Movimenti sociali in Spagna: quando la resistenza è l’alternativa

… “”A un certo punto, ci sarà il tempo per riflettere sul rapporto tra le cosiddette micro esperienze locali e i cambiamenti su macro-scala che si verificano attraverso i partiti di nuovo tipo (come Podemos e le liste civiche, Ahora Madrid, Barcelona en Comú e tante altre) e le grandi mobilitazioni, le cosiddette Mareas. Tra gli attivisti si va affermando la convinzione che non si tratta di una cosa e dell’altra, bensì di una qualche forma di feedback tra entrambe le modalità che permette di rafforzare, contemporaneamente, sia il micro che il macro. Nessuno possiede formule ma, di voglia di cambiare, ce n’è a profusione””… (da Programa de las Americas, tradotto da Daniela Cavallo per Comune.info)

di Raul Zibechi 

 

Il 15M ha cambiato il volto della Spagna. Al di sotto dei nuovi partiti elettorali, che hanno modificato i rapporti di forza parlamentari, regionali e comunali, i cambiamenti che i movimenti sociali stanno promuovendo sono tanto potenti come quelli che incarna Podemos, sebbene abbiano molta meno visibilità.

“Questo mi ricorda quello che abbiamo vissuto là”, dice Fabricio, un argentino che faceva parte del piquetero Frente Popular Darío Santillán e che adesso vive con la sua compagna e suo figlio a Errekaleor, alla periferia di Gasteiz/Vitoria. È che le crisi sembrano risvegliare la creatività degli esseri umani, sulla base di tradizioni recuperate rovistando nella memoria comunitaria, comune alla specie.

Quello che entusiasma Fabricio è la capacità di ricreare la vita nelle zone emarginate della società, con iniziative abitative, di cultura e di produzione simili a quelle che ha conosciuto nella sua giovinezza nella prima cintura sub-urbana di Buenos Aires. Nello Stato spagnolo abbondano questo tipo di iniziative che sono sorte per mano dei movimenti sociali sotto l’impulso della disoccupazione e della precarizzazione del lavoro. Si possono vedere in quasi tutte le periferie urbane, dagli orti comunitari dei villaggi che circondano Valencia fino alle città basche, della Galizia e dell’Asturia, passando per Madrid e la steppa castigliana.

Le iniziative dei movimenti spagnoli hanno alcune caratteristiche in comune con quelle che avevano i piqueteros e che conservano i senza terra e gli indigeni: forse il più importante è il radicamento territoriale delle resistenze, che permette la creazione di forme di vita alternativa in spazi di formazione autogestiti. Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza la crisi; ma, come dappertutto, la grande sfida è se resisteranno qualora le cose migliorino, anche se per adesso nulla indica che possa accadere.

Le tre esperienze sociali che vengono descritte qui sotto, sono figlie del 15M, sebbene alcune siano nate molto prima di allora. Sono state le acampadas di massa nelle piazze, a partire dalla presa di Puerta del Sol nel marzo 2011, quelle che hanno dato ai movimenti sociali l’impulso e gli obiettivi per uscire dalla marginalità e trasformarsi in alternative di vita e di dignità per centinaia di migliaia di spagnoli. L’occupazione di massa [della Puerta] del Sol, solo per citare il primo caso, non è stato solo il segnale di partenza ma soprattutto la dimostrazione del “Sí se puede” che si è fatto carne nei movimenti sociali. È stato il passaggio dall’impotenza all’azione, dalla qualità di spettatori a quella di protagonisti. È stato, insomma, l’inizio di una svolta nella cultura politica che si era instaurata durante la transizione, dopo la morte di Franco nel 1975.

 

Un prete con un quartiere


Si chiama Emiliano Tapia ed è arrivato alla Parrocchia di Santa María Nazaret un primo di maggio di 22 anni fa. Ha scelto il quartiere più emarginato della turistica Salamanca, per realizzare i suoi sogni cristiani di lavorare con i più poveri, non per carità ma per imparare assieme. [Nel quartiere] Buenos Aires, a quattro chilometri dal centro, ci sono 350 abitazioni in edifici di quattro piani che ospitano 1500 persone. Un quartiere che è sorto nel 1983 per accogliere famiglie in situazione di emarginazione.

