Le nostre pratiche contro i loro profitti

“... gli stili di vita nati dalla modernità sono praticabili solo da una piccola minoranza della popolazione mondiale.... il nostro pianeta non consentirà che questi stili di vita siano adottati da tutti gli esseri umani. Non è possibile che ogni famiglia del mondo abbia due automobili, una lavatrice e un frigorifero, non per ragioni tecniche o economiche ma perché altrimenti l'umanità morirebbe soffocata". Questo brano di Amitav Ghosh (tratto dal suo libro "La grande cecità") è profondamente condivisibile, ma le risposte e le soluzioni che possono essere date non sono nemmeno esse di natura tecnica o economica. E non è scontato che vadano nella direzione della giustizia climatica e sociale.
Nel 1999 il capo economista della Banca Mondiale Larry Summers, in una mail interna che ha poi cercato di smentire in maniera patetica, affermava che "una certa quantità di inquinamento dannoso per la salute dovrebbe essere fatto nel paese con i costi più bassi, che sarà il paese con i salari più bassi... penso che la logica economica che sta dietro lo scarico dei rifiuti tossici nel paese con i salari più bassi sia impeccabile e dovremmo affrontarla". È proprio questa logica "economica", quella del profitto e della "efficienza operativa", che non ha nulla di neutrale e che rende evidente che la lotta contro il cambiamento climatico è (anche) lotta di classe.

Prendiamo un altro esempio, meno scontato delle parole di un sacerdote della religione neoliberale. Uno studio di qualche anno fa del WWF France mostrava gli effetti positivi per l'occupazione della riduzione di emissioni. Lo stesso studio aggiungeva "il sistema utilizzato vale soltanto se nel 2020 sussiste una massiccia disoccupazione; in caso contrario la domanda di lavoro spingerebbe i salari al rialzo, riducendo l'effetto positivo sull'occupazione" (riportato da Daniel Tanuro nel suo "L'impossibile capitalismo verde").

Questa narrazione che vorrebbe racchiudere un programma per la riduzione globale delle emissioni in una semplice scelta "tecnica" si arricchisce di un altro aspetto, quello della responsabilità "morale" di ognuna/o di noi, quindi di nessuna/o. Ricordate le polemiche sui social e giornali negazionisti sull'uso della plastica da parte di Greta (ah, quell'incoerente ipocrita!)? O le frasi che si sentono ai margini delle manifestazioni di massa di giovani in tutto il mondo "ma tu sei disposto a rinunciare allo smartphone"?

Negli scorsi mesi si è riaccesa una forte mobilitazione di massa per il clima, soprattutto grazie agli scioperi studenteschi e alle manifestazioni soprattutto giovanili, Tra l'altro questa straordinaria mobilitazione mondiale ha rafforzato una convergenza delle e con le lotte territoriali radicali, che hanno portato alla manifestazione di Roma dello scorso 23 marzo, contro le grandi opere inutili e dannose.

Ridurre queste mobilitazioni e questa battaglia ad una questione morale o tecnica è pericoloso e da combattare con forza. Questi semplici esempi ci pare chiariscano in maniera esemplare quanto la mobilitazione mondiale contro il cambiamento climatico debba essere una mobilitazione fortemente politica e con un forte contenuto di giustizia sociale.
Per noi questa mobilitazione porta con sé un'idea di società altra, di economia altra. Una società che produca valori d'uso in funzione degli effettivi bisogni umani, democraticamente decisi. Una società che cresce attraverso l'autogestione, l'autodeterminazione, la decisione collettiva sull'uso delle risorse, dei beni comuni, del territorio.

Nella convocazione del 3° incontro euromediterraneo dell'economia delle lavoratrici e dei lavoratori si leggeva "cosa produciamo? come produciamo? per chi produciamo? (e cosa riproduciamo? Chi si fa carico della riproduzione sociale? Per chi? NdR) Tramite processi orizzontali, la società intera può diventare parte attiva della produzione e della distribuzione della ricchezza. Così, la democrazia diretta, il controllo dei lavoratori, il controllo sociale e l’autogestione cessano di essere concetti astratti per diventare strumenti per ritrovare la dignità, per preservare i mezzi di sussistenza e per creare relazioni economiche e sociali differenti."

Le realtà che danno vita a Fuorimercato – Autogestione in movimento hanno come caratteristica quella di provare a costruire pratiche dal basso che pongano in maniera esemplare e sperimentale la questione del cambiamento possibile. Questo avviene e deve essere sempre più centrato anche sulla conversione ecologica di tutte queste pratiche, urbane e rurali.
In questi anni realtà come Mondeggi (trovate qui una loro lettera alle persone che manifestano il 24 maggio) – così come altre in particolare legate alle rete di Genuino Clandestino - hanno posto in maniera pratica e sociale il tema dell'agroecologia, oltre che dell'autogestione. Allo stesso modo l'esperienza di Rimaflow nasce per provare a riconvertire una fabbrica e l'impegno delle sue lavoratirici e lavoratori verso il recupero, il riciclo, la produzione ecologicamente sostenibile e al servizio del territorio.
In entrambe queste esperienze, e in generale in quelle dei nodi di Fuorimercato, al centro si trova la questione del cibo, dell'alimentazione, della produzione agricole e alimentare, della loro distribuzione fuori dal circuito della GDO. Siamo infatti convinte/i che la salvezza del pianeta passa per il rafforzamento della piccola produzione contadina e la sovranità alimentare e che per questo serva rafforzare ogni rete di sostegno a queste realtà, a livello nazionale e globale.

Il nostro contributo alla crescita e al rafforzamento della mobilitazione per il clima, agli scioperi, alle battaglie contro le grandi opere inutili e dannose viene da queste pratiche – senza alcuna intenzione didattica o peggio ancora di costruzione di modelli, ma sperimentando possibilità concrete, progetti riproducibili, luoghi aperti a nuove sperimentazioni e progetti.

 

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