Un sogno folle di autogestione 

Di Jeanne Gendre 

Non dubitate mai che un piccolo gruppo di individui coscienti e impegnati possa cambiare il mondo, è così che è sempre stato».
Magaret Mead

Nel dicembre 2017, con l’inizio dei lavori di ristrutturazione di in vecchio magazzino, il sogno dell’edificio 7 di Pointe-Saint-Charles diventava realtà. Contro vento e maree, dieci anni di azione civica hanno permesso di trasformare un vecchio magazzino abbandonato in uno spazio comunitario multifunzionale e autogestito. Quali particolari caratteristiche hanno permesso alla popolazione di questo quartiere di realizzare un obiettivo come quello rappresentato dall’Edificio 7? Quali particolari attributi di “bene comune” la caratterizzano? [1]

Una tradizione di lotte

Ciò che accade oggi intorno a questo vecchio magazzino ristrutturato va inscritto nella lunga storia di lotte che appartiente a Pointe-St-Charles. Queste lotte rappresentano la ricchezza del quartiere, e sono queste lotte che gli hanno permesso di realizzare questo ultimo grande passo. Le lotte degli abitanti del quartiere hanno inizio con l’istallazione nell’area delle grandi e medie imprese che vi furono attirate dalla sua prossimità ai grandi assi di trasporto. È all’epoca, infatti, che gli operai inizarono a lottare per il miglioramento delle loro condizioni di lavoro e dei loro salari e, gradualmente, prese forma un movimento di contestazione contro le ineguaglianze che iniziavano a divenire lampanti. Senza alcun dubbio fu questa la prima tappa del più vasto movimento di solidarietà che ha caratterizzato la storia successiva del quartiere.
Negli anni 1960, quando quelle stesse imprese abbandonarono il quartiere per inseguire la massimizzazione dei loro profitti in altri territori, il livello di vita della maggioranza della popolazione del quartiere della Pointe diminuì in modo considerevole: disoccupazione e malessere sociale divvenero la norma. Da un punto di vista economico, allora, Pointe-St-Charles divenne il quartiere maggiormente “svantaggiato” di Montréal. Fu per far fronte a questa situazione che gli abitanti del quartiere unirono le loro forze e divvenero così creatori di una nuova ricchezza collettiva.

La prima manifestazione concreta di un movimento per il bene comune nel quartiere fu la fondazione di due cliniche (una medica e l’altra giuridica), entrambe autogestite, che rispondevano ai bisogni e alle caratteristiche della popolazione locale. In seguito, nuove lotte si resero necessarie a mantenere i principi di autogestione responsabile propri a queste cliniche e rifiutare che il governo imponesse loro le proprie norme. A loro volta, queste nuove lotte si sono iscritte nella storia comune della Pointe. Quest’anno le due cliniche festeggiano il loro cinquantesimo anniversario. Sono dei beni comuni, ancora sotto minaccia, che devono essere perennemente difesi da numerosi tentativi di intervento esterno. La loro esistenza, però, è fonte di orgoglio e la manifestazione concreta del fatto che l’impegno civico può portare alla realizzazione di risultati concreti.

Nel tempo, l’acquisizione di una competenza specifica nel campo della “solidarietà” è diventata una caratteristica peculiare del quartiere: nel corso dei decenni sono stati creati un gran numero di organismi di mutuo supporto, dediti all’offerta di servizi e alla generazione di strumenti di condivisione. “Action Gardien”, un tavolo di concertazione che riunisce gran parte di questi organismi, è parte integrante (insieme a Pointe Libertaire) della storia dell’Edificio 7.

All’inizio degli anni 2000, poi, Loto-Québec (una società gestita dallo stato) e il Cirque du Soleil (una multinazionale) hanno voluto appropriarsi del centro del quartiere Pointe-St-Charles, per trasformarlo nel cuore di un progetto di sviluppo incentrato sui settori dell’immobiliare e del turismo della ricreazione, e su un casinò, pensato come elemento cruciale di attrazione dell’area. Forte della sua esperienza passata, la resistenza dei cittadini a questi progetti si è rapidamente organizzata. La popolazione locale non ne voleva di “macchine per i soldi”, e nemmeno di condomini di lusso che la avrebbero obbligata a lasciare il quartiere, o degli spettacoli grandiosi, o dei ristoranti alla moda che sarebbero stata ad essa inaccessibili. I cittadini nutrivano il dubbio legittimo che i posti di lavoro promessi non sarebbero stati necessariamente assegnati a loro. Questi progetti, infatti, non potevano che generare ancora maggiori diseguaglianze e espropriare la gente del quartiere del loro ambiente e della loro cultura.

