Immigrati a Messina: autonomia e dipendenza dai servizi

di Giuliana Sanò*

Lo scorso 31 ottobre si è tenuto all’Università di Messina “Frizioni urbane”, un convegno sulle ordinanze comunali e la sicurezza dei diritti. Vogliamo riprendere alcuni contributi a partire da quel convegno, grazie alla gentilezza di alcune/i relatrici/relatori.

All’interno del convegno “Frizioni urbane. Governo dei margini e sicurezza dei diritti”, tenutosi a Messina lo scorso 31 ottobre, si è discusso anche dell’autonomia e della dipendenza dei e delle migranti dai servizi.
La necessità di ragionare intorno a questo tema ha preso corpo nei giorni successivi alla vicenda di uno sgombero ripreso in diretta facebook dal primo cittadino di Messina, nel mese di agosto. Il video mostrava la scena di due uomini africani mentre venivano malamente svegliati e scacciati dal luogo di fortuna in cui avevano trascorso la notte (così come tutte quelle precedenti).
Al di là degli aspetti che riguardano la violazione della privacy e la lesione dell’immagine dei due uomini ripresi in volto e dati in pasto ai followers del primo cittadino, l’elemento che ha suscitato l’attenzione di un piccolo gruppo di ricercatori e ricercatrici dell’Università di Messina, impegnato nella realizzazione di una schedatura e di una mappatura dei servizi sociali e delle strutture presenti nella città dello Stretto, ha a che vedere con le dichiarazioni del sindaco, a detta del quale i due uomini, invitati dalla polizia locale a recarsi all’interno di uno dei dormitori della città, si sarebbero rifiutati.

Alle esternazioni del sindaco, il gruppo di ricerca ha risposto divulgando una parte dei risultati acquisiti durante la rilevazione dei dati territoriali. Per farla breve, i dati mostrati rivelano che la città di Messina, una città di 231.000 abitanti, ospita in tutto quattro dormitori (o strutture a bassa soglia) per un totale di 68 posti. Di questi quattro, solo una struttura appartiene al Comune, mentre le restanti tre sono di proprietà della Chiesa. Sempre stando ai dati e alle informazioni raccolte dal gruppo, nei giorni in cui si è verificato l’accaduto due delle tre strutture ecclesiastiche risultavano chiuse per ferie, dimezzando quindi l’offerta.
Facendo riferimento ai dati emersi e alla strutturale mancanza di servizi in città, gli organizzatori del convegno “Frizioni urbane” hanno quindi deciso di inserire uno spazio di discussione sul tema delle relazioni tra i e le migranti e i servizi, allo scopo di fornire un contributo concreto al dibattito sull’inefficacia delle misure legislative e delle ordinanze sindacali volte prima di tutto a colpire (e a colpevolizzare) le fasce più impoverite della popolazione: migranti, ambulanti, senza dimora e sex workers.

La questione dell’autonomia e della dipendenza dei e delle migranti dai servizi si inserisce in un quadro di criticità molto più composito e che generalmente tende a cronicizzarsi sui diversi territori. Ma tali criticità risultano ancora più complesse se pensiamo che alle storiche difficoltà di presa in carico da parte delle strutture preposte si sommano, adesso, gli effetti e i limiti imposti dai recenti decreti sicurezza, convertiti in legge e non ancora messi in discussione dall’attuale governo di maggioranza.
All’interno del convegno si è discusso in particolare delle strategie abitative e dell’utilizzo degli spazi urbani da parte dei rifugiati e dei migranti fuoriusciti o espulsi dai centri di accoglienza. Un tema, questo, di cui si stanno occupando alcuni antropologi dell’Università di Messina con il supporto della fondazione Alsos di Bologna. Nel caso specifico le relazioni di dipendenza o, viceversa, quelle che favoriscono il raggiungimento dell’autonomia assumono un’importanza decisiva, poiché esse aiutano a mettere a fuoco alcuni dei nodi più problematici del sistema di accoglienza: per esempio, quelli legati all’impossibilità di garantire il pieno raggiungimento dell’autonomia personale in un contesto che, invece, nella maggior parte dei casi incoraggia l’insorgere di relazioni di dipendenza tra i cosiddetti “beneficiari” e chi lavora nel sistema di accoglienza. Esempi di questa dipendenza si possono ricavare dalle testimonianze rilasciate dagli operatori e dalle operatrici dell’accoglienza, i quali molto spesso si lasciano andare a confessioni come: “non riescono a staccare il cordone ombelicale” oppure “figlio mio, se non ti aiuti da solo io non so come aiutarti”. Confessioni e parole che non di rado generano dubbi sul reale funzionamento del sistema di accoglienza proprio tra chi le pronuncia.

Ma se prendiamo in considerazione le risposte fornite dagli operatori o dai “beneficiari” ci rendiamo immediatamente conto che l’essere autonomi o dipendenti assume, di volta in volta, significati assai diversi. Per chi lavora nelle strutture di accoglienza l’autonomia è, quasi sempre, una questione di indipendenza economica, mentre per chi vive all’interno dei centri l’autonomia ha più che altro a che fare con la mancanza di imposizioni, con la libertà di vivere con chi si è scelto di vivere, con la mobilità e con le reti (formali e informali) che costoro sono in grado di costruire sui territori anche a scopo lavorativo.

Tra gli obiettivi dei relatori c’era quindi, prima di tutto, l’intenzione di mostrare come queste due categorie analitiche – quella dell’autonomia e quella della dipendenza – vadano contestualizzate e lette alla luce dei resoconti e delle risultanze che provengono dal “campo” o, per meglio dire, dalla voce di chi, dalla propria posizione e dal proprio posizionamento, tende ad attribuire alle cose un significato di segno opposto rispetto al senso comune e al comune sentire.
Volendo sintetizzare al massimo il ragionamento che ha animato una parte del dibattito che si è svolto all’interno del convegno “frizioni urbane”, proviamo, allora, a servirci di una domanda piuttosto comune: perché a fronte della totale mancanza di alternative lavorative e abitative un migrante dovrebbe voler rinunciare alla possibilità di entrare in un progetto “casa-lavoro”?
A questa domanda fa da eco lo stesso scetticismo che solitamente attraversa gli interrogativi di chi non riesce razionalmente a comprendere come può una persona che vive in strada non voler entrare in dormitorio.

Ma questa è una domanda interessante perché, più di altre, svela il punto di vista delle persone da cui si pretende il raggiungimento di una piena autonomia, e lo fa ribaltando completamente i termini della questione.
Accettare la temporaneità di un lavoro e di una casa o prendere in considerazione l’idea di entrare in dormitorio adeguandosi alle regole che vengono imposte, sono, a ben guardare, circostanze in cui si chiede alle persone di rinunciare alla propria autonomia e di prendere in consegna responsabilità che non gli appartengono, allo scopo di mascherare le inefficienze della politica e le strutturali carenze del mercato del lavoro e del sistema di welfare nazionale.

* assegnista di ricerca all"universita di Messina e fondazione Alsos.

 

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