Puglia, Basilicata, Piemonte: ci aspetta un’estate calda (non solo per la siccità…)?

Ilaria Ippolito e Mimmo Perrotta (10 luglio 2017)

Ci aspetta un’estate “calda” dal punto di vista dei conflitti sociali nelle campagne di varie regioni italiane (e non solo per la siccità, che pure può contribuire ad acuire le tensioni)? Alcuni segnali fanno pensare di sì. Proviamo a mettere assieme un po’ di questioni, riguardanti i braccianti, gli interventi delle istituzioni nazionali e locali, le imprese agricole.

È ben noto che in varie regioni italiane, l’agricoltura – in particolare per le grandi raccolte stagionali – si basa sulla presenza sul territorio di un gran numero di lavoratori migranti che fungono da “esercito di riserva” nei momenti in cui la richiesta di manodopera è al suo picco. Essi si recano in queste aree per periodi più o meno lunghi, per cercare impiego giornaliero come braccianti; lavorano spesso per pochi giorni alla settimana o al mese, trovano un riparo precario in casolari abbandonati, “ghetti” grandi e piccoli, baraccopoli o, in alcuni territori, centri di accoglienza che spesso hanno un effetto ghettizzante pari a quello delle baraccopoli informali. In alcune regioni e per alcune colture, la mediazione e l’organizzazione del lavoro assicurate dai caporali sono da anni un elemento strutturale per far funzionare questo “sistema”. Un sistema di produzione agricola che è già da anni sotto tensione, sia per ragioni legate alla struttura delle filiere (il prezzo di alcuni prodotti pagato agli agricoltori tende a essere sempre più basso), sia per l’intervento spesso scomposto delle istituzioni nazionali e locali, che da un lato dichiarano di voler “combattere il caporalato” e dall’altro sembrano colpire soprattutto i braccianti, sia infine per le lotte che hanno visto protagonisti gli stessi braccianti negli ultimi anni, nel foggiano, nella zona di Venosa in Basilicata, nella Piana di Gioia Tauro in Calabria.

Queste tensioni ci sembrano destinate ad acuirsi nei mesi estivi. Ci riferiamo in particolare alla raccolta del pomodoro da industria in Puglia (nel foggiano e nel Salento) e in Basilicata e alla raccolta della frutta nella zona di Saluzzo in Piemonte.

La prima questione da considerare è che il numero di migranti che si recheranno in questi territori alla ricerca di impieghi precari sembra destinato ad aumentare: pensiamo soprattutto ai migranti provenienti dal continente africano che – una volta sbarcati in Italia – per essere regolari sul territorio non hanno altra scelta che presentare domanda di protezione internazionale, entrando così nei circuiti dell’“accoglienza” istituzionale. È noto che negli ultimi anni essi rappresentano una componente importante della classe bracciantile; il loro numero è in crescita sia perché gli sbarchi sembrano non fermarsi (85.150 persone arrivate da gennaio a giugno 2017, circa il 10% in più rispetto al 2016) sia perché il sistema di accoglienza, così come attualmente strutturato, presenta numerose contraddizioni. La maggioranza dei migranti richiedenti asilo è inserita nei Centri di Accoglienza Straordinaria di competenza delle Prefetture; questi centri dovrebbero essere l’eccezione ma sono invece diventati la regola: a fronte dei 24 mila posti occupati nell’accoglienza decentrata e diffusa rappresentata dal sistema SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), nei CAS si registra la presenza di circa 140mila persone; e i CAS sono pressoché impossibili da monitorare in termini di qualità dell’accoglienza e inclusione sociale.

Migliaia di migranti si trovano, dopo mesi di accoglienza, per strada, con poche risorse e poche reti per cercare lavoro: come riportano molti operatori, una buona parte di loro decide di cercare lavoro in agricoltura e, contemporaneamente, un tetto precario nei tanti “ghetti”, dove trovano amici e connazionali (e, tra loro, i caporali). Moltissimi tra loro hanno ricevuto un “doppio diniego” (dalla Commissione Territoriale che valuta la domanda di asilo e che ha un tasso di diniego del 65% circa – e dal Tribunale in cui è stato presentato il ricorso) e, da agosto, non potranno più presentare ricorso in Corte di Appello a seguito dell’entrata in vigore della Legge 46/2017, meglio nota come Minniti-Orlando, che cancella un grado di giudizio in cui il 70% dei richiedenti si vedeva riconosciuta la protezione internazionale. Si ritroveranno quindi irregolari sul territorio italiano.

Le proteste degli ultimi mesi in Puglia, Basilicata e Calabria hanno spesso visto protagonista questa componente della forza lavoro bracciantile e ciò non stupisce. Anzi, vista la precarietà della loro situazione legale, abitativa e lavorativa, dovrebbe piuttosto stupire il fatto che non siano ancora scoppiati conflitti sociali su larga scala.