Dopo più di due decenni, le cose sono peggiorate. All’isolamento urbano si devono aggiungere la disoccupazione e la precarietà, l’abbandono delle infrastrutture, il traffico di droga e i conflitti di convivenza, in un quartiere dove i due terzi degli abitanti sono gitani. Insomma, un ghetto. “Quartieri senza ritorno”, li definisce padre Emiliano, che si impegna nel “sostenere il processo per dare dignità alla vita”. Forse è perché si ostina a guardare avanti che, tra tutti i problemi, sottolinea l’enorme dispersione scolastica. Emiliano assicura che “a partire dai 12 anni, il fallimento e l’assenteismo sono quasi totali tra i bambini e le bambine delle famiglie coinvolte nel traffico di droga”.

“Il potere si dilunga sui problemi ma non li risolve”, sostiene il prete “rosso”, com’è conosciuto in altre parti della penisola. Per affrontare problemi che non sono di adesso, negli anni Novanta ha esortato a creare la Asociación de Desarrollo Comunitario de Buenos Aires (Asdecoba, Associazione per lo Sviluppo Comunitario di Buenos Aires), che integra il lavoro del comitato di quartiere e dell’associazione delle donne.

Attraverso il gioco, fanno educazione di strada con i bambini e le bambine, ma riconoscono che i legami con la comunità gitana sono molto deboli. Una delle donne del folto gruppo che lavora in parrocchia, indica l’auto del prete piena di graffi sulla vernice, segno del rifiuto dei trafficanti di droga nei confronti di un sacerdote che li mette in discussione. In diverse occasioni lo hanno minacciato ma, per adesso, non si è mai arrivati all’aggressione diretta.

 


Ne abbiamo abbastanza! Un blocco autostradale a Salamanca

 

Il prete non è uomo di lamentele ma di azione. Sale sull’auto e si offre di farci vedere tutto quello che fanno, a partire da Asdecoba, per risolvere i problemi quotidiani. La prima tappa è nel quartiere stesso, dove funziona un catering che dà lavoro a 20 persone: poveri, ex detenuti e immigrati. Come parte di un accordo con il Comune, ogni giorno distribuiscono 300 pasti ad anziani che vivono soli e che non possono cucinare. Il catering, che si chiama Algo Nuevo[Qualcosa di Nuovo], è gestito dagli stessi lavoratori che percepiscono il medesimo reddito e mostrano orgogliosi una cucina industriale con moderne attrezzature che hanno comprato lavorando.

La seconda tappa, che si trova a diversi chilometri dal quartiere, è costituita daicampi ceduti dai vicini che non coltivano più la terra. Si tratta di cinque appezzamenti, per un totale di circa tre ettari, dove si coltivano ortaggi e di una grande serra da dove escono piantine e colture invernali. Lo scorso anno hanno raccolto 24 tonnellate di patate e quest’anno aprono un piccolo laboratorio per la trasformazione alimentare, dove lavoreranno quattro persone.

Un’ex suora, con incredibile tenacia e con un annaffiatoio, irriga le piante di lattuga appena trapiantate. Più in là, dove diversi lavoratori si danno da fare, ci sono cavoli, fagioli, cipolle, bietole e aglio. “Coltiviamo senza prodotti chimici ma rifiuto di indicare che sono prodotti biologici perché sembrerebbe che siano per i ricchi. Sono quelli che usano prodotti chimici che dovrebbero mettere la loro etichetta”, dice Emiliano con tono energico e sereno.

Tra tutte le attività si possono contare quasi cento persone che sono riuscite a tirarsi fuori dalle grinfie del traffico di droga, dalle carceri e dalla povertà senza dignità. A un certo punto hanno bloccato l’autostrada chiedendo soluzioni che non arrivano: un fatto che dimostra che sono credenti devoti ma non hanno alcuna fiducia nel fatto che dio possa risolvere i problemi terreni. Appartengono a un collettivo statale di nome Baladre, che si definisce come “coordinamento delle lotte contro la disoccupazione, l’impoverimento e l’esclusione sociale”.

 


Foto noticiasdealava

 

Un quartiere autogestito


I giovani che occupano Errekaleor sanno che è il più grande quartiere autogestito della Spagna. Errekaleor Bizirik, Errekaleor Vivo, è lo slogan che tre anni fa li ha spinti a recuperare un vasto spazio, sorto negli anni ’50 per accogliere i contadini che giungevano per lavorare nella fiorente industria della provincia di Alava.

