire un buon funzionamento dell'autogestione e delle reti mutualistiche rafforza qualsiasi pratica di opposizione politica e sociale, allo stesso tempo provando a garntire spazi di ricovero alle vittime di queste politiche, siano esse migranti o rifugiate/, donne vittime delle violenza, lavoratrici e lavoratori precarizzati e messi ai margini da qualsiasi possibilità di lavoro e reddito. Senza questa pratica dell'alternativa non c'è alcuna opposizione utile, che non si fermi alla continua riproposione di strumenti organizzativi che nascono già moribondi.

 

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