1 – CASSA MUTUO SOCCORSO PER LOTTE E SCIOPERI

Sfida prioritaria
Costruire una cassa di mutuo soccorso per lotte, scioperi, costruzione attività sindacale e interventi sociali e solidali

Azioni step by step
*partiamo da esperienze già esistenti e in sviluppo e costruzione di Fuorimercato e Non Una di Meno

  • La definizione e adesione alla cassa: scopi e criteri; partecipazione democratica e volontaria
  • Finanziamento della cassa: contributo individuale; contributo realtà collettivo-associative; proventi autoproduzioni; campagne e iniziative specifiche
  • Utilizzo della cassa: scioperi; mobilitazioni; emergenze; distacchi per attività sindacali; aiuto a bisogni specifici

Realtà coinvolte
Fuorimercato lo propone alle realtà partecipanti al convegno come sfida

Dove&Quando
All'incontro nazionale di Fuorimercato (inizio autunno 2018), ma anche agli incontri locali/territoriali (primavera/estate 2018)

 

2 – MUTUALISMO SINDACALE CONTRO RICATTO OCCUPAZIONALE

Sfida prioritaria
Il lavoro deve garantire dignità; ragionamento sul lavoro negli spazi autogestiti; formazione professionale e sindacale; ridefinizione e messa in pratica di “sindacato” e “delega” e partecipazione

Azioni step by step

  • Mappatura sportelli e offerte formative
  • Condivisione pratica di scuola lingue/formazione professionale/formazione sindacale
  • Inserimento in percorsi lavorativi dentro e fuori gli spazi (attestazione)
  • Rete di mutuo soccorso

 

3 – CONDIVISIONE MATERIALE VADEMECUM SAPERI SINDACALI

Azioni step by step

  • Formazione/autoformazione per piattaforma
  • Strumenti comunicativi (blog, app) e legali (sportelli, ricorsi)
  • Manuale autodifesa/vademecum diritti/narrazione vertenze
  • Campagne di comunicazione = organizzazione
  • Pratiche per modificare il significato: no sindacato → associazione e non corpo separato

 

1 – FARE COMUNITA' E RETE

Sfida Prioritaria
Rompere l'individualismo costruendo relazioni solidali

Azioni step by step

  • Sito web che raccoglie tutte le realtà di mutualismo (accesso all'informazione)
  • Carta del mutualismo (minimo comun denominatore)
  • Partire da pratiche e percorsi già sperimentati
  • Banca ore (partecipazione e comunità)
  • Fare “con” e non “per”

Realtà coinvolte
Lucha y Siesta (Roma); Scugnizzo Liberato (Napoli); Casa del Popolo San Romano (Roma); Nonna Roma (Roma); Ex-lavanderia (Roma); Scuola Fuori Mercato (Roma); Swamp e Cigno Rosso (Latina); Brigate di Solidarietà Attiva; Camilla Emporio di Comunità (Bologna); Amigos MST

Dove&Quando
Festival annuale del mutualismo, ogni anno in una città diversa, per condividere le pratiche e le esperienze

 

2 – RICONOSCIMENTO ISTITUZIONALE

Azioni step by step

  • Sapere e attivo autoriconoscimento
  • Condivisione
  • Usare sapere esperto (che si elabora dall'esperienza) per fare vertenze su grandi temi
  • Riscrivere il diritto per ridisegnare l'assetto istituzionale
  • Far valere l'uso collettivo urbano

Realtà coinvolte
Demofila; Terra Nostra; Puzzle;

Dove&Quando
Nei territori di riferimento, nei beni comuni emergenti; presto un corteo nazionale delle realtà autogestite

 

3 - SPAZI

Sfida prioritaria
Autonomia/autogestione dei territori; consapevolezza degli spazi come bene comune; mantenimento degli spazi; spazi antifà, antisessisti, ecologisti (senza plastica)

Azioni step by step

  • Individuazione dei possibili spazi (privati, pubblici, dismessi, confiscati, rubati al profitto...) → strategia di accesso/otteniment
  • Partecipazione e aggregazione nella costruzione aperta/collettiva del progetto politico e/o sociale
  • Mappatura del territorio (accesso agli atti pubblici...)
  • Autogestione aperta e condivisa
  • Fare rete

Realtà coinvolte
Atletico San Lorenzo (Roma); Rimake (Milano); Bread&Roses (Bari); La Sobilla (Verona); 20 Pietre (Bologna); La Bose (Mantova); Tavolo Terra/Corpi/Territori Non Una di Meno

 

4 – WELFARE INTERNO

Sfida prioritaria
Sostenibilità economica, relazionale e politica

Azioni step by step

  • Riconoscimento di rimborso sulla base del bisogno esplicitato
  • Creazione di un fondo di mutuo soccorso interno ed esterno
  • Creazione di una rete di scambio fra realtà mutualistiche (economico, lavorativo, di conoscenze, di tempo...) → creazione/ampliamento di una piattaforma
  • Trovare strumenti che riducano le necessità organizzative

Realtà coinvolte
OZ (Roma); Rimake (Milano); Scup (Roma); Fuorimercato; Lab. Sociale Semi in Rivolta (Frosinone); Fòrimercato (Firenze)

Dove&Quando
Internamente alle realtà del welfare, da domani

 

5 – CONFLITTUALITA' COME STRUMENTO DI VALORIZZAZIONE DELLE PRATICHE

Sfida prioritaria
Pratiche mutualistiche come strumento di vertenze esistenti e come incubatrice di forme organizzative

Azioni step by step

  • Individuare obiettivi concreti
  • Fare rete fra territori e soggetti sociali
  • Creare una circolarità all'interno di una più ampia comunità

Realtà coinvolte
Communia; Gramigna; Puzzle; Scugnizzo Liberato; Scup; Lucha y Siesta; Associazione Alter Ego; Autodeterminiamoci; Rimake; Mishikamano

Dove&Quando
Nei territori, nelle città, a livello nazionale

1 – RICONOSCIMENTO GIURIDICO

Sfida prioritaria
Considerando prioritaria la costruzione di economie protette e forme di disobbedienza civile, c'interessa lavorare al riconoscimento giuridico delle nostre esperienze

Azioni step by step

  • Costruire reti locali/nazionali con pratiche e obiettivi specifici
  • Iniziative di mobilitazione e informazione

Realtà coinvolte
Campi Aperti; Mondeggi; Porto di Terra; CSA Bergamo; CSA Milano; Quadrifoglio

Dove&Quando
Manifestazione di Mondeggi a Firenze (28 Aprile): corteo nazionale per la difesa di Mondeggi e dell'autodeterminazione territoriale

 

2 – ECONOMIA E SOSTENIBILITA'

