Solidarietà senza frontiere!

Un progetto di mutuo soccorso per lottare contro razzismo e sfruttamento

di Dario Firenze

 

Questo contributo è scritto a partire dall’esperienza che svolgo all’interno dell’Associazione Mshikamano di Milano, di solidarietà e mutuo soccorso tra migranti e nativi, e per provare a raccontare di “Solidarietà senza frontiere”: un pacco regalo per il Natale 2017 frutto di un progetto di economia solidale, antirazzista e contro lo sfruttamento costruito insieme a numerose altre realtà di lavoro autogestito tra migranti e nativi che costruiscono la rete di FuoriMercato.

Raccontarlo significa provare a riflettere su quale contesto e quali dinamiche circondano e determinano questo progetto, da dove vengono le pratiche che lo costituiscono e che senso prendono nella situazione che viviamo quotidianamente.

Per questo l’intento, verso la manifestazione Fight/Right del 16 Dicembre a Roma e contribuendo al dibattito che ha suscitato nella sua organizzazione e con la sua piattaforma rivendicativa, è di condividere alcune parziali riflessioni, frutto di discussioni, incontri, e racconti avvenuti dentro e fuori dall’associazione. Condividendo una domanda, alla quale questo progetto e i lavori di queste realtà provano a ipotizzare qualche risposta: in che modo le pratiche e i progetti di mutuo soccorso possono essere strumento di lotta contro il razzismo e lo sfruttamento?

“Devono sparire”. Così il 25 agosto 2017 esclamava un dirigente delle forze delle ordine mentre lanciava la caccia all’uomo nero per le strade del centro di Roma. Un inseguimento nato appena dopo le violente cariche a colpi di idranti e manganelli eseguite dalle forze dell’ordine per sgomberare i rifugiati accampati in piazza Indipendenza, già cacciati cinque giorni prima dal palazzo occupato e autogestito da anni a scopo abitativo di via Curtatone.

Quest’episodio, che ha preso la scena mediatica per alcuni giorni per poi sparire completamente dall’attenzione giornalistica e dell’opinione pubblica, rappresenta in modo paradigmatico la situazione di chi migra verso l’Italia e viene “accolto” dalle politiche nazionali (nonché europee) di gestione dei flussi migratori.

Ed è paradigmatico proprio per quelle parole e quella volontà rappresentative di un progetto preciso: far sparire chi è riconosciuto nella figura del “migrante”, il “problema pubblico” al centro della scena politica e sociale italiana dell’ultima fase.

Rendere invisibili, cancellare, segregare, centinaia di migliaia di persone che vivono, abitano, lavorano e/o attraversano questo paese, con delle pratiche e delle strutture di violenza ed esclusione su tutti i livelli: fisica, giuridica, economica, sociale, politica.

 

La catena della segregazione

Questo processo avviene lungo quella che si potrebbe definire come catena della segregazione, distribuita lungo tutta la penisola e come parte di una catena molto più ampia (continentale e non solo), con snodi e meccanismi diversi e specifici:

  • i centri di detenzione e tortura in Libia voluti e finanziati dall’UE e attuati con il lavoro del governo Italiano per contenere e respingere i flussi incontrollati di persone;
  • i barconi che sono affondati e continuano ad affondare con interventi di salvataggio sempre più limitati e militarizzati nel Mediterraneo, che hanno già cancellato centinaia di migliaia di vite, affogate in mare;
  • gli hotspot, hub e CAS (centri d’accoglienza straordinaria) che “ospitano” e marginalizzano in tutta Italia richiedenti asilo giunti vivi sulle coste della Sicilia e della Calabria, in condizioni di totale disagio a livello igienico, sanitario, alimentare e in un’attesa infinita e straziante di conoscere il proprio destino di rifugio o di clandestinità;
  • i ghetti nelle campagne di tutto il Sud Italia (e non solo del Sud) nel quale vivono, invisibili al resto del territorio, migliaia di donne e uomini braccianti, esclusi da ogni tipo di servizio minimo, in condizioni abitative e di vita durissime;
  • i nuovi ghetti metropolitani delle grandi (e meno grandi) città, dove vivono spesso separati dal resto delle città migliaia di persone, magari provenienti da altri snodi prima citati, e inseriti nei più disparati settori produttivi e riproduttivi di questo paese.

