Capitalismo vs democrazia, ora tocca a noi

Salvatore Cannavò

Il dibattito su democrazia e capitalismo potrebbe cominciare con una estraniazione: il 1 ottobre 2019 si è tenuta in pompa magna la commemorazione della Rivoluzione cinese, il 70° anniversario dall'instaurazione della Repubblica popolare e della presa del potere da parte del Partito comunista di Mao Zedong. A differenza di altre commemorazioni della storia comunista, stavolta in Occidente non si è verificata nessuna isteria, nessuno scandalo per la celebrazione, nessuna critica. La Cina evidentemente piace.
Non si tratta di una dimenticanza o di un paradosso: la Cina in effetti piace alle classi dominanti del mondo capitalistico perché da diverso tempo riesce a produrre una rapporto "ottimale" tra capitalismo e gestione della società che non avviene tramite la forma della democrazia. Capitalismo autoritario, si potrebbe dire.

L'economista Branco Milanovic parla più specificamente di "capitalismo politico" basato su tre caratteristiche fondamentali: una forte burocrazia, l'assenza dello Stato di diritto, l'autonomia dello Stato
Il capitalismo politico sembra essere una nuova forma di gestione a livello planetario che oggi riguarda paesi come la Cina, in parte la Russia, il Vietnam, Singapore, Malesia, diversi stati africani. in prospettiva potrebbe riguardare anche stati di più solida tradizione liberale. Del resto non è stato proprio Vladimir Putin in una recente intervista a definire in "declino" la liberal-democrazia?
L'affermazione di Putin ha scatenato una blanda reazione perché in fondo ha messo il dito sulla piaga e ha rivelato quello che in occidente si sa o si vuole sapere: il capitalismo ha una difficoltà crescente a gestire la democrazia, a coniugare le sue leggi intrinseche con la raccolta del consenso che, infatti, gli scappa un po' ovunque, a volte con le cosiddette tendenze populiste a volte con una massiccia astensione.
Il Financial Times ha aperto un dibattito molto ampio sulla crisi del capitalismo con il suo principale opinionista, Martin Wolf, autore di un articolo dal titolo "Il capitalismo truccato può uccidere la democrazia".

Il problema è ormai posto.
Ed è posto in termini strutturali. La crescita inarrestabile del processo di accumulazione provoca distruzioni creatrici (Shumpeter) sempre crescenti, cioè guerre e devastazioni, ma la sua traiettoria si pone in contrasto con la decisionalità democratica. Del resto, la combinazione felice tra capitalismo e democrazia ha riguardato un periodo circoscritto della sua storia, "l'età dell'oro" po' essere riferita principalmente al periodo successivo al 1945 che ha dato origine alle Costituzioni sociali che non a caso un santuario del capitalismo, come JP Morgan, ha invitato a mettere in archivio.

Il connubio democrazia-capitalismo era stato messo in crisi già dagli albori: si potrebbero trovare buoni argomenti già nei dibattiti di Putney, successivi alla prima Rivoluzione inglese e nello scontro tra i Comuni e la spinta dal basso che proveniva dalle truppe guidate da Cromwell.
Il problema, già allora, era costituito da una rappresentanza, che dava forma all'esistente (l'ascesa della borghesia inglese), ma non in grado di assorbire tutta la domanda di sovranità che quindi costituiva un'eccedenza non rappresentata: i Levellers in Inghilterra, il “potere costituente” francese, alla fine del ‘700, il proletariato di fine '800 e ancora oggi.
La tensione tra la democrazia “che dà forma all’esistente” e la democrazia che invece è incaricata di raccogliere il movimento che nell’esistente non trova spazio, che eccede la forma istituzionale data e che quindi, a seconda delle concezioni costituzionali, si presenta come incessante “potere costituente” che incrina il potere costituito, permane dalle origini. E si presenta costantemente anche nel XX secolo. Norberto Bobbio ha indicato almeno sei promesse mancate dalla democrazia rappresentativa.

Oggi il problema si presenta in termini ancora più acuti, perché le promesse mancate si sono accumulate alimentando pulsioni di pseudo-demcorazia diretta che in realtà pongono ancora il tema di quella eccedenza che non si sente rappresentata. Liquidare queste domande come semplicemente "populiste" o "anti-Casta" solo perché le forme sono improprie e tendenti al plebiscitario - come la consultazione online di una moltitudine chiamata a esprimersi con un Si o con un No, senza alcuna partecipazione collettiva - significa non costituire risposte all'altezza della crisi stessa.

Affrontare la crisi della democrazia rappresentativa semplicemente aggrappandosi alla Costituzione repubblicana non basta più, costituisce una difesa di retroguardia. Per essere all'altezza di questa sfida occorre puntare in avanti, ampliare spazi, forme che diano sovranità all'eccedente. Consegnare il tema della democrazia diretta a forme rudimentali e al rischio di plebiscitario che incorporano, è anch'esso un errore. La democrazia diretta deve tornare a essere l'orizzonte dei soggetti che si battono per un'alternativa al capitalismo e per una trasformazione della società esistente.