Sfida prioritaria
Superamento delle economie individuali

Azioni step by step

  • Logistica solidale
  • Sistemi di credito autogestito
  • Lavoro comune (reti collettive)
  • Costruire reti di solidarietà con chi lavora nel mercato
  • Campagne di smascheramento delle economie di mercato

Realtà coinvolte
Rimaflow; Mishikamano; Sfrutta Zero; OZ; Attac; Mag; Alegre; Contadinazioni; Porto di terra; Scup; Karalò; Cesare

Dove&Quando
In tutti i territori

 

3 – FILIERA DEL VALORE

Sfida prioritaria
Decostruzione del “biologico/convenzionale”

Attività step by step

  • Certificazione partecipata della produzione etica (cibo/e non)
  • Campagna territoriale contro la Grande Distribuzione Organizzata (partendo dai luoghi dove si sperimentano progetti di acquisto/distribuzione)

Realtà coinvolte
Spazi sociali / Gas / Botteghe / Spacci / Empori / Mercati contadini …


4 – SCUOLA DI AUTOGESTIONE

Sfida prioritaria
Formazione all'autogestione per rideclinare le modalità e l'immaginario dell'impresa

Azioni step by step

  • Produzione di letteratura specifica: le relazioni e i conflitti (interni ed esterni) in forma condivisa per formazione sull'organizzazione del lavoro

Realtà coinvolte
Rimaflow; Officina Popolare; Contadinazioni; Mag Roma; Scugnizzo Liberato

Dove&Quando
Definire una sezione specifica che lavori su queste tematiche – database online; il prima possibile!

 

5 – FARE COMUNITA'

Sfida prioritaria
Costruire comunità accorciando la distanza tra produttori e fruitori urbani attraverso lo scambio di pratiche e saperi

Azioni step by step

  • Formazione e informazione, autoformazione dei processi produttivi (laboratori, condivisione dei saperi)
  • Scambio/iniziative tra luoghi di produzione e di consumo
  • Scambio dei servizi (strumenti)
  • Presenza e visibilità nei territori

Realtà coinvolte
Scup; CSA Bergamo; CSA Fontanini; Resistenza Campesina; 20 Pietre; Terra Nostra; Contadinazioni; Comune di Bagnana; Eccoci; Comune del Crocicchio

Dove&Quando

 

Relazione di Gigi Malabarba di RiMaflow - Fuorimercato Milano


Fuorimercato vuole costituire una realtà economica sostenibile sia dal punto di vista ecologico che sociale. FM organizza l'apporto quanto più ampio possibile di abilità e competenze in ogni campo coerenti con la concezione che la ispira, riconoscendo un valore economico ad ognuna di esse tramite remunerazione o scambio. FM non intende rappresentare un mercato alternativo, ma un'alternativa al mercato, dove connettere la produzione, la riproduzione e la circolazione di un'economia altra, tendenzialmente alternativa al capitalismo.

Siamo partiti dalla soddisfazione dei bisogni fondamentali individuali e collettivi conculcati dalle politiche liberiste per andare oltre la rete di sostegno o la lotta per il semplice ripristino di un welfare in ogni caso insoddisfacente. La tessitura di rapporti con l’insieme delle realtà di consumo critico per affrontare le esigenze di distribuzione di ‘prodotti ad alto valore sociale aggiunto’ è centrale. Non si tratta solo di essere rispettosi della salute e dell’ambiente, attraverso produzioni biologiche o a ‘garanzia partecipata’, ma anche rispettosi dei diritti di chi lavora, dalla produzione alla distribuzione finale.

Ciò significa quindi creare posti di lavoro e lavoro ‘buono’. A RiMaflow siamo passati in 5 anni di occupazione da 15-20 lavoratori e lavoratrici iniziali a circa 100 tra cooperativisti e artigiani, mentre attorno si sta articolando una Rete di economia sociale e popolare, urbana e rurale che ne organizza altrettanti, tra cooperative agricole e Csa, cucine popolari e anche ambiti di produzione culturale. In Puglia, nella filiera autogestita del pomodoro ‘sfrutta zero’, ogni nuovo anno sono in crescita opportunità di lavoro sia per migranti che per nativi. In generale nelle campagne si registra il maggior numero di esempi di riappropriazione del lavoro.

Nell’evoluzione del dibattito abbiamo iniziato ad affrontare anche percorsi di ‘costruzione di comunità’. Si è trattato in questo caso di affiancare ai Gruppi di acquisto (i tradizionali Gas) i Gruppi di offerta (reti di produttori agricoli o laboratori artigianali o competenze e saperi), pianificando collettivamente l’insieme di una filiera economica popolare: dalla produzione allo stoccaggio/logistica, al lavoro di trasformazione dei prodotti e di costruzione di strumenti o pezzi di ricambio, al mercato o piazza comune/spazio collettivo, allo spaccio, alle cucine popolari. Ossia un campo economico ‘fuorimercato’, in cui è tutta la comunità che si assume la responsabilità di gestire la sfera di sussistenza, con la centralità del cibo.

I riferimenti, con qualche adattamento, vanno dalle CSA, le Comunità di supporto all’agricoltura del mondo anglosassone, alla CIC, Cooperativa Integral Catalana, dove tutte le fasi del ciclo economico sono comprese e funzionano in autogestione, con sperimentazioni di demonetarizzazione con sovrafornitura di prodotti (cioè ad es. contributo per attività di servizio fatto non in denaro ma in maggiore fornitura di prodotti), banche delle ore, quote di solidarietà, monete sociali, ecc. A Bologna, attorno alla realtà di Campi Aperti, esistono da anni ambiti organizzati che vanno in questa direzione (come ad esempio la cooperativa di produzione e consumo Arvaia, e più recentemente Camilla, nata da una collaborazione tra Campi Aperti e il Gas Alchemilla), coinvolgendo diverse centinaia di persone e sono tuttora in crescita. In sostanza, è in atto un tentativo di superare almeno embrionalmente la storica separatezza tra città e campagna prodotta dallo sviluppo capitalistico.

Ulteriore evoluzione rappresentano i progetti di ‘cucine popolari’ in collegamento con tutta la filiera produttiva autogestita: qui si cerca di intervenire sul versante della sussistenza e del diritto all’alimentazione e con cibo sano per tutti, rompendo il meccanismo dominante che consente solo ai redditi alti di ‘comprare biologico’ e più in generale a chi ha un reddito di poter ‘comprare’ tout court. Si tratta cioè di rispondere anche a una esigenza di solidarietà di classe dentro la crisi, partendo dai bisogni elementari della popolazione, attraverso appunto cucine popolari ma anche ambulatori autogestiti con distribuzione di medicinali gratuiti, occupazioni per esigenze abitative, sostegni all’accoglienza dei migranti, ecc.

