Femminismi e mutualismo 

L’intento di questo contributo è provare a trovare alcune connessioni possibili tra il libro di Angela Davis Donne, razza e classe, il libro di Salvatore Cannavò Mutualismo (entrambi pubblicati nel 2018 da Edizioni Alegre) ed il progetto SfruttaZero.

SfruttaZero nasce nel 2014 con l’idea di dare vita ad un progetto di tipo cooperativo-mutualistico, tra migranti e italiane/i insieme, di autoproduzioni di salsa di pomodoro a sfruttamento zero, etica e solidale con un’attenzione particolare all’intero processo produttivo, quindi dalla piantumazione sino alla distribuzione del prodotto finito che avviene in una rete nazionale, chiamata Fuori Mercato: quindi, non un’economia alternativa, ma un’alternativa all’economia di mercato, fuori dalla Grande Distribuzione Organizzata (GDO), che imponendo il prezzo di vendita delle materie prime esclusivamente in funzione del profitto, è una delle principali responsabili dello sfruttamento lavorativo lungo le filiere produttive agroalimentari. SfruttaZero si dà come obiettivo iniziale la denuncia di un problema, a livello politico, come quello dello sfruttamento sul lavoro e di un fenomeno come quello del caporalato, che è solo un anello di una lunga catena, presente ampiamente in Puglia, ma non solo.

Molti spunti di riflessione emergono percorrendo le pagine del libro di Angela Davis, a partire dal primo capitolo del libro e per tutti i capitoli successivi, quindi dalla descrizione dello sfruttamento della popolazione nera nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti, alla nascita del movimento abolizionista, al movimento per i diritti delle donne e a quello per il diritto all’aborto: tutti connessi tra loro, ma allo stesso tempo colmi di contraddizioni che attraverseranno tutta la storia di quegli anni a cavallo tra ‘800 e ‘900.
È come se ci fosse un sottile filo rosso ad unire tutte le storie di quegli anni e le nostre di oggi. Al movimento abolizionista aderirono alcune donne bianche del nord, appartenenti alla classe media, sia casalinghe che lavoratrici, che invocarono la metafora dello schiavismo rispetto ad una propria condizione di oppressione, per le prime paragonato al matrimonio, per le seconde alla propria condizione di lavoratrici sfruttate. Tra le prime donne abolizioniste molto importanti furono le sorelle Sarah e Angelina Grimke le quali ponevano l’inseparabilità tra la lotta per la liberazione dei Neri e quella per la liberazione delle donne. All’inizio vi è un chiaro sostegno alla causa del popolo Nero, ponendo le basi per un’alleanza possibile, ma soprattutto l’abolizionismo dava la possibilità di poter parlare di una propria condizione, seppure molto diversa (1).
Il movimento organizzato delle donne, che si sviluppò in quel periodo negli Stati Uniti, metteva in discussione una serie di ruoli imposti dalla società e rivendicava un’emancipazione delle donne connessa al diritto di voto. Il limite più grande di questo movimento, di donne bianche e della classe media, che ritroviamo in tutto il libro, fu quello di ignorare le donne bianche della classe operaia e le donne Nere, ma soprattutto era presente uno spiccato razzismo giustificato, in parte, da una scelta tattica rispetto all’ottenimento del suffragio femminile. Razzismo che trova il suo apice nel capitolo sul “mito dello stupratore Nero che aggredisce le donne bianche” e che va a braccetto con il “mito della cattiva donna Nera” (2). Ciò che non si comprendeva affatto, o non si voleva comprendere, era la stretta connessione, in una società capitalistica, tra sessismo, razzismo e classe sociale, la cui conseguenza naturale fu una frammentazione ed una dispersione delle lotte.

La situazione di quegli anni ha molte analogie rispetto al momento storico in cui ci troviamo, rispetto alla frammentarietà delle lotte, rispetto al razzismo dilagante, ed è per questo che vari anni fa si iniziò a pensare ad “un’agire in comune”, come dice Cannavò nel suo libro Mutualismo (3), che fosse concreto, in una logica di unione.

Angelina Grimke, ad un certo punto, dice: “Le lotte democratiche, specialmente le lotte per l’uguaglianza delle donne, potevano essere combattute in maniera efficace solo se associate alla lotta di liberazione dei Neri” (4).
Prima di pensare ad un progetto come quello di SfruttaZero, per molti anni, come collettivo, si è portato avanti un percorso di attivismo politico a sostegno di richiedenti asilo per favorire il rilascio dei documenti, l’accesso all’accoglienza attraverso istanze per un’abitazione dignitosa, l’avvio di percorsi di inclusione sociale mediante il supporto legale, l’organizzazione di corsi di italiano per migranti presso aule studio messe a disposizione dal collettivo AteneinRivolta alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Bari, il supporto a forme di riappropriazione a scopo abitativo (Ferrhotel, Socrate Occupato, Casa del Rifugiato).