Questi sono solo alcuni dei luoghi e degli strumenti più evidenti di questa catena, che si struttura chiaramente su base razziale e che riecheggia senza alcun dubbio la storia delle strutture sociali coloniali e razziste dei secoli scorsi in diverse parti del mondo, ovviamente attualizzate nelle dinamiche e nelle forme odierne di questa specifica oppressione. 

Questa catena della segregazione è attraversata al suo interno da una scala di condizioni giuridiche e sociali differenti che vengono genericamente riassunte nel termine “migranti”: persone senza documenti, richiedenti asilo, rifugiati/e con protezione umanitaria o internazionale, immigrati con permessi di lavoro, persone di seconda o terza generazione, tutte soggettività che hanno vissuto o attraversato (e vivono e attraversano) alcuni o tutti i luoghi di questa catena.

Una molteplicità di situazioni che costituiscono una gerarchia di condizioni, in cui la dimensione dei diritti è totalmente spazzata via e dove le diverse situazioni si concatenano in chi ha alcuni “privilegi” (i documenti, per esempio) e chi non li ha.

 

La catena dello sfruttamento

La catena della segregazione appena delineata non ha solo la funzione di invisibilizzare i corpi delle persone che vi rimangono bloccate all’interno, ma anche di cancellarne e nasconderne completamente il ruolo economico centrale all’interno della società.

Questa catena è infatti inserita nella struttura economica del paese, andando a sviluppare una catena dello sfruttamento specifica, con snodi e anelli particolari all’interno dei diversi settori produttivi e della riproduzione sociale.

Le diverse soggettività che abbiamo descritto poco fa hanno una funzione delicatissima per il mantenimento e la tenuta della struttura economica italiana, ed è nuovamente evidente in alcuni settori “esemplari” come la produzione agricola, la logistica e il lavoro di cura: le condizioni di estrema ricattabilità e di marginalizzazione sociale condivisa dalle diverse soggettività migranti e immigrate permettono di sfruttare al massimo queste persone sul mercato del lavoro, massimizzando i profitti di piccole, medie, grandi aziende, nazionali e multinazionali. Una messa a lavoro che avviene attraverso una catena che mescola forme di reclutamento a nero e attraverso meccanismi illegali (caporalato) a forme di reclutamento contrattualizzate ma iperprecarie.

La catena dello sfruttamento dei “migranti” non è però una linea parallela rispetto al lavoro e alle situazioni di sfruttamento dei “nativi”. Anzi, la catena dello sfruttamento dei migranti assume la sua funzione proprio perché i suoi anelli sono strettamente connessi alle catene dello sfruttamento generale, e le posizioni sociali all’interno di queste catene si connettono e si determinano reciprocamente.

Non solo migranti e nativi lavorano anche fianco a fianco negli snodi di questa catena specifica (nei campi, negli hub della logistica, ecc.), condividendone le condizioni di ipersfruttamento, ma il lavoro migrante è spesso l’anello “prima” e l’anello “dopo” del processo produttivo (in chi consegna il pomodoro per trasformarlo in salsa e in chi ne distribuisce le bottiglie lungo la logistica, per esempio) e, soprattutto, le condizioni del lavoro dei/delle migranti determinano l’esistenza di alcune garanzie per i nativi.

Nonostante il progetto neoliberista sia quello di smantellare completamente le strutture di tutela giuridiche e sociali dei lavoratori e delle lavoratrici, la gerarchia razziale che struttura il mercato del lavoro permette di mantenere ancora temporaneamente alcune piccole tutele per i lavoratori e le lavoratrici nativi, che usufruiscono direttamente o indirettamente del lavoro ipersfruttato migrante, in modo volontario o, molto più spesso, inconsapevolmente (esattamente come accade per la strutturazione di genere del mercato del lavoro).