La scelta dell’ambito ‘alimentare’ non è quindi casuale, ma rappresenta il perno di un’economia altra e di nuove relazioni sociali. Da qui l’esigenza di partire dalle esperienze più avanzate nella produzione contadina e dal ‘consumo critico’ per sviluppare i successivi passi in direzione comunitaria.

Anche l’aspetto spesso controverso di fornire una logistica autogestita alternativa alla GDO, che a prima vista sembrerebbe contrastare con il concetto di sovranità alimentare (ossia il soddisfacimento pieno di tutti i bisogni alimentari nel proprio territorio, salvaguardando piccola produzione contadina e ambiente, secondo il paradigma ormai consolidato coniato quasi vent’anni fa dalla rete mondiale della Via Campesina), in realtà affronta di petto la questione, prevedendo la sostenibilità di percorsi per arrivare a superare le monoculture imposte dalle multinazionali. Per consentire il ritorno della biodiversità e dell’insieme delle produzioni nei territori vanno sostenute in una sorta di “km 0 politico” quelle realtà che condividono questo obiettivo. Pensare di sostituire parte della produzione agrumicola con orticoltura e cereali è nei progetti di Sos Rosarno. Distribuire nel Centro-Nord Italia le arance è in ultima analisi la condizione per rilanciare nel giro di qualche anno un’agricoltura di prossimità in modo non velleitario ma realistico.

Pur se disperse e frammentate, varie e da valorizzare sono le resistenze al potere e all’ordine capitalistico esistenti oggi in Italia. Per arrivare a un’organizzazione economica delle resistenze che puntano alla sovversione dei rapporti di potere non si può funzionare se non generando lotte più complessive antisistema. E’ importante far vedere percorsi possibili ora, ‘custodire’ beni comuni e diffondere stili di vita che non potranno che essere in tensione col potere esistente: è il concetto di mutualismo e autogestione conflittuale adottato fin dall’inizio da RiMaflow. Una cooperativa autogestita che rompe con il meccanismo della concorrenza al ribasso è in permanente conflitto col sistema dominante e rappresenta una ulteriore trincea di resistenza, indispensabile dentro la frantumazione sociale che viviamo.

La stessa esistenza di una fabbrica recuperata è possibile solo se sorgerà una rete di realtà economiche popolari e solidali e se la crescita del conflitto sociale più ampio determinerà il superamento della passività e del conservatorismo dominanti nella società. Tanto più che solo grandi movimenti di lotta potranno imporre dal basso misure legislative ad esempio in termini di espropriazione o comunque di garanzia di ciò che si può autogestire dal basso in forma partecipata. Comprendere lo stato dei rapporti di forza tra le classi è sempre essenziale per non coltivare – a volte inconsapevolmente - illusioni di riforma del sistema, quanto mai fuori tempo e fuori luogo.

Rispetto ai dibattiti storici tra i sostenitori del mutualismo riformista e quelli della conflittualità sociale e sindacale di fine ‘800, così come tra le correnti marxiste favorevoli alla presa del potere statuale e quelle libertarie di federazione di realtà economico-sociali che si sottraggono al sistema, Fuorimercato già oggi rappresenta – in piccolo, evitiamo autocompiacimenti assurdi! - embrionali esperienze concrete di autorganizzazione in cui si combinano mutualismo e conflitto sociale, battaglie politiche e comunitarismo. Non si tratta, a mio avviso, di eclettismo ideologico, ma di mutuo aiuto tra realtà resistenti differenti che si riconoscono reciprocamente e che intrecciano anche nella medesima sperimentazione strumentazioni differenti.

Per riprendere la realtà di RiMaflow. La tenuta per anni dell’occupazione della fabbrica e la sua rimessa in funzione non sarebbe concretamente possibile senza che questa realtà possa disporre al proprio interno – ossia senza deleghe ad apparati esterni – di strumentazioni sindacali e legali, così come di competenze tecnico-professionali (anche da acquisire man mano) e di modalità politiche di autogestione.

In fondo è ciò che già esiste, in modo spesso discontinuo, in molti spazi sociali, al cui interno si ritrovano strumentazioni sindacali, esperienze di lavoro in comune (co-working), servizi di assistenza e autorganizzazione (legale, migranti, lavoro, fiscale, antipatriarcale e di genere), distribuzione di prodotti, ma anche ‘casse comuni’ di solidarietà. Cioè potenzialmente può esistere una rete sociale ed economica, politica e ‘sindacale’, che allude a un’organizzazione come il Movimento Sem Terra del Brasile, il più grande movimento sociale organizzato dell’America latina, che da oltre trent’anni combina strumenti di lotta sindacali e legali, organizzazione economica cooperativistica, rivendicazione politica di cambiamento legislativo e istituzionale, costruzione di autorganizzazione comunitaria in tutti i campi (abitativa, educativa, sanitaria, ecc.). E in Europa è quello che fa il SOC-SAT andaluso. Non a caso le due esperienze che abbiamo invitato a questo convegno.

Schematicamente, tre ulteriori considerazioni. La prima è che la fine del ‘movimento operaio’ novecentesco sotto le macerie dello stalinismo e della socialdemocrazia, che ha travolto inesorabilmente anche i settori critici e le opposizioni classiste, ha lasciato un vuoto su cui i padroni del mondo hanno via via travolto tutte le più importanti conquiste delle classi subalterne. Pensare di ricostruire quell’impalcatura politico-sociale è francamente illusorio. Occorre guardare con attenzione alle nuove modalità di ricomposizione che si stanno dando in forme certo differenti secondo le varie latitudini, ma con dei tratti comuni. Da Piazza Tahrir al 15M, da Occupy Wall Street a Gezy Park, alle Nuites Debout, per non citare che i momenti più significativi di lotta degli ultimi cinque anni, assistiamo a una ricerca spasmodica di dare espressione a quel ‘99 per cento’ che non si ritrova quasi mai nelle forme tradizionali di rappresentanza.

E’ - credo - la ricerca di uno ‘spazio sociale’ pubblico, fatto di ‘piazze comuni’ in cui riconoscersi e darsi i propri strumenti di lotta. Dove tutte le soggettività politiche – in primo luogo i partiti – soffrono o sono respinte, ma anche dove le aggregazioni sociali e sindacali devono sottoporsi a livelli decisionali nuovi: non si può contrapporre artificiosamente l’organizzazione separata alla disorganizzazione inconcludente; è l’autorganizzazione la risposta adeguata. Se e quali nuove forme organizzative più o meno stabili nasceranno, come accadde per il movimento operaio e le sue varie articolazioni politiche e ideologiche alla fine dell’800, è difficile immaginarlo oggi, ma bisogna disporsi in tale direzione.