In questo sistema di produzione, il ghetto e il caporalato hanno rappresentato finora due “istituzioni” che in maniera decisiva hanno contribuito a mantenere la situazione relativamente tranquilla: il ghetto offre un riparo, seppur precario (ed è diventato sempre più una camera di compensazione non solo del mercato del lavoro agricolo nei vari territori, ma più in generale un “ammortizzatore” dell’intero mercato del lavoro nazionale); il caporalato consente a molti di trovare almeno qualche giornata di impiego e, dall’altro lato, garantisce agli agricoltori locali il disciplinamento di questi lavoratori. Ora, la seconda questione riguarda il fatto che, negli ultimi mesi, l’azione di istituzioni locali e nazionali ha mirato a destrutturare, almeno in parte, ghetti e caporalato, senza offrire soluzioni alternative realistiche a braccianti e agricoltori, proprio nel momento in cui il numero di migranti alla ricerca di lavoro in agricoltura sembra aumentare ulteriormente. Sulla spinta del “Protocollo sperimentale contro il caporalato e lo sfruttamento in agricoltura. Cura-Legalità-Uscita dal ghetto” firmato a Roma da tre ministri il 27 maggio 2016, in Puglia e Basilicata sono stati sgomberati alcuni importanti ghetti. La Regione Basilicata ha deciso lo sgombero del ghetto di Boreano (nel comune di Venosa) nel luglio 2016, offrendo ai braccianti ospitalità in due centri di accoglienza (a Venosa e Palazzo San Gervasio – nel 2017 dovrebbe essere aperto solo quello di Palazzo) con una capienza molto minore rispetto al numero di braccianti sul territorio e senza assicurare l’organizzazione della mediazione di manodopera e del trasporto delle squadre di braccianti al lavoro.

La Regione Puglia ha ordinato lo sgombero del “Grand ghetto” tra Foggia e San Severo nel marzo 2017, uno sgombero che causò un rogo e la tragica morte di due lavoratori. Anche in questo caso, i centri nei quali si prevede di ospitare i braccianti sono meno capienti di quanto servirebbe e la Regione non ha in programma di agire sull’organizzazione del lavoro agricolo. In entrambi i casi, in ogni caso, i braccianti che sono arrivati in zona per la piantumazione e la zappatura dei pomodori si sono dispersi in tanti ghetti più piccoli, talvolta approntati con la solita efficienza dai caporali.

Infine, nella zona di Saluzzo, la Caritas locale quest’estate non costruirà il “campo” che aveva ospitato moltissimi lavoratori africani nell’ultimo triennio: questo significa che molti dei disoccupati in cerca di lavoro che già affluiscono in gran numero dalla vicina città di Torino (dove hanno trascorso i mesi invernali in centri di accoglienza o in grandi occupazioni abitative come l’Ex-Moi) dormiranno per terra, senza alcun riparo, dal momento che le forze dell’ordine locali impediscono loro anche di piantare delle tende. Questo vale anche per i migranti che hanno un contratto di lavoro: costretti a dormire sull’asfalto in attesa che qualcuno trovi una soluzione abitativa.

Il terzo e ultimo corno della questione ci porta alle imprese agricole. La legge 199/2016, che ha modificato le norme di contrasto allo sfruttamento del lavoro in agricoltura, ha reso le imprese agricole corresponsabili dei reati connessi al caporalato; e le istituzioni promettono controlli a tappeto. Molti agricoltori in Puglia e Basilicata, abituati a far raccogliere manualmente il proprio pomodoro da industria da squadre organizzate da caporali, temono ora realisticamente denunce penali a proprio carico. Una spia della tensione che si è creata attorno a tale questione è stata la contrattazione del prezzo del pomodoro tra organizzazioni dei produttori agricoli e l’associazione degli industriali conservieri nel Sud Italia: un accordo che è arrivato solo a metà giugno (nel Nord Italia era stato trovato a marzo), fissando un prezzo non peggiorativo rispetto al 2016 e comunque superiore a quello del Nord (87€ alla tonnellata per il pomodoro tondo e a 97 per il lungo), per venire incontro alle richieste dei sindacati degli agricoltori. Un prezzo che comunque non potrà coprire la regolarizzazione di tutti i raccoglitori e che non renderà superflua la mediazione dei caporali. Molti agricoltori comunque non si fidano e temono che gli industriali abbasseranno i prezzi a stagione iniziata.

Nel saluzzese, invece, c’è molta perplessità sul buon andamento della raccolta della frutta (pesche, susine, mele, kiwi…), a causa dei forti sbalzi meteorologici, e quindi sulla reale necessità di manodopera.

Il precario equilibrio che da anni si mantiene in questi territori è messo ora a dura prova da più fronti: un numero maggiore di disoccupati alla ricerca di lavoro bracciantile; smantellati o chiusi alcuni dei ghetti e dei centri di accoglienza in cui essi erano abituati ad andare; pressione delle istituzioni e controlli delle forze dell’ordine contro i caporali (nel Sud); timore da parte degli agricoltori (oltre che, ovviamente, dei caporali) di ricevere denunce penali; di contro, un’attenzione insufficiente delle istituzioni verso alternative credibili nell’organizzazione dell’accoglienza abitativa, del collocamento, del trasporto dei lavoratori sui campi e di strutture di filiera radicalmente diverse da quelle attuali.

Cosa potrà succedere? I lavoratori migranti protesteranno e lotteranno contro lo sfruttamento – anche perché si accorgeranno di essere sempre più disoccupati (e i caporali non potranno promettere loro molte giornate di impiego)? Gli agricoltori scenderanno in piazza per difendere i loro colleghi denunciati per aver fatto uso di caporali e/o per protestare contro i prezzi bassi imposti loro da industrie conserviere, commercianti e buyer della grande distribuzione? Si tratterà di lotte di tipo sindacale o di conflitti “etnici” tra lavoratori di diverse nazionalità o, addirittura, con la popolazione locale?

 

Se un appello si può fare non è certamente alle istituzioni locali e nazionali, che hanno già ampiamente mostrato la loro incapacità o non volontà di interloquire con i braccianti, ma ai braccianti stessi e a tutte quelle organizzazioni di base che hanno lavorato in questi anni con loro, per trovare un’unità e una composizione delle lotte, verso obiettivi concreti.

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