A Macerata, una manifestazione necessaria

Fuorimercato - autogestione in movimento

L'attentato fascista e razzista di Macerata ci interroga. Interroga  chi come noi in questi anni ha provato a costruire spazi di iniziativa politica, sociale e culturale aperti alla partecipazione e al protagonismo di donne e uomini migranti, perché uscissero da questa loro immutabile e etichettante  identità imposta, per diventare cittadine e cittadini, soggetti della loro biografia e non oggetti di politiche dall'alto o vittime di discriminazioni e violenze.

Intanto una premessa. Non ci interessa particolarmente l'aspetto penale della vicenda, se il suprematista bianco di casa nostra sia mentalmente disturbato e quindi abbia per questo minori responsabilità penali. Allo stesso modo ci interessa poco la caduta di questa vicenda in una campagna elettorale ipocrita e che nasconde i veri terreni dello scontro.

Il punto di partenza però deve essere chiaro: si è trattato di un'azione fascista e razzista. E in questo senso ha molti responsabili politici, non semplicemente identificabili nella destra estrema neofascista.

È evidentemente il frutto maturo di un fascismo nuovamente esistente, che si esprime sia nelle organizzazioni che al fascismo e al nazismo si richiamano esplicitamene – e che arrivano a rivendicare l'appartenenza dell' attentatore come ha fatto Forza Nuova – sia ad una generale banalizzazione di questo fenomeno, che arriva fino alla tolleranza istituzionale (con l'argomento della parità di diritti) e alla mediatizzazione del loro discorso ideologico.

E così i capi di queste organizzazioni neofasciste si trovano le porte aperte nei programmi televisivi di dibattito politico, o per contiguità ideologica di chi li invita o per una stupida concezione della spettacolarizzazione del dibattito politico stesso.

Allo stesso tempo si tratta di un ennesimo episodio nel crescendo di un discorso razzista e suprematista che è diventato senso comune e che rende più comprensibile il passaggio all'azione. È chiaro che i principali responsabili politici sono gli esponenti della destra – in Italia come in Europa – che hanno armato culturalmente l'attentatore di Macerata. 

Da anni assistiamo ad una campagna politica e ideologica sulla necessaria difesa dei cittadini italiani di fronte all’ invasione; si parla senza essere additati al pubblico ridicolo di progetto di sostituzione della nostra razza; si urlano richieste di espulsioni, respingimenti, repressione, criminalizzazione.

Oltretutto non è il primo episodio di questo tipo (come accadde qualche anno fa a Firenze con l'omicidio dei due ragazzi senegalesi....).

Ma dobbiamo avere chiaro che a questa situazione ci hanno portato altri due soggetti. Da una parte quel giornalismo e quella nostra intellettualità che usano l'etichetta razziale in maniera diffusa, banale e banalizzante. Giusto per fare un esempio, ancora oggi, dopo quanto è successo a Macerata, il Corriere della sera fa un titolo come Il Gip: “Il nigeriano non ha ucciso Pamela”, ancora una volta etichettando e categorizzando l'altro da noi.

E ancora, tra i principali responsabili di questa situazione, ci sono i governi e i partiti di governo di questi ultimi trent’anni che hanno sempre ragionato sulla base del binomio immigrazione/sicurezza, e portato avanti politiche di chiusura, clandestinizzazione e di negazione dei diritti di cittadinanza alle/ai cittadine/i migranti, richiedenti asilo o in cerca di un futuro migliore.

Molte realtà come le nostre e tante altre per fortuna diffuse in Italia e in Europa hanno provato in questi anni a dare una risposta controcorrente e antagonista alla vulgata razzista e/o securitaria.

Il nodo è proprio quello dei diritti: al contrario di quanto affermano i suprematisti del “Prima gli italiani”, solo attraverso la conquista di eguali diritti per tutte e tutti si possono combattere i fenomeni di sfruttamento, di illegalizzazione dei lavori, di discriminazione su basi razziali.

Per noi è un discorso di classe: non possiamo pensare di conquistare nuovi diritti e migliori condizioni di vita combattendo chi si trova in condizioni di clandestinità, come fosse il diretto responsabile della nostra disoccupazione e del nostro sfruttamento.

La nostra lotta per un lavoro dignitoso, per il reddito, per nuovi e maggiori diritti sociali non può fare a meno dei soggetti migranti. E mutuo soccorso, autogestione, riappropriazione si capiscono ancora di più come programma di questa relazione e di un necessario protagonismo comune.

Tutto questo richiede allora una condizione indispensabile: il protagonismo diretto di migranti, rifugiate e rifugiati, cittadine e cittadini che vivono nel nostro paese, nelle nostre città, nei nostri territori. 

In primo luogo dobbiamo ascoltare la voce delle e dei migranti e farla circolare, fare in modo che i nostri strumenti di comunicazione diventino i megafoni per far conoscere la condizione di queste persone, la percezione di fronte ad un pericolo diretto che potrebbero affrontare, la volontà di uscire da un'identità di vittime o oggetti di politiche per diventare soggetti della loro stessa vita.

Questo significa per noi sforzarci di costruire sempre strutture e realtà politiche e sociali aperte, paritarie, colorate: non solo perché la relazione aiuta noi tutte/i, ma perché il conflitto sociale ha bisogno di tute le voci e di tutti i soggetti della propria e della comune liberazione.

Questa è la condizione necessaria per condurre un’ iniziativa culturale forte, che sappia spezzare i meccanismi mentali e sociali che riproducono razzismo e  distanza (tipo “Giù le mani dalle nostre donne”, “Ci rubano il lavoro”, ecc.)

La manifestazione di sabato a Macerata e quelle nelle altre città devono avere ben visibile questo protagonismo e dovrebbero rappresentare un punto di non ritorno delle nostre stesse iniziative, che devono saper esprimere la complessità del sociale, non per rappresentarla, ma per renderla soggetto del conflitto. Fuorimercato in quelle manifestazioni è a casa propria.

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