Lavoratrici e lavoratori. Non schiavi al servizio dell'industria agroalimentare

Contadinazioni-Fuori Mercato per la campagna “Portiamo l’acqua al ghetto”

La crisi sanitaria mondiale che stiamo vivendo ha avuto l’effetto di generare un’universale riscoperta del ruolo essenziale svolto dai lavoratori e dalle lavoratrici impegnate nel settore agricolo nella nostra società.

In questi giorni, a due mesi dal primo allarme lanciato dalla Coldiretti relativo al rischio di mancanza di manodopera straniera in agricoltura, il lavoro agricolo è ancora al centro del dibattito politico. L’intero arco costituzionale dei partiti si è espresso in materia. Al di là delle sfumature esistenti nelle rispettive posizioni, tutti hanno affrontato i temi della regolarizzazione dei lavoratori migranti e della stabilizzazione delle condizioni del lavoro in un’ottica puramente strumentale, sostanzialmente abbracciando la prospettiva dei datori di lavoro: hanno guardato esclusivamente alle braccia da sfruttare e non ai diritti di persone viste ancora una volta come gli schiavi di oggi, corpi “usa e getta”.

Il 13 Maggio, con il Decreto “Rilancio” licenziato dal Consiglio dei Ministri con l’art. 101, intitolato “promozione del lavoro agricolo”, il governo prevede per i percettori di cassa integrazione, indennità di disoccupazione (NASPI e DIS-COLL) e reddito di cittadinanza la possibilità di assunzione fino ad un massimo di 60 giornate senza perderne il diritto. Inoltre, il braccio di ferro tra le forze politiche al governo sulla “regolarizzazione” dei migranti si è tradotto in un articolo, il 110 bis, dal titolo “Emersione di rapporti di lavoro”. Qui le misure si riferiscono non solo ai lavoratori impiegati in agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura, ma anche a quelli impiegati nell’assistenza alla persona; lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare. Il provvedimento prevede per i migranti in possesso di un permesso di soggiorno scaduto dopo il 31 Ottobre, ed un precdente contratto in quei settori, la possibilità di un rinnovo temporaneo di 6 mesi; per i lavoratori in “nero”, la possibile emersione attraverso l’autodenuncia del datore di lavoro.

Già con il decreto “Cura Italia” con l'istituzione della cassa integrazione in deroga anche per gli operai agricoli con almeno 50 giornate di lavoro nel 2019 (come previsto dall’art. 22), il governo dimostrava di non tenere conto di alcuni dati di realtà.  La produzione agricola in molte zone dell’Italia si basa su circa 160.000 persone con rapporti di lavoro “nero” o in molti altri casi “grigio”, condizione che non permetterebbe l'accesso al dispositivo istituito. Soprattutto, nel primo intervento non si teneva in alcun conto delle condizioni di vita dei lavoratori che vivono negli insediamenti informali.

Ora, la nuova misura accoglie parzialmente le richieste dei datori di lavoro che, preoccupati dal numero irrisorio di iscrizioni alle liste organizzate, durante l’emergenza, per incrociare offerta e domanda di lavoro, hanno gia’ chiesto a gran voce maggiore flessibilita’, una semplificazione del voucher agricolo, e strumenti per avere a disposizione manodopera qualificata. Inoltre il disappunto delle stesse associazioni datoriali rispetto al decreto, rafforza la nostra idea del rischio di inefficacia del provvedimento nei suoi aspetti parzialmente positivi, per mancanza di adesione ai dati di realtà. In effetti chi sta nei campi e dipende quasi per la sua totale esistenza da un rapporto di lavoro subordinato, è difficile immaginare che possa trovare un padrone che si spenda e spenda 400 euro per garantirgli la possibilità di un breve permesso di 6 mesi. Sappiamo bene come diritti di base come la residenza, l'ospitalità o un contratto di lavoro siano spesso utilizzati come veri e propri strumenti di potere mercificati attraverso dinamiche ricattatorie, anche per questo siamo convinti vadano facilitate e generalizzate le condizioni per l'ottenimento.

Questo era il momento, senza dubbio, di riconoscere il diritto all'esistenza di tutte e tutti attraverso una sanatoria incondizionata che facilitasse il rapporto con il sistema sanitario nazionale e permettesse l’accesso ai miseri ma essenziali aiuti varati.

Crediamo inaccettabile, come sempre ma oggi ancor di più, dopo aver definito i lavoratori essenziali per il funzionamento del sistema agricolo italiano, subordinarne il loro riconoscimento al potere del datore di lavoro.

Vincolare il diritto di cura e di permanenza sul territorio italiano, in linea con le politiche razziste degli ultimi 20 anni, non può che aumentare la ricattabilità dei lavoratori stessi.