La seconda considerazione si riferisce alle forme della ‘controsocietà’, in cui è necessario affrontare l’aspetto economico della sussistenza dei settori popolari e di un proletariato meticcio che stenta a ricomporsi sotto i colpi delle politiche razziste e di segregazione. Forse occorre riflettere sull’attuale prevalente modalità di esistenza degli spazi sociali (intesi in senso lato) come luoghi essenzialmente di aggregazione politica e iniziare a progettare almeno una parte di questi in direzione della costruzione di attività economiche autogestite. Ciò significa riappropriazione di fabbriche o di terre, comunque di luoghi – compresi i beni sequestrati alle mafie – per dar vita a ‘iniziative economiche fuorimercato’. E’ l’occasione per proporre nuove reti di economia sociale e solidale, in grado di andare oltre la spinta etica per indirizzarsi sempre più sotto il segno del popolare e del politico anticapitalistico: non per declamazione, ma per pratica concreta. Le esperienze di neomunicipalismo, che un certo interesse stanno suscitando, si devono certamente arricchire di questo contenuto.

La terza è l’importanza del fattore ‘ambiente’ e del fattore ‘genere’. Una sottovalutazione della prospettiva ecosocialista di fronte alla catastrofe imminente o del femminismo e delle differenze sessuali nella costruzione di embrioni di economia e di società alternativa equivale seccamente a non costruire alcuna alternativa all’attuale società. Se bisogna ricominciare, bisogna ricominciare col piede giusto, senza rimandare a un futuro non precisato l’affrontare questi problemi. E’ lo stesso concetto di prefigurazione di società con cui cerchiamo di dimostrare che una fabbrica e una fattoria senza padroni è possibile che ci fa dire che dove l’ecologia e l’antipatriarcato non sono di casa questa non sarà mai la nostra casa.

Volendo sintetizzare i concetti finora espressi, Fuorimercato è una rete sociale di mutuo soccorso, finalizzata alla costruzione dal basso di istituzioni economiche in rottura con le leggi del Mercato. Costituita quindi da esperienze sociali e politiche autonome di autorganizzazione, che esercitano forme di appropriazione collettiva in contrapposizione alle forme di dominio capitalistico.

Si tratta cioè di realtà in cui – in base a contesti diversi e con accentuazioni diverse – è possibile mettere in discussione le gerarchie sociali, l’organizzazione del lavoro, i meccanismi di dominazione materiali (di genere, di etnia e simbolici) e di organizzazione dei rapporti sociali (valori d’uso in luogo di valori di scambio, sperimentazioni di scambio senza uso di denaro, ecc.). Spazi sottratti al Mercato e al potere costituito che costruiscono relazioni di potere alternative, dall’autogestione all’autogoverno, ossia istanze proprie fondate sulla democrazia diretta.

Lungi dall’aver già realizzato pienamente questi obiettivi in nessuna realtà, le occupazioni tuttavia esprimono bene questa ipotesi. Ancor più significativamente quando riguardano la sfera del lavoro e della produzione, come l’occupazione di fabbriche o di terre e la loro rimessa in funzione in autogestione. RiMaflow e Mondeggi Bene Comune, così come le imprese recuperate argentine o gli insediamenti del MST brasiliano, alludono a questo: la trasformazione delle relazioni sociali di produzione e la messa al centro dell’interesse collettivo.

Poter dimostrare che il lavoratore e la lavoratrice della città o della campagna può essere in grado di esercitare in forma democratica un proprio potere e la prefigurazione di un’alternativa di società nel mentre si affrontano problemi immediati (di reddito e/o di difesa di beni comuni) sono fondamentali.

Nell’ambito dei percorsi di classe, in questo caso maggiormente in quelli di ispirazione marxista che non in quelli libertari, al di là della sfera sindacale (spesso separata da progetti di trasformazione), anche nei settori più avanzati si è puntata storicamente l’attenzione alle dinamiche che potevano portare alla creazione di situazioni di dualismo di potere (ossia quando il potere costituente dal basso mette direttamente in discussione il potere costituito) possibili in condizioni eccezionali di lotta di classe o in fasi pre-rivoluzionarie.

Certo, si tratta di passaggi chiave della lotta. Ma si è trascurata l’importanza – specie in situazione di crisi, come oggi, dove molti sbocchi di lavoro, di reddito, di welfare vengono meno – di avviare forme di apprendistato all’autogoverno praticabili e socialmente legittimabili anche in condizioni di conflitto sociale più limitate.

Valutando le esperienze argentine dei piqueteros e delle fabbriche recuperate, dove a occupare le strade e le fabbriche sono stati lavoratori e lavoratrici spesso senza alcuna esperienza alle spalle, Miguel Mazzeo parla di “potere popolare come fine e come prassi, come percorso e come obiettivo dell’emancipazione in costruzione”; cioè non solo quindi in una “prospettiva ‘utilitarista’ da parte di un’avanguardia rivoluzionaria di quadri”.

Ma aggiunge anche un secondo aspetto oltre alla critica all’avanguardismo, ed è fondamentale: il potere popolare non è possibile “neanche come realtà isolata di micro poteri locali” - ammesso che questi riescano a resistere isolati - che ha caratterizzato molte sperimentazioni libertarie. Ossia rinviando alla necessità di un’organizzazione che superi la dimensione locale.

Un potere popolare, quindi, che si costruisce dal basso, dalla fabbrica o dalla comunità, dalla produzione o dal territorio, che aspira a togliere l’egemonia a quelli in alto, al loro Stato e alle loro Leggi. Un processo costituente di nuove istituzioni che sorgano dal movimento in sostituzione di quelle esistenti.

Cioè a quelle del potere costituito che, quando però tocchi interessi forti e crei esempi pericolosi, ossia quando ‘dai fastidio’, reagisce. Per cui ti devi difendere innanzi tutto creando un consenso sociale nel territorio e essendo parte del più generale conflitto sociale e di classe; moltiplicando e collegando tra loro esperienze di autogestione. Anche dal punto di vista materiale, economico e non solo politico. E anche garantendo una ‘protezione’ di fronte agli attacchi burocratico-ammnistrativi e repressivi.

E’ la stessa perdita di riferimenti per le sconfitte dei progetti alternativi, tutti, che rende ancor più necessario non solo linguaggi diversi, tempi di maturazione diversi, ma anche una centralità delle pratiche con valenza di alternativa economico-sociale immediata: reti territoriali, orizzontali, ‘fuorimercato’, che costituiscano nel concreto – e non solo nei discorsi – luoghi potenziali di controegemonia.