Un esempio chiaro è per l’appunto il lavoro di cura svolto dalle donne migranti per assistere anziani, malati e bambini in ambito familiare e/o per la pulizia della casa, e come le donne native (sulle quali ricade storicamente il lavoro di cura familiare) utilizzino questo lavoro per liberare il proprio tempo di vita da quest’attività*.

In questo meccanismo si inserisce anche il lavoro gratuito “proposto” ai richiedenti asilo ospitati nei centri d’accoglienza, presentato quale mezzo di prova che la persona “ha voglia di integrarsi” e di darsi da fare in questo paese, e utilizzato come strumento di reclutamento di manodopera gratuita, spesso presso istituzioni locali.

In queste catene, oltre alle conseguenze economiche, giuridiche e sociali, emergono le conseguenze psicologiche e di sofferenza profonda prodotte da queste condizioni di negazione, emarginazione, violenza, che spesso si sommano a traumi ed esperienze fragilizzanti avvenute lungo il viaggio per arrivare sulle coste italiane. I tassi di suicidi, depressioni, disturbi ansiosi e psicopatologici in generale all’interno del sistema d’accoglienza per esempio ci permettono di affermare che queste catene e i suoi luoghi sono contesti fragilizzanti e che segnano,e sicuramente non sostengono, anche psichicamente le persone coinvolte. Le fragilità e le sofferenze di queste persone peraltro spesso non sono prese in carico adeguatamente dalle strutture d’accoglienza e dai servizi sanitari, attraverso una comprensione di questa dinamica sociale e del contesto di vita brutale vissuto quotidianamente da queste persone.

Queste catene di segregazione e sfruttamento appena descritte non sono sorte spontaneamente in Italia, ma sono frutto di ormai quasi 30 anni di politiche sull’immigrazione, di politiche sul lavoro e di smantellamento dei diritti di chi lavora, di un meccanismo sistemico transnazionale che ha attori, istituzionali e non, precisi e obiettivi chiari.

30 anni di leggi europee e nazionali che hanno sempre più istituzionalizzato e inquadrato giuridicamente la violenza fisica, giuridica, sociale ed economica di queste politiche migratorie che vivono quotidianamente le persone che vi rimangono incatenate.

 

Legami alternativi: solidarietà e mutuo soccorso

In questo paese però si sono sviluppate anche connessioni diverse, alternative, che si sviluppano fuori e contro queste catene.

Innanzitutto, le persone inserite in queste catene da anni (se non decenni!) lottano e si mobilitano, in diverse forme e attraverso diversi strumenti organizzativi: lotte bracciantili, scioperi e picchetti dei facchini della logistica, lotte operaie, denunce e manifestazioni dei richiedenti asilo rispetto alle condizioni indegne del sistema d’accoglienza e per i documenti, lotte per sanatorie e regolarizzazione di chi perde il permesso di soggiorno, le lotte dei migranti ai confini e molte altre ancora nei diversi anelli sparsi lungo la penisola.

Decine se non centinaia di progetti e realtà di solidarietà sono nate negli ultimi anni attorno o in seguito a queste mobilitazioni da Sud al Nord Italia, esperienze solidali di varia natura e genere.

E’ però in particolare sul valore delle esperienze di mutuo soccorso tra migranti e tra migranti e nativi che sembra utile concentrarsi, per comprendere come queste realtà mettano in discussione il dispiegarsi delle catene della segregazione e dello sfruttamento.

Attraverso l’aiuto reciproco si sono sviluppate esperienze abitative e di lavoro, in ambito rurale e urbano, che nascono a partire dalle situazioni di emarginazione e sfruttamento prima descritte: case e abitazioni gestite in modo collettivo, cooperative di lavoro, associazioni di solidarietà, gruppi informali di mutuo aiuto economico e sociale.

In questi esperienze si sviluppano progetti economici di autoproduzione agricola e artigianale che, rispondendo ai bisogni sociali negati di queste persone, permettono di aprire spazi di visibilità, di esistenza e dignità. Percorsi di lavoro autorganizzati in prima persona dalle donne e uomini migranti, spesso in una connessione solidale e mutuale con lavoratrici e lavoratori nativi, che in questo modo rispondono anche ai propri bisogni e alle proprie necessità.

