Agroecologia, lavoro e migrazioni

Giulio Iocco e Martina Lo Cascio

Durante l'assemblea nazionale a Conversano il gruppo di lavoro “agroecologia” ha proposto un workshop dal titolo “Agroecologia, lavoro e migrazioni” dando seguito al lavoro su questi temi svolto negli scorsi anni in particolare dai nodi agricoli di Fuori Mercato del sud Italia, e offrendo uno spazio di discussione ai nodi che si sono affacciati più di recente su questo terreno.

Il tavolo ha preso il via dalla convinzione, condivisa da tutte/i, delll’attualità e la necessità di una riflessione sull’agroecologia e sul contributo che le nostre piccole realtà possano offire nel contesto delle nuove mobilitazioni in corso sulla questione del cambiamento climatico, e a nuove rivendicazioni emergenti rispetto alla necessità di una trasformazione ecologica della nostra economia e società.

Sebbene l’agroecologia non sia una prospettiva nuova per noi, è stato utile confrontarsi nuovamente sui nostri percorsi di auto-produzione, dando vita ad un dialogo che, oltre allo sforzo di riflessione teorica, al contempo, mira a partire dalla pratica per mettere a fuoco cosa ci sia di specifico nell’agroecologia fuori mercato o contadina.

Nelle nostre pratiche – almeno nei nodi agricoli del sud - la spinta agroecologica è collegata ad una attenzione peculiare al tema del lavoro e delle migrazioni. Le nostre esperienze si sono poste da subito su un terreno di sfida non solo allo sfruttamento della natura e dell’ambiente, ma anche su un terreno di sfida allo sfruttamento del lavoro – che spesso, nei nostri territori, è soprattutto, anche se non eclusivamente, sfruttamento del lavoro migrante

Una seconda costatazione è che per noi l’agroecologia o è femminista o non è. Questo non significa solo porre al centro la questione  delle condizioni specifiche vissute dalle lavoratrici che sono impiegate in agricoltura e in tutti i nostri luoghi di lavoro in autogestione o di iniziativa politica ma permette di assumere il concetto più ampio dell'ecologia delle relazioni. É per noi importante declinare cosa sia il cibo e l’agricoltura in un modo che chiama in ballo questioni relative alla creazione di spazi e relazioni per una organizzazione della produzione e del consumo “fuorimercato”, lo è altrettanto  l'approccio alla questione delle relazioni di riproduzione sociale e di cura.

Guardando al nostro interno esiste una differenza nel modo in cui la questione agroecologica e la agroecologia sono messe in pratica e teorizzate in diversi contesti – da chi lavora in città e da chi lavora in zone peri-urbane, e zone rurali più “periferiche”.

Interrogarci sulla natura e le ragioni – anche strutturali – di questa diversità può essere importante: ci può far capire perché in alcune zone si possono mettere in pratica alcuni aspetti delle pratiche agroecologiche e non altre, così come ci spinge a riflettere su come favorire un dialogo più stretto, ed una sinergia più stretta, tra il lavoro pratico e teorico sviluppato nei diversi contesti in cui siamo e lavoriamo.

In questo tentativo di trovare nuove connessioni in un solco che si sviluppa da anni, ci sembra però chiaro come la questione del lavoro sia trasversale e come, per certi versi, mancante nei movimenti ecologici e/o contadini.

Dai nostri presidi territoriali, da anni, portiamo avanti un lavoro costante di osservazione dei cambiamenti in corso dalle trasformazioni dell’agricoltura mainstream, dei territori, delle condizioni di lavoro e di vita, e delle condizioni in cui vivono le migranti e i migranti che lavorano e abitano in questi luoghi.

Queste riflessione sono diventate patrimonio collettivo della nostra organizzazione nel corso degli scorsi anni, all’interno di un percorso di auto-formazione sindacale condotto dai nodi agricoli del sud e che ha trovato espressione in due tappe nelle quali ci siamo focalizzati rispettivamente sulla natura e implicazioni delle nuove politiche in materia di immigrazione, e sulla natura e implicazione delle nuove politiche in materia di agricoltura e lavoro agricolo di qualità – ad es. la legge 199 del 2006 (la cd. “legge sul caporalato”) – e il loro legame con la nascita di nuove tendopoli e strategie di accoglienza e la militarizzazione e securitizzazione delle aree rurali in cui vivono le/i migranti impiegate/i nelle grandi raccolte – di pomodoro, agrumi, olive.

L’osservazione e l’analisi dei cambiamenti in atto ha alimentato il percorso più generale che abbiamo intrapreso per dare senso profondo alla nostra idea di “mutualismo conflittuale” e a quella di azione sindacale ispirata a nuove forme di “sindacalismo a insediamento multiplo”. Per essere più concreti è una analisi che si traduce in una riflessione profonda e in continua evoluzione rispetto a come é possibile fare sindacalismo in questi contesti. Per noi, infatti, è importante e cruciale capire insieme cosa fare e come farlo – di che strumenti abbiamo bisogno per farlo.

In questo senso, è importante collegare questa riflessione alla nascita di case del mutuo soccorso e sportelli sindacali che tengono insieme la resistenza contro (il conflitto) e la resistenza per (il mutualismo) ma che hanno specifictà e accenti specifici in ogni luogo specifico in cui nascono.

Più in generale, anche il gruppo agroecologia è un luogo dove pensare come dotarsi di strumenti per poter “liberare [lavoratrici e lavoratori] da pezzettini di ricatto”.

Dopo aver assunto la necessità di praticare l'agroecologia guardando al tema del lavoro, ci rendiamo conto che, anche in questo caso, è necessario tenere insieme la prospettiva di medio e di lungo periodo: le risposte ai bisogni immediati di chi lavora nel sistema dell'agroindustria di cui le lavoratrici e i lavoratori migranti sono l'ultimo anello, al contempo vulnerabilizzato e strumentalmente mediatizzato, e la costruzione dell'alternativa agroecologica che passa da una necessità di difesa dei nostri territori e delle nostre comunità.

Il gruppo agroecologia Fuorimecato vuole essere un luogo di elaborazione e scambi di pratiche dove si costruiscono contemporaneamente delle iniziative in città di informazione sulla giusizia ambientale e sociale o di sostegno alle mobilitazioni su questo tema e al contempo è il luogo dove  si organizza da un punto sindacale le rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori sfruttate/i nelle campagne del mezzogiorno e non solo.

Sappiamo che le lavoratrici e i lavoratori salariate/i impegnate/i nei sistemi agricoli produttivi organizzati in catene globali sono sempre più sottoposti a regimi di disciplinamento e vulnerabilizzazione tra la Puglia, la Calabria e la Sicilia così come avviene in altri territori – abbiamo infatti visto le stesse condizioni abitative e di lavoro in giro per l’Europa e non solo (Andalusia, Grecia, Marocco) e ci siamo confrontati con compagni impegnati su questo fronte da tutto il mondo. Sappiamo che questo sistema produttivo intensivo distrugge l'agricoltura contadina ed è una delle voci più rilevanti per quanto riguarda le emissioni CO2 e, quindi, il cambiamento climatico. Per queste ragioni questa visione globale ci spinge ad organizzarci ed essere alleati di chi è sfruttato in questo sistema e di sostenere i processi di elaborazione delle rivendicazioni a partire dai bisogni basilari come l'accesso ai registri anagrifici per chi vive nei ghetti o ancora più semplicemente la rivendicazione degli spazi di vita autonoma nelle tendopoli isitituzionali e al contempo costruire l'alternativa del lavoro in autogestione che possa essere riproducibile e punto di partenza per risignificare i territori e i ruolo delle comunità.

 

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