Due visioni del mondo agli antipodi sono allora entrate in conflitto: quella dei promotori della proprietà privata e del libero mercato, la visione dominante del neoliberismo, e la visione civica della possibilità di un uso comune delle risorse disponibili quali l’edificio abbandonato. Senza dubbio è stata la cultura accumulata nel corso di decenni dai cittadini del quartiere che ha creato reso possibile la sinergia sociale che si è realizzata: la lotta contro l’invasione del quartiere si è trasformata in azione volta all’acquisizione del magazzino abbandonato che sarebbe in seguito diventato l’Edificio 7. [2]

Una fabbrica di autonomia collettiva

In occasione della prima assemblea generale del 18 febbraio 2018, il Collettivo “Il 7 è nostro”, diviso in diversi gruppi responsabili dei vari progetti e dei laboratori nati, ha presentato i risultati di dieci anni di lavoro comune. In totale, circa un centinaio di persone hanno contribuito in un modo o in un altro all’elaborazione dell’idea progettuale e alla sua realizzazione. Ogni progetto, ogni laboratorio è il frutto di un consenso unanime raggiunto a livello del gruppo. Come è stato sottolineato in quella occasione, si è trattato di una sfida enorme.
Questo lungo processo ha dato vita alla Frabbrica dell’autonomia collettiva, la quale comincerà le sue attività nel mese di aprile. La Fabbrica risponderà a numerosi bisogni: dai bisogni alimentari (con l’emporio Le Détour, un orto e/o una serra comunitaria), a quelli legati alla mobilità (con un laboratorio per imparare a muoversi in bici o in auto), da quelli legati allo sviluppo di abilità e competenze nell’espressione artistica (con un laboratorio di fotografia digitale e analogica, un laboratorio di ceramica, ecc.), a quelli legati alla generazione di un lavoro che possa essere fonte di reddito (laboratorio di ebanisteria e di lavorazione dei metalli), fino a quelli legati al bisogno di creare dei legami sociali e di ricreazione (con il pub e la birreria). In un futuro più a lungo termine, dovrebbero vedere la luce anche una sala parto e un asilo nido.
L’assemblea ha anche sancito la definizione di una modalità di gestione con delle regole di amministrazione responsabile adottate all’unanimità. Una unità denominate “conflitti e nodi” è stata istituita per permettere di risolvere le divergenze che si dovessero eventualmente manifestare. Quando i locali hanno preso forma, i gruppi si sono finalmente costituiti e l’apertura ufficiale ha inizato ad avvicinarsi così tanto da rendere possibile iniziare a contare, settimana dopo settimana, i giorni mancanti, i militanti hanno confessato di aver cominciato a provare un profondo senso di vertigine. Voler creare un nuovo ordine sociale attraverso una azione concreta e collettiva dà fastidio. Il contratto di proprietà collettiva che unisce la Fabbrica dell’autonomia collettiva è diametralmente all’opposto della proprietà privata e del consumismo dominanti nelle nostre società neoliberali. Come faranno i “comunardi” ad adattarsi alle pressioni del mercato, ai desideri di accaparramento esterni? Alle necessità di finanziamento? Come faranno ad essere guardiani dei valori di autonomia e di solidarietà? Questa forma di azione collettiva si rivelerà sostenibile?

Riappropriarsi degli spazi pubblici, pensarli e gestirli in modo equo, proteggerli e utilizzarli collettivamente crea una nuova forma di potere civico. È una sfida che va ben al di là del mero scambio di servizi e della creazione di nuove risorse. La ricchezza specifica di Pointe-St-Charles sta nell’aver creato questo potere civico, grazie ad una ricca tradizione di lotte passate ed una storia di realizzazioni concrete e sostenibili. Vivere in comune in modo responsabile una nuova visione del mondo non può che creare un movimento generatore di ricchezza la cui portata non è ancora nota. La dinamica della lotta della Pointe-St-Charles ha dei forti elementi di unicità perché si è costituita a partire da una storia locale peculiare. Una simile trasformazione sociale può emergere anche altrove, in altri spazi di vita, in altri quartieri, in altre città? Il campo di energia particulare che si è generato a Pointe-St-Charles potrà produrre delle altre utopie civiche? Di certo, ne abbiamo bisogno di mote altre!


[1] I beni comuni sono ad un sol tempo risorse, comunità e insieme di regole sociali. Rappresentano delle logiche e di dinamiche sociali veramente nuove e differenti. http://docs.eclm.fr/pdf_livre/364RenaissanceDesCommuns.pdf
[2] La storia di questo percorso è raccontata in: La Pointe Libertaire, Bâtiment 7. Victoire populaire à Pointe-St-Charles, Écosociété 2013.

 

Articolo pubblicato originariamente sul sito di Attac Québec: www.quebec.attac.org/?un-reve-fou-d-autogestion

 


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