Sperimentazioni interessanti di ricomposizione di classe che alludono al potere popolare in questa fase storica di ripiegamento dei movimenti le troviamo anche oggi in Italia e in forma più dispiegata anche non lontano da noi, in Spagna o in Grecia

ad esempio: l’occupazione delle case di proprietà delle banche da parte delle famiglie sfrattate (si tratta di gente comune e non di militanti, i quali si mettono in questi casi al servizio dell’occupazione); oppure, venendo meno il ruolo trainante della fabbrica come luogo di contropotere che un tempo si proiettava sul territorio, hanno acquisito centralità i servizi pubblici, in cui si rimette in discussione il concetto di ‘pubblico come proprietà privata dello Stato’ per affermare il concetto di bene comune, quindi da gestire da parte dei lavoratori e degli utenti: è il caso di alcuni ospedali in Grecia, ma anche a Madrid, che resistono ai tagli alla sanità con forme di autorganizzazione dal basso che coinvolgono tutti i soggetti e che mettono in discussione il potere costituito.

Un riferimento politico rilevante costituiscono le esperienze indigene più avanzate di autogoverno e anche più durature nel tempo, come quelle zapatiste in Chiapas o in altre realtà latinoamericane. Esse si poggiano sull’alto valore della tradizione storica delle realtà comunitarie precapitalistiche. Naturalmente, appena fuori dal territorio della comunità, il rapporto economico con il mondo esterno pone però anche a queste inevitabilmente il problema del dominio delle leggi del Mercato. Analogamente si potrebbe dire delle altrettanto straordinarie esperienze curde ad esempio nelle comunità del Rojava.

Anche le imprese recuperate argentine, in un contesto industriale capitalistico rappresentano un punto di riferimento per analoghe sperimentazioni di riappropriazione dei mezzi di produzione in vari paesi. Se da un lato, fondandosi sul ‘bisogno’ di reddito e sul fondamentale recupero dei macchinari, dimostrano che lavorare senza padroni e in autogestione è possibile, dall’altro restano spesso su un terreno di ‘conservazione’ in qualche modo ‘obbligata’ nel tipo di produzione e soprattutto nel rapporto col Mercato, dove pende costantemente la spada di Damocle della concorrenza. La loro continuità nel tempo è prova in ogni caso di uno spazio reale per “l’Economia dei lavoratori e delle lavoratrici”, come è stata definita nel corso degli incontri internazionali svoltisi in questi anni, e a cui vale la pena di dare impulso.

Come far avanzare e su quali terreni autonomia economica e potere popolare in società capitalistiche avanzate?

L’isolamento in micro realtà o ‘micropoteri’ locali o viene tollerata in quanto marginale o è destinata con ogni probabilità a una fine certa oppure al suo riassorbimento nell’ambito del sistema. Quindi queste sperimentazioni devono darsi forme di resistenza organizzate. Margini certamente maggiori esistono - come abbiamo cercato di spiegare - relativamente ai fondamentali dell’esistenza, ossia beni comuni come l’acqua, il cibo, la terra.

Costruire Fuorimercato come organizzazione nazionale vuole essere un contributo in questa direzione. Lavorando cioè sul pezzo scoperto del movimento, o meglio in direzione di costruire su questa esigenza uno ‘spazio’ e anche un movimento, senza staccarsi mai dalle proprie radici e dando costantemente risposte alle domande della propria comunità.

Relazione di Marie Moise


Per una genealogia femminista del mutualismo.

Questo mio intervento è un tentativo di connettere tra di loro in una costellazione storica quelle stelle di esperienza mutualistica che hanno brillato nel corso del tempo, dalla rivoluzione francese ai giorni nostri. Vuole inoltre proporre una genealogia femminista intersezionale del mutualismo, per individuare le pratiche con cui le subalterne hanno risposto a questo sistema di sfruttamento, che qui è compreso non solo a partire da un’asimmetrica divisione sociale del lavoro, ma anche sessuale e razziale (anche se non avrò modo di approfondire quest’ultimo aspetto). E il lavoro qui analizzato non è solo il lavoro produttivo e salariato, ma anche il cosiddetto lavoro di riproduzione sociale, ovvero quell’insieme di attività - non retribuite e imposte storicamente alle donne - di cura e riproduzione della vita umana, in termini biologici, ma anche di riproduzione quotidiana della forza lavoro e delle condizioni stesse per la riproduzione del sistema.

Le prime società di mutuo soccorso tra la rivoluzione francese e gli inizi del Novecento hanno sistematicamente escluso le donne. Tra i primi teorici del mutualismo, Pierre-Joseph Proudhon in testa, è forte l’idea che le donne siano degli esseri inferiori per natura. Tale concezione è alimentata da una idea della femminilità come condizione patologica. La gravidanza, nello specifico, è considerata una malattia. Con queste premesse l’esclusione delle donne dalle società di mutuo soccorso è giustificata con l’argomentazione, diffusa nel senso comune, che le donne si ammalino più spesso degli uomini. Di conseguenza l’assistenza sanitaria alle donne sarebbe troppo onerosa per le organizzazioni di mutuo soccorso.

Ma dagli albori del mutuo soccorso e da ben prima, a ben guardare, le donne hanno sempre risposto e lottato contro la misoginia attraverso pratiche di solidarietà reciproca.

1835. Flora Tristan rielabora la sua esperienza di migrazione, povertà e violenza di genere in una proposta politica e sociale, pubblicata a Parigi con il titolo: “Necessità di dare buona accoglienza a donne straniere”. Analizzando la divisione in classi sociali, intrecciata al lavoro di riproduzione sociale delle donne, e intuendo l’oppressione dei soggetti in migrazione, Tristan progetta una struttura associativa per l’accoglienza delle donne migranti:

“ogni epoca in cui una parte della società soffriva e sentiva il bisogno di un cambiamento, delle associazioni hanno anticipato le riforme. queste associazioni avevano come obiettivo di aiutarsi tra di loro, mutualmente, di soccorrere i fratelli afflitti e perseguitati, perché, deboli come siamo noi, considerati individualmente, non è che nell'Unione che possiamo riporre la forza. [...] Cominciamo allora con mano ferma a sollevare la bandiera del mutuo soccorso, costruiamo un’intera società [...] ospitale, e solleviamo una parte di questi esseri che soffrono”.[1]

1849. Jeanne Deroin e Pauline Roland sono tra le fondatrici dell’Union des association ouvrières (Unione delle associazioni operaie). Lo statuto dell’Unione non soltanto prevede la partecipazione delle donne, ma una presa in carico da parte dell’associazione di anziani bambini e invalidi. L’Unione prevede, inoltre, una strutturazione in tre comitati, uno di produzione uno di consumo e uno di redistribuzione il cui lavoro è approvato da un’assemblea generale dei soci, secondo il principio “a ciascuno secondo i proprio bisogni”. A questi si affiancano anche un lavoro di educazione e alfabetizzazione.[2] Arrestata e poi esiliata, Deroin, scrive in diretta polemica, teorizzando modelli di mutualismo incentrati non soltanto sulla produzione ma anche sulla riproduzione sociale e scrive:

“Affermiamo in nome della sacra legge della solidarietà che nessuno ha il diritto di essere completamente libero e felice fino a che vi sarà un solo essere oppresso e sofferente.”[3]

1 marzo 1862. Nasce a Milano l’Associazione generale di mutuo soccorso ed istruzione delle operaie, 587 socie, per iniziativa del corrispettivo maschile dell’associazione, ma la direzione, l’economia e contabilità, l’intera gestione dell’associazione è in mano alle donne. L’associazione prevede un sussidio malattia e di maternità in cambio di una quota mensile e di una tassa d’iscrizione proporzionata all’età.[4]

23 ottobre 1872. A Bondeno Ferrarese un’alluvione devasta il paese. Su iniziativa in particolare di una marchesa della regione, la marchesa Pepoli, si attiva una raccolta fondi per le vittime dell’alluvione. Il ricavato della cassa di solidarietà viene trasformato per iniziativa della marchesa nel capitale di partenza per una cooperativa che associa le operaie tessitrici di Bondeno, le principali vittime dell’alluvione. Di lì a poco inizierà la produzione.[5]

Come emerge da queste esperienze le prime forme mutualistiche rivolte alle donne in Italia hanno un’impronta paternalistica e assistenziale, dalle quale tuttavia le donne si renderanno ben presto autonome, intrecciando cooperativismo, mutualismo e lotta sindacale.

1883. Nasce a Milano la Fratellanza artigiana per iniziativa della lavoratrici stesse. La società assicura sussidi di malattia, maternità e scuole gratuite di cucitura meccanica. A queste si connette un’attività politico-sindacale, con la quale la Fratellanza rivendica la dignità delle associate in quanto donne e lavoratrici: “una vittoria non l’abbiamo ancora conseguita - afferma una delle fondatrici, Angela Maffi - ma ci siamo procurate coll’associazione i mezzi di ottenerla. Siamo migliori di quanto non l’eravamo prima, perchè abbiamo messo a servigio l’una dell’altra le nostre forze separate, le nostre modeste idee, le aspirazioni nostre.”[6]

15 maggio 1896. Dal primo sciopero di donne in Italia nasce una delle più importanti cooperative di produzione gestita da donne.

Lo sciopero viene lanciato dalle trecciaiole, le lavoratrici della paglia, nella periferia fiorentina. Le trecciaiole erano lavoratrici salariate per conto di un padrone, ma allo stesso tempo lavoratrici a domicilio. In una condizione di fortissimo isolamento, lavoravano per salari letteralmente da fame, entro le mura domestiche.

La lotta di queste lavoratrici è stata a lungo inibita non soltanto dalla paura del padrone, ma anche dal quadro familiare, in cui mariti e fratelli vietano alle donne di uscire di casa a protestare. Ma l’insofferenza delle trecciaiole si acuisce a causa della speculazione che i fattorini fanno sul loro lavoro al momento della consegna del prodotto ai negozianti. Il 15 maggio 1896 le trecciaiole scendono in piazza, vanno inizialmente all’attacco dei carretti dei fattorini, li ribaltano e li incendiano, passano davanti alle industrie della regione incitando i lavoratori a scioperare in solidarietà. Infine arrivano a Firenze dove bloccano i binari dei tram, circondano il municipio e si scontrano fisicamente con la polizia. Gli arresti che ne conseguiranno, susciteranno però la solidarietà dell’opinione pubblica. La camera del lavoro interviene allora nella mobilitazione e il 16 giugno 1896 nascono le prime due cooperative di trecciaiole, per un totale di 683 socie, che salirà a un paio di migliaia nel giro di poco tempo, eliminando i profitti degli intermediari.[7]

1899. Da alcune socie dell’Associazione generale di mutuo soccorso e di istruzione delle operaie, nasce in via Moscova a Milano, l’Unione femminile. Essa mette in rete e coordina decine di associazioni femminili, attività produttive ed educativo-culturali, guardando al modello della federazione italiana delle società di mutuo soccorso e alla Lega delle cooperative. L’Unione femminile diviene non soltanto un collettore ma anche un moltiplicatore di iniziative di intervento sociale e politico. Tra le attività, si annoverano gli sportelli di assistenza per ottenere sussidi, un ufficio di collocamento delle domestiche insieme a una struttura abitativa temporanea per le giovani in cerca di lavoro, i giovedì delle socie (ovvero momenti di discussione politica informale e conoscenza tra le associate), un laboratorio di produzione tessile, e infine la Fraterna, ovvero la società di mutuo soccorso delle piscinine - le piccoline, in milanese- fondata in seguito e a sostegno del loro sciopero del 1902.[8] Il 23 giugno di quell’anno 250 bambine tra i 6 e i 15 anni, sulla carte apprendiste sarte, ma di fatto lavoratrici quasi schiavizzate si mettono in sciopero e scendono in corteo, 75 di loro perderanno il lavoro. l’unione femminile interviene in loro sostegno, inaugurando una società di mutuo soccorso per loro, insieme a una scuola di formazione e degli spazi che rispondano anche alle necessità ludiche e ricreative delle lavoratrici bambine.[9]

1973, nasce in francia il Mouvement pour la liberté de l’avortement et de la contraception (Movimento per la libertà dell’aborto e della contraccezione), che mette in rete associazioni, partiti ma anche molte singole donne e moltissimo personale ospedaliero che sostiene il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Nascono in diverse città di francia delle cliniche autogestite e clandestine di pratica dell’IVG sulla base delle reti di solidarietà e del contributo di medici e infermiere/i. Nel giro di poco tempo il movimento conta 15000 aderenti e migliaia di IVG praticate. La principale motivazione, che spinge le donne a rivolgersi al movimento è la condizione di difficoltà economica. La pratica dell’IVG in forma autogestita e illegale portata avanti dal movimento, ha un impatto fortissimo sulle politiche del governo. Nel 1975, con la Loi Veil, l’aborto in Francia diventa legale.[10]

1896. Nasce a milano il primo centro antiviolenza autogestito dalle donne. Si chiama ancora oggi Casa delle donne maltrattate di Milano.[11] La sua nascita si deve all’attivazione di una cassa di solidarietà con cui le donne dell’UDI (Unione Donne Italiane), raccolgono un milione di Lire, ovvero il quantitativo che permette il pagamento dell’affito della prima casa segreta per le donne vittime di violenza.[12] In queste strutture trovano rifugio le donne che per fuoriuscire da relazioni violente e salvarsi la vita hanno bisogno di entrare in clandestinità.