Sono 192 abitazioni condominiali che nei momenti di massimo sviluppo hanno dato alloggio a 1200 persone, “nella periferia della periferia della città”, come spiega uno dei testi del quartiere. È circondato da campi e da una grande imprenditoria urbanistica che è rimasta vuota quando è scoppiata la bolla immobiliare. Il Comune di Vitoria ha iniziato a spostare i vecchi abitanti in altri quartieri con l’obiettivo di demolire tutti i condomini, perché Errekaleor è situato ai margini dell’espansione delle grandi società immobiliari.

Il quartiere era semi-abbandonato quando, nel settembre del 2013, un gruppo di studenti ha preso l’iniziativa di iniziare a ripopolarlo. Con i pochi residenti che ancora rimanevano, si sono accordati per occupare alcuni condomíni e hanno immediatamente riaperto il cinema e il frontón [parete per il gioco della pelota], hanno ristrutturato gli alloggi, hanno fatto un orto e hanno realizzato un vasto programma culturale, utilizzando la chiesa come centro giovanile per i concerti, uno dei mezzi con cui finanziano il progetto.

Tre anni dopo, nel quartiere ci sono già 120 persone. Hanno aperto un panificio e un pollaio perché lavorano per la sovranità alimentare. Hanno installato pannelli solari per raggiungere la sovranità energetica. Utopie capaci di entusiasmare molti abitanti di Vitoria che a decine visitano il quartiere autogestito. In ogni caso, è un modo per dissuadere il Municipio che ha cercato di forzare lo sgombero del quartiere man mano che il progetto stava crescendo e guadagnando simpatie in città.

 


A Ekkealor, senza luce ma con energia. Foto noticias de alava

 

Tempo fa, le autorità hanno tagliato l’erogazione della luce con la scusa che gli impianti fatiscenti avrebbero potuto provocare incidenti. I giovani hanno deciso di preparare i pasti nelle aree comuni che hanno l’elettricità e le utilizzano per pianificare le assemblee della domenica. Nel Comune contano sulla complicità del partito indipendentista Bildu. Agli inizi di maggio hanno aperto il quartiere alla città, hanno allestito un mercato popolare dove presentano i prodotti dell’orto e dei laboratori, hanno servito i pasti, hanno organizzato balli, aree di gioco per i bambini e hanno mostrato documentari.

Non è stato semplice spiegare a quelli che non sono militanti che si tratta di un progetto integrale, non solo abitativo. Un paio di residenti violenti sono stati espulsi dal quartiere, quando le loro compagne hanno accettato la proposta delle giovani donne di combattere la violenza maschilista. Le occupanti femministe hanno istituito un gruppo di sostegno per le donne maltrattate.

Ogni tanto i ragazzi realizzano un auzolan (in basco, lavoro collettivo) al quale partecipano persone provenienti da ogni parte dei Paesi Baschi. Collaborano nel dipingere i murales, nell’ampliamento dell’orto, nell’educazione alternativa o semplicemente nella pulizia del quartiere. I movimenti sociali sono schierati a sostegno dell’autogestione e sembrano allertati in caso di un possibile sgombero.

Jonbe Agirre, uno dei giovani studenti che partecipa fin dall’inizio, dice che “in un primo momento era un progetto strettamente legato ai giovani ma, con il tempo, abbiamo visto che qui possono vivere persone con i più diversi profili, se condividono i fondamenti del progetto”. Finora, le maggiori energie sono state spese per ristrutturare le abitazioni che, con scarse differenze, soffrono di un lungo processo di deterioramento a causa dell’abbandono e dell’umidità.

Esperienze simili avvengono ad altre latitudini spagnole. La Asamblea de Parad@s y Precari@s (Assemblea di Disoccupat* e Precari/e) della CGT di Valencia gestisce un ufficio per dare consulenze ai disoccupati sui loro diritti e un aiuto solidale in generi alimentari che hanno battezzato CAOS (Cesta Obrera Autogestionada y Solidaria, Cesta Operaia Autogestita e Solidale), che distribuisce alimenti donati da membri con impiego fisso, come modo per forgiare legami tra entrambi i settori. Un Guardaroba Solidale distribuisce vestiario a chi ne ha bisogno e un laboratorio tessile impiega tre persone dell’assemblea che lavorano con un macchinario industriale. Non percepiscono neanche un euro dal governo ed esibiscono con orgoglio lo slogan “Al posto della dipendenza dallo Stato, autonomia sociale”.