Sappiamo che l’agro-industria organizzata in filiere globali, nel mondo, e in Italia negli ultimi trent’anni a fronte di una crescita delle catene distributive determina la marginalizzazione dei contadini e necessita di manodopera salariata just in time, quest’ultimo aspetto strutturale e costitutivo di un sistema produttivo non può ulteriormente essere affrontato con interventi emergenziali.

Il decreto inoltre derubrica al comma 17 gli interventi finalizzati a contrastare efficacemente i fenomeni di concentrazione dei cittadini stranieri di cui ai commi 1 e 2 in condizioni inadeguate a garantire il rispetto delle condizioni igienico-sanitarie necessarie al fine di prevenire la diffusione del contagio da Covid-19” non tenendo in conto anche in questo degli insediamenti informali come modalità organizzativa strutturale per l'agricoltura italiana degli ultimi 25 anni. In anni di dibattito e intervento normativo sullo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici della terra si è arrivati a classificare queste persone in “legali” e “illegali”, riducendo ai minimi termini l’autonomia di gestione di entrambi i gruppi. Crediamo sia il tempo di interventi strutturali come rivendichiamo da anni insieme a tante e tanti altre e come ultimamente abbiamo espresso nell’appello di lancio della campagna “Portiamo l'acqua al ghetto di Campobello di Mazara”. Questa, come tante altre nello spirito Fuori Mercato, è un’azione di mutualismo conflittuale che in solidarietà e complicità coi lavoratori risponde ad un bisogno immediato e al contempo rivendica la trasformazione dei meccanismi che determinano la vita nei ghetti e la vulnerabilità dei lavoratori della campagna.

A tale proposito crediamo sia indispensabile e necessario:

  • la libertà di movimento per chi deve rinnovare i documenti;
  • l'istituzione del registro di residenza virtuale presso i comuni, a partire da Campobello di Mazara, per tutti i lavoratori che saranno costretti a continuare a vivere in insediamenti informali;
  • la regolarizzazione di migliaia di invisibili, che continuano a crescere per effetto dei Decreti Sicurezza e costretti così spesso in questi luoghi e al mancato accesso al Sistema Sanitario Nazionale, contro ogni logica di contenimento del Covid-19 - e con questo intendiamo una regolarizzazione che riguardi l’intera popolazione migrante del territorio italiano, in maniera incondizionata: il riconoscimento del permesso di soggiorno deve prescindere dalla necessità contingente e temporanea di manodopera in un determinato settore;
  • lo smantellamento, in un tempo ragionevole ma urgente, degli insediamenti informali, baraccopoli e tendopoli a fronte di un accesso, garantito e gestito dalle istituzioni, ad abitazioni più dignitose, e il rispetto dei contratti provinciali sull’obbligo di ospitalità da parte dei datori di lavoro, laddove le condizioni lo permettono (grandi produttori che garantiscono medi-lunghi periodi di lavoro);
  • l'implicazione nelle responsabilità degli imprenditori agricoli e di tutti gli operatori del settore e attori della filiera attraverso l’istituzione di imposte progressive mirate all’istituzione di fondi per uscire dall’attuale condizione di emergenzialità;
  • la riforma delle leggi vigenti in Italia in materia di immigrazione che continuano periodicamente a generare condizioni di clandestinità e vulnerabilità per i lavoratori e le lavoratrici migranti;
  • una maggiore valorizzazione salariale e condizioni di lavoro e vita dignitose per chi svolge un ruolo che oggi siamo tutti d'accordo nel riconoscere come essenziale per la nostra società, e costituisce la base imprescindibile su cui si fonda tutto il settore primario del nostro paese.

Non possiamo non notare, invece, come il provvedimento governativo del 13 maggio rimandi a strumenti e legislazione precedenti specifici sul tema del lavoro in agricoltura,  come la Rete del lavoro agricola di qualità e il Piano Triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato che seppur non siano da liquidare e banalizzare riteniamo abbiano avuto il limite di promuovere una tipologia di lavoro e un’agricoltura industriale, orientato all'esportazione e con un'idea di qualità e sicurezza codificata a misura di grandi produttori, trasformatori e catene della distribuzione per cui i diritti dei lavoratori sono un ulteriore bollino etico da aggiungere.

Oggi più che mai rivendichiamo senza mediazioni i bisogni espressi dai lavoratori di un salario dignitoso, una regolarizzazione incondizionata e di una casa dignitosa per tutte e tutti, altresì crediamo sia essenziale riconoscere il ruolo sociale dei contadini e delle contadine che promuovono un'agricoltura a misura delle comunità ecologiche territoriali.

Invitiamo a sostenere e sosteniamo tutte le iniziative di mutuo soccorso e che rivendichino garanzie sociali ed economiche generalizzate, tra queste lo sciopero degli invisibili proclamato il 21 Maggio dall’organizzazione sindacale USB Lavoro Agricolo.

 

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