Ma se vuole rispettare la “compresenza fisica del popolo” di cui parla Rousseau nel Contratto sociale, la democrazia diretta ha bisogno di un soggetto fondativo attorno al quale organizzare partecipazione.

L'unico a parlarne finora è il Karl Marx sulla Comune di Parigi, laddove descrive l’“autogoverno dei produttori”: "La Comune è la forma politica anche del più piccolo villaggio di campagna […] Le comuni rurali di ogni distretto dovevano amministrare i loro affari comuni mediante un'assemblea di delegati con sede nel capoluogo e queste assemblee distrettuali dovevano a loro volta inviare i propri deputati alla delegazione nazionale a Parigi; ogni deputato doveva essere revocabile in ogni momento e legato a un mandat imperatif dei propri elettori».

Lo storico francese Serge Aberdam ha ben ricostruito come l’esperienza della Comune trovi il proprio materiale fondativo - assemblee di villaggio, delegati al Terzo Stato, intreccio tra referendum e democrazia diretta - proprio nella Rivoluzione francese e in quella “Comune di Parigi che era già esistita tra il 1792 e il 1794”.

La fine del mandato imperativo e la revocabilità, principio chiave della nuova idea di democrazia del comune (in senso letterale) riemergono anche dove non ce lo si aspetta. In realtà quel principio non fa che inverare una democrazia in cui una volta istituito, il “comune” non si ossifica ma resta in relazione con il movimento reale in un rapporto dialettico tanto proficuo quanto tumultuoso. Revocare il deputato eletto rimane un cardine per un'ossatura statuale autogestita e basata sulla partecipazione effettiva alla vita pubblica.

Ci riferiamo qui al concetto di “comune” elaborato da Pierre Dardot e Christian Laval inteso come “costruzione politica” che “obbliga a concepire una nuova istituzione dei poteri nella società”. Dardot e Laval sottolineano che “il comune porta a introdurre ovunque, nella maniera più profonda e più sistematica, la forma istituzionale dell’auto-governo”. Il “comune” riguarda quindi il governo degli uomini e delle donne: “Una esplicita politica del comune mira dunque a creare le istituzioni dell’auto-governo che consentono la distribuzione più libera possibile di questo agire comune”.

Nuove istituzioni di poteri non si improvvisano ne si declamano. Ma la pratica di cui discutiamo qui ha in queste riflessioni il suo naturale orizzonte: soggetti che producono "fuori" dalla logica di mercato sono credibili se propongono anche forme di democrazia e di governo "fuori" dalla logica del capitale e da quella delle sue forme istituzionali.

Anche perché queste pratiche e riflessioni hanno una valenza anticapitalistica obiettiva, nonostante nella vulgata della sinistra di classe l'unico baricentro sia sempre stata l'organizzazione del proletariato nell'ambito della produzione capitalistica.

Vale la pena di richiamare David Harvey il quale invita a rileggere Marx secondo cui il capitalismo si dispiega in forma caotica intrecciando piani diversi tra loro: la produzione, la distribuzione, la circolazione del capitale, la riproduzione sociale, lo sviluppo tecnologico, quello culturale e delle idee, lo Stato. Tutti questi ambiti vanno praticati anche in termini di opposizione anticapitalistica che, a sua volta, deve trovare gli intrecci.

Costruire pratiche Fuori mercato sottrae forze alla dinamica dell'accumulazione: le sottrae nel campo della produzione e in quello della distribuzione dove il valore si deve realizzare. Il consumo non è affare per semplici associazioni di consumatori, ma se viene messo in relazione con le varie componenti dello sviluppo capitalistico, gioca il suo ruolo. E così anche le altre componenti. Occorre saper individuare i vari aspetti del processo di circolazione del capitale e saper giocare nei vari campi trovando le giuste intese e gli giusti intrecci.

Nel nostro campo, comunque, costruire esperienze di autogestione ha più risvolti: rende politicamente efficace la nostra pratica, toglie terreno, sia pure simbolicamente, al capitalismo, immagina un nuovo modo di produrre, di organizzare la società e quindi la democrazia.
I meccanismi democratici con cui organizzare una cooperativa, la pratica del consenso nelle assemblee, la connessione sostanziale tra cura e gestione dei beni comuni e democrazia del comune, sono tasselli di un'alternativa pratica hic et nunc, ma anche rivoli di una prospettiva futura, avamposti di un potere collettivo che deve venire ma che rappresenta un orizzonte per cui vale la pena battersi e, soprattutto, organizzarsi.

Lo scontro in cui siamo immersi si colloca a questo livello e noi con la credibilità delle pratiche fuorimercato, dovremmo esserne all'altezza anche sapendo trovare le giuste alleanze.

 

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