Per la costruzione di uno spazio di scambi contro-parallelo

Francesco
Mondeggi Bene Comune

L’organizzazione capitalistica, come altre, si fonda sul predominio di alcuni strati sociali e garantisce tale primato avvalendosi di vari dispositivi culturali, politici, economici: per quanto concerne questi ultimi particolare rilievo assumono il Mercato e la Moneta. Il primo è una particolare modalità storica di intendere una delle attività sociali essenziali, ovvero lo scambio (non solo economico e non solo materiale); la seconda rappresenta pressoché l’unico strumento legale per realizzarlo. Almeno fin da Aristotele ci si è interrogati se la moneta corrispondesse a qualcosa di reale o fosse invece il prodotto di una pura convenzione: adesso che ha perso qualsiasi rapporto con un bene di riferimento (tipicamente l’oro) o con un sistema di cambi intervalutario (ad esempio lo SME entrato in vigore nel 1979), è diventato evidente che la risposta più credibile è quella già data dal filosofo greco e cioè che si tratta di una convenzione. Il fatto che le fonti accreditate siano concordi nell’indicare il fatturato della finanza speculativa mondiale assai superiore a quello dell’economia reale (14 volte nel 2010, secondo i dati a me noti), la dice del resto lunga a riguardo.

 Ciò non sembra influenzare il pensiero mainstream che continua ad attribuire un carattere “essenziale” e “naturale” agli istituti fondanti l’attuale organizzazione sociale. D’altronde i sistemi di qualsiasi tipo possono definirsi tali perché, attraverso dispositivi (giuridici, ideologici, economici, politici, ecc.), traducono nei propri flussi e nei propri processi di sviluppo la logica che li governa. Ad esempio, il monopolio sull’unico strumento monetario legittimato (che è oltretutto concesso a debito) è un elemento essenziale per mantenere in una condizione subordinata gran parte della società globale. Naturalmente il discorso meriterebbe un’ampiezza ben maggiore di quanto non consenta l’approccio sintetico qui privilegiato. In questa sede è tuttavia sufficiente mettere in risalto l’enorme, decisivo valore che rivestono istituti come il Mercato e la Moneta per la riproduzione/valorizzazione del modello sociale egemone.

Ogni alternativa di sistema non può ignorare questo dato: permanere all’interno del quadro istituzionale stabilito, non significa soltanto esservi subordinati ma, al di là di ogni intenzione, valorizzare – riproducendoli – i dispositivi del suo dominio. Nasce da qui l’esigenza di costituirsi in autonomia quanto più ampia possibile rispetto all’esistente e di sottoporlo a una critica pratica, ovvero di provare a costruire un’organizzazione sociale parallela e orientata in senso radicalmente altro che sia in grado di garantire la disponibilità dei prodotti e dei servizi necessari (sfera della produzione), la costituzione di linguaggi, strutture, istituti, codici culturali propri (sfera della riproduzione), l’apertura di uno spazio di scambio nel quale poter agire con motivazioni e strumenti conseguenti (sfera della circolazione). Come è stato più volte notato, nei primi due ambiti siamo già progrediti parecchio mentre nel terzo siamo all’anno zero. Un tentativo di mettere in moto un processo di secessione dall’ambito tradizionale dello scambio, ovvero dal mercato, approntando uno spazio sociale configurato in base a paradigmi altri, non è stato né avviato né concepito se non nei termini impolitici del volontariato o in quelli marginali del baratto occasionale. A questo riguardo non verrà presa in esame la possibilità di riforma sostanziale del mercato, altrove già descritta come irreale.

Se vogliamo, si tratta di scegliere consapevolmente, autogestendolo, un esodo che è comunque imposto - in termini più o meno dichiarati, più o meno striscianti - da una logica del capitale che sembra lanciata verso l’implosione parossistica. La crisi strutturale del sistema è stata ormai analizzata sotto ogni angolo visuale da una vasta letteratura spesso competente nella ricerca delle cause ma assai più modesta nel reperire le soluzioni. Inutile compendiarne una volta di più le tesi. Quel che rileva qui è la disfunzione più palese, quella che decreta la progressiva emarginazione di una sua parte cospicua e che consiste nella scarsità di moneta/reddito. Non che tale scarsità sia assoluta, dato che stiamo parlando di un elemento economico la cui natura – lo si è detto - si è ormai ampiamente dimostrata convenzionale e quindi di fatto indipendente da qualsiasi referente “reale” o oggettivo. Ma se gran parte della popolazione può ottenere moneta solo o soprattutto scambiandola con lavoro e se nell’attuale situazione di recessione economica il lavoro non viene “acquistato”, il suo livello di reddito ovviamente precipita. Se poi si considera che gli analisti sono concordi nel sostenere che il fenomeno è strutturale e non congiunturale, la prospettiva si fa davvero cupa.