Progetti questi che diventano anche uno strumento di lotta e di resistenza, con i quali denunciare le condizioni inaccettabili della propria vita e rivendicare tutele legali, dove sostenersi a vicenda e sostenere anche percorsi di mobilitazione Esperienze dove la costruzione di un progetto di vita autonoma diventa una lotta quotidiana per la sua sostenibilità, il suo riconoscimento anche a livello pubblico e giuridico, la sua riuscita.

Attraverso questi legami di mutuo soccorso si cominciano a rompere le catene della segregazione e dello sfruttamento, costruendo delle relazioni di lavoro e di vita non più basate sulle gerarchie razziali e sulle regole violente del mercato. Delle relazioni che partendo dalle molteplici condizioni specifiche e differenti (e dunque visibilizzandole) costruiscano un progetto comune, che segua le necessità di chi è sfruttata/o.

Dei luoghi e dei progetti dove non c’è un nativo che a partire dal suo privilegio accoglie un migrante che si deve integrare, ma dove ci si sostiene e accoglie insieme in solidarietà, partendo dalla condizione che si ha in comune.

E’ da alcune di queste realtà che è nato il progetto “Solidarietà senza frontiere”, che con l’occasione del Natale di quest’anno ha voluto dare vita a un pacco-regalo che parlasse di queste esperienze, le sostenesse economicamente e diffondesse questi progetti contro lo sfruttamento e il razzismo per far sapere che esistono delle alternative già in atto alla situazione attuale.

A partire dalla sartoria migrante di Karalò di Roma e dalla serigrafia migrante Jà dei Castelli Romani, si sono messe a lavoro insieme la sartoria migrante Karallà di Milano, la serigrafia autogestita SubSeri di Milano, l’associazione di cucina e sartoria solidale Mshikamano di Milano, il progetto di raccolta e trasformazione del pomodoro SfruttaZero di Nardò e Bari, il collettivo agricolo Contadinazioni di Palermo e il progetto contadino di Sos Rosarno.

Il frutto di questo lavoro è una borsa serigrafata contenente salse di pomodoro, biscotti, pomodori secchi, marmellate di agrumi: i prodotti concreti di queste esperienze di mutuo soccorso.

Queste realtà hanno sviluppato questo progetto all’interno della rete FuoriMercato, costituita da produttori agricoli ed esperienze urbane di lavoro solidale che lungo tutta la penisola distribuiscono e producono in autogestione, senza sfruttamento della terra, delle materie prime e di chi le lavora, in lotta perché chi vive in condizioni di lavoro (e non lavoro) non più accettabili possa organizzarsi e difendersi.

“Solidarietà senza frontiere” è un progetto che dà avvio a una connessione nazionale tra queste diverse esperienze di mutuo soccorso antirazzista, che nel suo sviluppo e nel suo rinforzarsi potrebbe davvero mettere in discussione le catene della segregazione e dello sfruttamento.

Il 16 dicembre si svolgerà a Roma la manifestazione Fight/Right, organizzata da diverse realtà di lotta autorganizzate di migranti in questo paese, e il progetto di “Solidarietà senza frontiere” attraverserà con alcune delle realtà protagoniste di questo percorso questa mobilitazione, parlando attraverso le pratiche di solidarietà e di mutuo soccorso, inserendosi e contribuendo con il proprio lavoro alle rivendicazioni complessive che lanciano la manifestazione, i diritti sul lavoro, la residenza, i documenti e i permessi di soggiorno.

Costruendo tutti i giorni gli strumenti per riappropriarsi della propria vita, senza frontiere razziali e senza sfruttamento.

 

*Rimando su questo importante tema al libro di Lidia Cirillo e Cinzia Arruzza “Storia delle storie del femminismo”, 2016, Edizioni Alegre, dove viene approfondita in modo fondamentale la questione, più complessa di come ho potuto esprimere in questo articolo, della catena globale della cura e delle relazioni all’interno di questa catena tra donne migranti del Sud del mondo e donne occidentali.

 

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