 

La scuola dei movimenti

L’autoformazione non è più patrimonio esclusivo dei movimenti sociali latinoamericani (se mai lo è stato). L’ultimo fine settimana di aprile, un centinaio di attivisti di collettivi di tutta la Spagna ha partecipato a tre giornate di dibattiti e di formazione, nei dintorni di Madrid. Per il secondo anno è stata in funzione laEscuela Social Ramón Fernández Durán, in omaggio a uno dei più carismatici militanti ecologisti e anticapitalisti.

La scuola è stata organizzata dal sindacato libertario CGT (Confederación General del Trabajo), da Ecologistas en Acción e da Baladre, tre collettivi che da alcuni anni lavorano insieme. Le due sessioni principali sono state dedicate alla riflessione sulle strategie, sulla base di due spunti: “Analisi della situazione attuale e degli scenari possibili tra 10-20 anni” e la domanda “Come mettere in relazione le strategie di presa delle istituzioni, dei movimenti sociali e della costruzione di alternative?”.

Gli esperti dei movimenti stessi avevano solo 15 minuti per sintetizzare le loro idee, evitando così lunghe disquisizioni. Dopo si è lavorato in gruppi con dinamiche proprie dell’educazione popolare, metodi di lavoro quasi identici a quelli applicati dai movimenti latinoamericani. Una delle discussioni più ricorrenti è stata su come accordare il lavoro nelle istituzioni con il rafforzamento dell’attività di strada, una cosa su cui si dibatte anche da noi in America Latina.

Ai dibattiti era presente Toni Valero della Koordinadora de kolectivos del Parque Alcosa, un quartiere dormitorio a 8 chilometri da Valencia. Come Errekaleor, Alcosa è sorto negli anni ’60 sotto l’impulso dello sviluppismo franchista, per dare alloggio alle ondate di immigrati dell’Andalusia e dell’ Estremadura che abbandonavano le zone rurali. Oggi ci vivono circa 10 mila persone con i nuovi immigrati ispanici e magrebini. Il Parque presenta tassi di disoccupazione che oscillano intorno al 40 per cento, il 70 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e manifesta elevati tassi di tossicodipendenza e di problemi di salute mentale, oltre a dispersione scolastica e analfabetismo funzionale.

 

Foto: koordinadorapark.blogspot.com

 

La Koordinadora raggruppa associazioni che lavorano su progetti sociali e culturali. Ci sono 14 iniziative di impiego sociale che hanno creato più di 140 posti di lavoro e per le quali sono passate più di 500 persone. Risalta la cooperativa sociale per la pulizia delle strade che è riuscita a vincere appalti comunali, battendo le imprese private. Hanno conseguito tutto con azioni audaci, occupazioni, presidi e scioperi della fame. Nel 2013 sono stati per più di un mese nella Acampada de la Paciencia Infinita [Presidio della Pazienza Infinita], un nome che ironizza sull’atteggiamento delle autorità.

Toni insegna il duro realismo della sua cultura operaia che lo porta a dire che la crisi è un racconto “Per continuare ad accumulare devono smettere di crescere e rubare ad altri, in un processo di concentrazione che non si ferma mai. Per questo non possiamo dire che il capitalismo è in crisi, il capitalismo è così: a momenti si espande e in altri si contrae, ma in entrambi i casi continua ad accumulare”.

Per i residenti di Parque Alcosa, tuttavia, la crisi in corso ha aggravato le condizioni di emarginazione che da sempre vivono. Sono 30 anni che il coordinamento del quartiere sta lavorando con situazioni di emarginazione dovute alla disoccupazione, che ora è cresciuta per la precarietà del lavoro, per i contratti a breve termine e per i miseri salari. Lavoratori che non possono organizzarsi sul posto di lavoro e che scelgono di farlo nei loro territori dove, malgrado la presenza della polizia, si sentono più sicuri e protetti dagli altri e dalle altre che soffrono la stessa situazione.

A un certo punto, ci sarà il tempo per riflettere sul rapporto tra le cosiddette micro esperienze locali e i cambiamenti su macro-scala che si verificano attraverso i partiti di nuovo tipo (come Podemos e le liste civiche, Ahora Madrid, Barcelona en Comú e tante altre) e le grandi mobilitazioni, le cosiddette Mareas. Tra gli attivisti si va affermando la convinzione che non si tratta di una cosa e dell’altra, bensì di una qualche forma di feedback tra entrambe le modalità che permette di rafforzare, contemporaneamente, sia il micro che il macro. Nessuno possiede formule ma, di voglia di cambiare, ce n’è a profusione.


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