In questo contesto la costruzione di un’alternativa al mercato non è una scelta ideologica (o non lo è soprattutto); è una necessità reale, con enormi potenzialità di legittimazione sociale. Diviene allora un’opzione realistica – anzi l’unica realistica – quella che prevede la costruzione di uno spazio di scambio parallelo a quello ufficiale, nel quale commutare prodotti e servizi senza la mediazione dei dispositivi monetari, delle regolamentazioni amministrative e delle strutture commerciali. Uno spazio di scambio a-mercatistico nel quale chi produce beni e/o è in possesso di competenze che sul mercato ufficiale nessuno acquista, riesca a commutarli ugualmente con ciò che soddisfa i suoi bisogni. E’ un’opportunità che riguarda non solo i disoccupati ma anche il produttore agricolo marginalizzato dalla Grande Distribuzione Organizzata; chi ha abilità artigianali (termoidraulico, elettricista, falegname, ecc.) e non può sostenere i costi di esercizio di una ditta; chi ha capacità e competenze per insegnare (materie scolastiche, professionali, ecc.) ma non viene assunto da un sistema di istruzione pubblico che ormai da tempo ha deciso di suicidarsi a vantaggio di quello privato; chi è in grado di fornire assistenza medica o paramedica ma non riesce ad inserirsi nell’ambito di una sanità sempre più votata a ridurre servizi e personale; chi è in grado di fornire assistenza legale o amministrativa; chi può offrire manodopera generica; e si potrebbe continuare a lungo.

Apparentemente non sembra cambiare molto: bene o male è sempre un’offerta che cerca di incontrare una domanda. Il fatto è che, come già accennato, l’incontro avviene innanzitutto al di fuori dei canali istituzionali che comportano una serie di obblighi amministrativi e fiscali insostenibili per molti. In secondo luogo rinunciando completamente o quasi allo strumento monetario monopolizzato dal sistema finanziario sovranazionale e che viene prestato a interesse (moneta-debito) da questa sorta di Usuraio Globale. Infine, rendendo vantaggiosa e più soddisfacente una concezione mutuale delle relazioni umane rispetto a quella individualistico-utilitaristica dominante nel mercato ufficiale. Viene così a determinarsi un ambito dello scambio economico e relazionale i cui criteri fondativi sono totalmente diversi da quelli egemoni.

Altro punto caratterizzante di questo inedito spazio socio-economico dovrebbe essere la gestione unitaria (registrazione degli scambi, aggiornamento costante del saldo tra apporti e consumi, adozione e adeguamento nel tempo di una tavola di equivalenze in grado di commisurare gli elementi da scambiare, ecc.)  di ognuno dei circuiti territoriali che lo compongono e, in senso più lato, dell’intero sistema. Si tratta infatti di superare lo spontaneismo improvvisato del baratto auto-regolantesi che ha contraddistinto i tentativi storici di Banca del Tempo, in alcuni casi tuttora ufficialmente operanti; una pratica che ha denunciato limiti di perifericità, marginalità e incapacità di espansione. Occorrerà inoltre che in ogni nodo di questa rete economica contro-parallela l’offerta di beni e servizi superi la dimensione individualistica e venga coordinata da gruppi omogenei di offerta, garantendo così nel contempo attendibilità tecnica, maggiore copertura della domanda, equità distributiva delle opportunità, credibilità etica.

A scanso di equivoci resta inteso che un sistema come quello che andiamo tratteggiando non può che essere autogestito, cioè amministrato assemblearmente da chiunque dei partecipanti lo voglia e su base assolutamente paritaria. Conseguentemente, è indiscutibile che anche incarichi specifici come quelli cui si è appena fatto cenno debbano essere sottoposti a rotazione e immediatamente revocabili.

Tralasciando il funzionamento specifico del sistema cui ci stiamo riferendo – del resto da precisarsi in sede sperimentale – va detto che uno dei maggiori ostacoli alla sua attuazione è la viscosità dei codici socio-culturali di comportamento ereditati dalla tradizione. In altre parole va tenuto conto del fatto che qualsiasi compagine sociale (tra quelle storicamente date) legittima fino a presentarli come naturali degli schemi comportamentali il cui consolidamento nel tempo finisce in genere per rappresentare un forte presidio di conservazione. Per tale motivo perfino un’eventualmente accertata convenienza della neo-struttura economica in questione, di per sé, potrebbe non essere sufficiente ad innescarne, mantenerne attiva e svilupparne la dinamica. Ecco perché si ritiene necessaria la presenza di poli catalizzanti, di centri permanenti di pubblicizzazione e riproduzione del sistema nei quali le esigenze sociali possano incontrarsi, entrare in relazione, inventare il linguaggio che le esprima e le legittimi, confrontarsi con la proposta operativa di una prassi sociale altra e verificare la sua capacità di fornire soluzioni.

A nostro avviso, tali centri possono essere rappresentati dalle Cucine popolari, soprattutto in virtù della loro peculiarità di investire quotidianamente i livelli primari dei bisogni umani (quelli della sussistenza e delle relazioni), realizzandone la significativa soddisfazione secondo codici sociali, culturali ed economici radicalmente in contrasto con quelli dominanti. E’ infatti abbastanza evidente che un’iniziativa così aggregante e continuativa, una volta integrata nel più vasto circuito alter-economico qui proposto, insedia degli snodi che possono costituire senza difficoltà dei promotori permanenti di quel circuito nonché delle sedi fiduciarie (in quanto consentono la socializzazione comunitaria del rapporto di scambio) della sua attivazione. In altri termini, le Cucine popolari consentono a coloro che sono intenzionati ad accedere a tale ambito contro-parallelo di scambio, di verificare - quotidianamente o quasi - la praticabilità della nuova modalità organizzativa e il suo progressivo incremento di legittimazione sociale, riducendo di molto eventuali incertezze derivanti dalla sua non convenzionalità.

E’ da sottolineare infine come l’apertura (ove possibile) di Cucine popolari anche nei centri di raccolta/spaccio della rete Spazio FuoriMercato, configuri un quadro di forte valorizzazione di tale Spazio e un salto di qualità nel percorso di formazione di comunità autonome contro-parallele, qualificandole come interpreti reali di una concezione e di una prassi anti-capitalistiche.

 

Maggio 2016