Le parole chiave di questo lavoro sono l’auto-aiuto, l’autodeterminazione, e l’empowerment[13], termini che arricchiscono di sfumature in realtà sostanziali la pratica del mutualismo. Esse indicano che nella dimensione collettiva si lavora per alimentare nella singola persona le risorse, la forza per lottare e resistere, ma è soltanto nella relazione, reciproca e circolare che questo si può dare, e che permette a chi fuoriesce dalla violenza di restare nella rete, a supporto di chi arriverà dopo.

8 marzo 2016. Il movimento femminista di Non una di meno, costruisce in Italia il primo sciopero produttivo e riproduttivo contro la violenza di genere. A costruirlo, in rete, sono i centri antiviolenza, i consultori e le consultorie autogestite, i progetti di educazione alle differenze nelle scuole, in breve: le donne e li soggetti direttamente colpiti dalla violenza di genere, sul lavoro, in casa, nel rapporto con le istituzioni.

La costruzione dello sciopero ha tra le sue pratiche una cassa di mutuo soccorso che rimborsi la giornata di lavoro di sciopero a chi ne abbia abbia necessità, spazi di lavoro di cura socializzato come asili in piazza, pranzi collettivi, sportelli di assistenza.

25 novembre 2017. Esce in italia il primo Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere. Un lavoro di scrittura condivisa che ha messo in rete migliaia di donne, assemblee territoriali e nazionali, con cui si è arrivati ad un’analisi complessiva di tutte le sfumature di un fenomeno, la violenza, inteso come strutturale nel sistema produttivo e riproduttivo. Per ogni sfumatura della violenza si rivendicano in questo piano le soluzioni concrete e possibili, e gli strumenti per concretizzarle. Tra questi oltre allo sciopero,il mutualismo e la solidarietà.[14]

La parola d’ordine con cui Non una di meno definisce il mutualismo è #wetoogether.

E’ la risposta ai milioni di #metoo (“anche io”), l’hashtag con cui le donne di tutto il mondo hanno iniziato a denunciare pubblicamente di aver subito violenza. #wetoogether è il modo per dire che milioni di “io” che hanno lo stesso vissuto di violenza e sfruttamento devono diventare un grandissimo “noi”, un “noi-insieme”, in cui avere cura l’una dell’altra, aiutarsi a vicenda a resistere, sopravvivere e uscire insieme da quella stessa condizione.

Da questa breve genealogia femminista delle pratiche mutualistiche quello che mi sembra emergere è che il mutualismo è una risposta, non soltanto alla divisione sociale del lavoro ma anche alla divisione sessuale di questo. La solidarietà reciproca tra quei soggetti che, in quanto assegnati al genere femminile, si trovano a dover svolgere il lavoro di riproduzione sociale del sistema oltre che il lavoro salariato in condizioni di precarietà strutturale e salari più bassi, è un trampolino di lancio per rompere questa divisione.

In secondo luogo, la solidarietà reciproca tra chi sta da una parte e dall’altra di questa divisione sessuale del lavoro si trasforma invece nella sperimentazione, nel qui ed ora, di un nuovo modo di stare insieme, in società, che non soltanto è possibile ma, urgente e necessario.

Tutte queste forme di mutualismo si concretizzano come strumenti di sopravvivenza per chi non riesce a sopravvivere altrimenti, come strumenti di coagulazione delle forze, per rivendicare e fare vertenza contro chi la forza la monopolizza. Infine, ma non da ultimo, il mutualismo si concretizza come pratica di relazione umana, basata sulla cura reciproca, cura dell’altro che diviene cura di sè, ovvero di un soggetto collettivo, impensato, in formazione.


[1] http://www.communianet.org/lotte-di-classe/necessit%C3%A0-di-dare-una-buona-accoglienza-alle-donne-straniere-flora-tristan-1835

[2] Cf. M. Dreyfus, Les femmes et la mutualité française. De la Révolution française à nos jours, Editions Pascal, Parigi 2006, pp.23-24; A. Ranvier, Une féministe de 1848: Jeanne Deroin, Revue d'Histoire du XIXe siècle - 1848  Année 1908  24  pp. 317-355

[3] J. Deroin, Association fraternelle des démocrates socialistes des deux sexes - Pour l'affranchissement politique et social des femmes, Imprimerie de A. Lacour, Parigi 1849, p.4 (Traduzione mia)

[4] Aa Vv, L’audacia insolente. La cooperazione femminile 1886-1986, Marsilio Editori, Venezia 1986, p.23ss

[5] Ibidem, p.27ss

[6] Ibidem, p.30

[7] Ibidem, p.45ss; Cf anche F. Gambacciani, Il primo sciopero femminile fu nella piana: a guidarlo le trecciaiole, Piananotizie. Quotidiano online della piana fiorentina, 06/05/2015.

[8] Ibidem, p.79ss; Cf anche Studio Origoni e Steiner con L. Pergego, R. Cesani e T. Moltoni (a cura di), Storia dell’Unione femminile nazionale, materiali della Mostra storica dell’Unione femminile nazionale, Milano 2013.

[9] F. Imprenti, Operaie e socialismo. Milano, le leghe femminili, la Camera del lavoro (1891-1918), Franco Angeli, 2007, p.180ss.

[10] Michelle Zancarini-Fournel, « Histoire(s) du MLAC (1973-1975) », Clio. Histoire‚ femmes et sociétés [En ligne], 18 | 2003, 18 | 2003, 241-252.

[11] www.cadmi.org

[12] Ringrazio Marisa Guarnieri, presidente onorario di CADMI, di avermi raccontato questa storia.

[13] https://www.direcontrolaviolenza.it/i-centri-antiviolenza/

[14] Abbiamo un piano “Al fine di rompere la frammentazione e l’isolamento che contraddistinguono il mondo del lavoro contemporaneo, riteniamo fondamentale riaffermare, tra le nostre pratiche femministe, l’importanza della costruzione di nuove reti solidali e di mutuo soccorso, riaffermare cioè, contro la barbarie, l’individualismo e la solitudine, la potenza dell’essere in comune, il sostegno, la sorellanza. Mutualismo e solidarietà contro le ritorsioni datoriali, contro i ricatti, le molestie, le discriminazioni e ogni forma di violenza dentro e fuori i posti di lavoro; reti di supporto tra le lotte, creazione di casse di resistenza per sostenere le stesse e le situazioni di difficoltà delle lavoratrici; spazi - sulla scia della storia dei movimenti femministi che hanno rivendicato, costruito e autogestito servizi delle donne per le donne espropriando al dominio maschile conoscenze e decisioni - dove sia possibile rimettere al centro i propri bisogni e desideri, l’ascolto e il mutuo aiuto, scambio e autoformazione sui diritti che abbiamo e quelli che vogliamo conquistare”. p. 31. https://nonunadimeno.files.wordpress.com/2017/11/abbiamo_un_piano.pdf

Relazione di Salvatore Cannavò


A – Tre Premesse:

1. l’esaurimento del ciclo storico del movimento operaio.
Partito e sindacato hanno rappresentato i due corni distinti di una fiamma che ha crepitato per circa un secolo e che, spesso facendosi Stato o comunque dipendendo dallo Stato e integrandosi in esso, ha determinato una specifica fisionomia del movimento operaio.
Quella costruzione non esiste da tempo il che non significa che non esistano sindacati o lotte sindacali, ma che non esiste una costruzione politica, un insieme sinergico e quindi una soggettività della trasformazione che, almeno fino alla fine degli anni 60, era “LA” soggettività.