Con il tempo, attraverso percorsi comuni di politicizzazione, riflessioni sulle nostre vite attraversate da una profonda precarietà lavorativa e non solo, ci si è resi conto che, per certi aspetti, si viveva una comune, seppur diversa, condizione di oppressione. Eravamo un gruppo di studenti/esse, disoccupate/i o con lavori saltuari e rifugiati politici provenienti da diversi paesi africani, ed insieme iniziammo a pensare a percorsi di autogestione lavorativa e autoproduzione nel settore dell’agroalimentare, nativi e migranti insieme, all’interno di idee e pratiche che si basassero su una società ed un’economia non fondata sulle leggi del profitto e della competizione, bensì ispirata alle forme del mutuo soccorso per il lavoro rispettoso delle persone, dell’ambiente e della terra, per il reddito dignitoso per tutte e tutti a prescindere dalla provenienza geografia, dal genere, dall’orientamento sessuale, dal credo religioso.

Cannavò nel suo libro afferma che “il mutualismo conflittuale esprime una solidarietà “contro” lo stato di cose presente ed una solidarietà “per”, fatta di risposte immediate e bisogni immediati” (5).
Inoltre, nel Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, nel capitolo in cui si affronta lo sfruttamento e la precarietà si dice che “al fine di rompere la frammentazione e l’isolamento si ritiene fondamentale riaffermare, tra le pratiche femministe, l’importanza della costruzione di nuove reti solidali e di mutuo soccorso, […] riaffermare cioè la potenza dell’essere in comune, il sostegno, la sorellanza. Mutualismo e solidarietà contro le discriminazioni e ogni forma di violenza dentro e fuori i posti di lavoro; reti di supporto tra le lotte, creazioni di casse di resistenza per sostenere le situazioni di difficoltà delle lavoratrici. Dove sia possibile rimettere al centro i propri bisogni e desideri” (6).

SfruttaZero costruisce alleanze possibili in un’ottica di femminismo intersezionale ed esprime una solidarietà “contro” nel momento in cui ha supportato e supporta fisicamente le vertenze delle e dei migranti. Ogni anno Il 2% derivante dalla distribuzione della salsa di pomodoro, inoltre, è destinato ad una Cassa di Mutuo Soccorso che viene utilizzata per supportare economicamente le e i migranti durante momenti di mobilitazione, durante gli scioperi, come quello organizzato dai braccianti agricoli africani il 25 agosto 2016 davanti allo stabilimento della Princes, azienda multinazionale trasformatrice del pomodoro, ed esperienze di accoglienza dal basso e mutualistiche.
SfruttaZero esprime anche una solidarietà “per” poiché ha l’obiettivo di rispondere ad alcuni bisogni concreti comuni, in questo caso avere un lavoro dignitoso che metta al centro la vita delle persone ponendosi contro questo sistema che ci vuole isolate e sfruttate.
A Nardò (Le) e a Bari da poco è partita la quinta stagione di SfruttaZero e in questi anni c’è stata una crescita collettiva e lavorativa. Durante i primi anni, ha avuto una valenza maggiormente di supporto rispetto ai bisogni delle migranti e dei migranti, i quali venivano retribuiti mentre attorno c’era un lavoro soprattutto di volontariato solidale. Da qualche anno ormai, è diventato un progetto condiviso e durante le periodiche assemblee, collettivamente si prendono tutte le decisioni riguardanti le varie fasi di lavoro. Attualmente è in corso la fase agricola che quest’anno a Bari ha come protagonista non solo Solidaria, ma anche Ortocircuito e Villa Roth, un’esperienza di autogestione a scopo abitativo, frutto di una vertenza cui è seguita un’assegnazione da parte del Comune di Bari.
L’anno scorso è nata, inoltre, Campagna Meticcia, un progetto di agricoltura sociale che ha l’obiettivo di garantire un lavoro non solo su base stagionale, ma annuale con un lavoro più costante di nativi e migranti insieme.

Concludiamo con alcuni pensieri di Cinzia Arruzza, che ha curato la prefazione di Donne, razza e classe: a chi dice che il movimento femminista parla di una parzialità, quella femminile, bisognerebbe ricordare che i movimenti, storicamente, nascono sempre da una parzialità, che, tuttavia, parla per il tutto e permette di ricostruire la lotta di classe ed una solidarietà reciproca. Oggi, continua Arruzza, “si tratta di avere l’umiltà di studiare ed imparare a conoscere la storia specifica e le condizioni concrete di vita delle donne, di riconoscerne le forme specifiche di resistenza e lotta, bisogni e desideri” (7).

Così un progetto come SfruttaZero si inserisce appieno nel solco della riflessione femminista intersezionale e attraverso una pratica di tipo economica, politica e sociale è antisessista, antirazzista e basata sulla solidarietà di classe.

* Intervento di Solidaria durante l’iniziativa “FEMMINISMI E MUTUALISMO. Pratiche, conflitto, autogestione” del 19 maggio scorso al Bread&Roses, Bari.


NOTE

1. Angela Davis, Donna, razza e classe, pp. 61- 78.
2. Angela Davis, ibid., pp. 221-253
3. Salvatore Cannavo, Mutualismo, 114-116, 123-124.
4. Angela Davis, ibid., p. 104.
5. Salvatore Cannavo, ibid., pp. 148, 149.
6. Abbiamo un piano, piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, p.31.
7. Angela Davis, ibid., pp. 9-17.


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