27 marzo: occupiamo-ci del teatro

da www.barbeapapateatro.com
Ringraziamo la compagnia Barbe à Papa teatro per il contributo

Come era prevedibile - da tutti tranne che dal Ministro Dario Franceschini, evidentemente – nessun teatro riaprirà il 27 Marzo e, per il secondo anno consecutivo, la giornata mondiale dedicata al Teatro sarà un evento celebrato sugli articoli di giornale nella migliore delle ipotesi, in streaming nella peggiore.

Dario Franceschini, attento alla ricorrenza e quindi alla forma e non alla sostanza, ha scommesso irresponsabilmente su quella data lasciando noi operatori teatrali sbigottiti. L’annuncio, arrivato in risposta alla manifestazione del 23 febbraio, oltre a risultare poco credibile, lasciava intuire una cattiva organizzazione della riapertura: avrebbe riguardato solo le regioni che si sarebbero trovate in zona gialla e solo per il periodo di permanenza in tale fascia, e il pubblico presente in sala avrebbe coperto solo il 25% dei posti, con un tetto massimo di 200 persone. Quali regioni quindi avrebbero potuto riaprire? E per quanto tempo, visto i continui passaggi da una zona all’altra? Chi avrebbe coperto i costi di una riapertura certamente in perdita?

Nonostante le incertezze, la macchina si era rimessa in moto, specie quella del teatro pubblico: i teatri avevano riprogrammato l’ultimo scampolo di stagione, le compagnie erano state contattate, gli attori e le attrici pure, così come si erano rimesse a lavoro tutte le maestranze e le figure professionali che contribuiscono alla realizzazione di uno spettacolo teatrale. Dietro ogni singolo annuncio di riapertura c’è tanto lavoro di organizzazione, che evidentemente viene ignorato da chi guida questo paese, e non riguarda solo il settore culturale. Vedi, per esempio, la mancata riapertura degli impianti sciistici comunicata solo poche ore prima della apertura inizialmente prevista.

Inoltre, questo irresponsabile e capriccioso cambio di governo ha ritardato i nuovi sostegni economici che, nel caso dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo, non arrivano da dicembre dell’anno scorso. Tre mesi esatti. Non solo, i sostegni erogati riguardano sempre il passato e mai il futuro: i soldi arrivano sempre dopo e non si sa mai se e quando ne arriveranno altri. Eppure è evidente che, anche se i teatri riaprissero domani, il settore ne risentirà per almeno tutta la stagione 2021/22. Gli aiuti economici hanno valore solo se dati nel momento giusto non dopo mesi e mesi di attesa incerta.

In Francia – dove stanno messi molto meglio di noi in tema di sussidi e di diritti dei lavoratori - è in corso l’occupazione dei maggiori teatri della nazione. I lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo francesi denunciano non solo la chiusura dei luoghi della cultura, ma stanno creando una sorta di tribunale all’aperto (Agorà, questo il nome che hanno dato alle loro assemblee) che possa essere luogo di dibattiti, di rivendicazioni e di progettazione per un futuro sociale diverso, migliore, che riguardi più categorie lavorative, non solo il settore della cultura.

Si tratta di una protesta che ha obiettivi a lungo termine e che può tenere conto di una categoria numerosa, solidale e resistente. Per approfondire l’argomento, vi consigliamo l’articolo di Tommaso Zaccheo per Klp http://www.klpteatro.it/odeon-teatri-occupati-in-francia-da-dove-nasce-la-protesta

Questa, invece, è l’Italia:

Un paese in cui un senatore, Matteo Renzi, il cui partito ha percentuali di consensi da prefisso telefonico e che con nonchalance parla di rinascimento saudita con il principe di un paese che se ne infischia dei diritti umani, si permette lo sfizio di far cadere il governo.

Un paese in cui la politica, non sapendosi autogovernare, ha consegnato le chiavi di casa a un banchiere, Mario Draghi, e a un generale dell’esercito, Francesco Figliuolo.

Un paese che ha creato una maggioranza composta da partiti che dei propri ideali e programmi politici ne hanno fatto carta igienica. E non si dica che si tratta di un governo di emergenza o di unità nazionale, perché le premesse non sono quelle di un governo di emergenza che porterà ad elezioni democratiche non appena possibile, ma l’obiettivo, almeno sulla carta, è quello di arrivare a fine legislatura, il che rende tutto questo ancora più grottesco. Valori di destra e di sinistra, checché se ne dica, esistono e sono inconciliabili.

Questa classe politica trasmette insegnamenti nocivi. Insegna a non difendere gli ideali e che anzi gli ideali non hanno alcun valore; insegna a non credere nell’importanza del rispetto della cosa pubblica; insegna che nessuno pagherà mai per i propri errori.

I teatri sono chiusi da un anno. Per una reale riapertura è probabile che ci toccherà aspettare almeno altri sei mesi, se non molto di più. Quando parliamo di reale riapertura, intendiamo la possibilità di riaprire i teatri con le sale piene al 100%.

In assenza di un intervento importante da parte dello Stato, la categoria è destinata a perdere – come già sta perdendo – risorse importanti: le nuove generazioni, i piccoli teatri indipendenti, la formazione del pubblico dei giovanissimi e delle nuove leve. Il problema, oltre che professionale ed economico, è culturale e artistico. Si rischia di uniformare il pensiero e l’estetica teatrale; verranno meno gli esperimenti rischiosi perché non ci saranno spazi che li potranno programmare; la formazione di nuovi professionisti è già profondamente segnata; la nascita di compagnie come la nostra, che fino a un anno fa poteva permettersi di investire delle risorse economiche e temporali per poi sperare di vedere riconosciuto il proprio valore, è assolutamente compromessa.

Bisogna rimboccarsi le maniche su un doppio fronte. E in entrambi i fronti, la mole di lavoro è infinitamente faticosa. Per questo non è più tempo per combattere battaglie sindacali che adottino linee morbide. Per questo bisogna pretendere che gli incompetenti sgomberino il campo lasciando spazio a chi ha davvero a cuore il teatro, a chi lo conosce profondamente. Persone come Lucia Borgonzoni, sottosegretaria alla cultura, e come Dario Franceschini, ministro della cultura, dovrebbero lasciare il campo. Facciamo i nomi e i cognomi.

Ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte. Ognuno di noi è chiamato a occuparsi del Teatro.

 

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