2. necessità di ragionare in termini di ricostruzione dei due elementi portanti: la solidarietà materiale e un orizzonte ideale. La prima è talmente divelta che un partito “di sinistra” come il Pd italiano e un altro che incarna la sinistra del futuro, cioè Macron, sono arrivati al punto da coniare il reato di solidarietà, colpendo coloro che aiutano i migranti a non morire.

3. recupero di piste di ricerca negli albori movimento operaio, un ritorno alle origini non come mito originario e purificatore, nemmeno come ricorso storico o teoria di una storia a cicli. La storia va avanti e deve conservare la memoria di tutto il passato, compresi gli errori.

L’idea di questa esposizione è che nelle storie dell’origine, nei canoni fondativi ci sia un Codice sorgente di percorsi utili alla teoria e all’azione politica e sociale. Del resto questo codice ha permeato gran parte della storia del movimento operaio del Novecento: case del popolo, solidarietà di classe, il “paese nel paese” di cui parlava Pasolini, la comunità popolare o operaia in certe zone ad alta concentrazione proletaria (si pensi ai libri di Alberto Prunetti che non a caso percorre il filo della narrativa working class).

A un certo punto però quel codice si è perso, è stato trasferito in un'altra dimensione, quella statuale tramite i due strumenti del partito e del sindacato. Non percorriamo ora un’analisi di questo tipo, l’osservazione serve solo a sottolineare che un filo rosso ha percorso gli ultimi 150 anni ma anche che diverse vicende lo hanno strappato.

 

B - Un po’ di storia

Il movimento cooperativo propriamente organizzato, nato dalle intuizioni del socialista utopico Robert Owen, ha cominciato i suoi passi in Inghilterra, a Manchester dove nel 1844 nacque l’esperimento dei “Probi pionieri di Rochdale”. La cooperativa doveva occuparsi del commercio di generi alimentari di prima necessità. Dal rifiuto del modello tradizionale e dall’adozione di nuove regole organizzative nacquero i Rochdale principles basati su valori di mutualismo e aiuto reciproco, democrazia, auto-responsabilità, uguaglianza, equità. L’inizio, dunque, si carica già di una doppia valenza: una necessità di solidarietà concreta e una utopia: Come scrive Karl Marx «nelle utopie di un Fourier o di un Owen si leggono i presentimenti e l’espressione fantastica di un mondo nuovo».

Tra il 1840 e a fine del secolo il mutualismo si sviluppa in Europa, soprattutto in Italia, Francia e Inghilterra. Nel 1869, a Londra si terrà il primo congresso nazionale delle cooperative inglesi cui partecipano però 18 delegati di altri paesi (sui 112 totali) provenienti da Germania, Francia, Italia, Danimarca, Svezia, Svizzera e Grecia.
Questa crescita spingerà così Marx, nell’Indirizzo inaugurale all’Associazione internazionale dei lavoratori, a sostenere che “tra i due fattori positivi successivi alla sconfitta del 1848 ci sono la legge sulla giornata di lavoro a dieci ore e il movimento cooperativo” e “specialmente, le manifatture cooperative erette attraverso gli sforzi spontanei di alcuni uomini audaci”.

Per dare il senso dello sviluppo in Italia:

Sui dati raccolti dalla Statistica del Regno d’Italia, si contano su tutto il territorio
443 società nel 1862
1447 nel 1873,
2091 nel 1878,
4896 nel 1885.

Si trattava di associazioni che organizzavano attorno alla caratteristica della “fraternità” e dell’aiuto solidale fornendo aiuto e sostegno economico al socio in malattia, istruzione ed educazioni ai figli, inserimento nel mondo del lavoro, fino alla creazione di un credito operaio.

Le associazioni erano anche occasioni di vita sociale, luoghi di incontro e di relazioni fuori dalla vita assillante della fabbrica o dei campi. E quindi sedi di discussione o di confronti di problemi comuni, occasioni di legami che venivano cuciti per la prima volta e che, come vedremo, permetteranno un primo passaggio molto importante, quello dalla solidarietà alla “resistenza”.

Come scrive Maria Grazia Meriggi “il mutualismo è stato l’organismo a cavallo tra il movimento operaio e la filantropia” e non è un caso che nell’indirizzo inaugurale Marx si scagli contro quest’ultima. Lo sviluppo industriale di fine secolo, infatti, pone una nuova “questione operaia” a cui le classi dirigenti non sanno come rispondere se non con una repressione durissima ma che alla lunga non è sostenibile. E così si produce un’apertura nei confronti del mutualismo visto come “un lenitivo delle varie sofferenze, dei disagi provocati da salari da fame o da malattie prive di alcun rimedio”.
In questa crescita si determinano gli scontri, fino alla vera frattura del 1885, tra la componente più moderata, mazziniana, operante in termini di assistenza ai bisognosi e una rete di società che guarda in larga parte alla Prima internazionale, incubando la nascita dei partiti operai e socialisti.

Si verifica quindi una polarizzazione tra società di mutuo soccorso, e cooperative, funzionali al mantenimento del capitalismo nascente e società, e cooperative, conflittuali. Questa dicotomia farà esplodere contraddizioni verso la fine del secolo quando la questione operaia sarà ancora più dirompente. E con essa anche la crescita delle stesse società di mutuo soccorso.

Nel saluto di Marx si intravede già la prima polemica tra il mutualismo filantropico e quello che si incamminerà verso il movimento socialista.
La posizione di Marx è chiara:
Per favorire il lavoro cooperativo sono indispensabili “cambiamenti sociali generali, trasformazioni delle condizioni generali della società, realizzabili soltanto con l’impiego delle forze organizzate della società, cioè del potere governativo strappato dalle mani dei capitalisti e dei proprietari fondiari e posto nelle mani dei produttori”.

Lo scontro si tradurrà poi nello scontro più generale interno all’Internazionale, a fratture storiche che si ripercuoteranno nel Novecento e che oggi dovremmo invece considerare azzerate.
(Se c’è un lavoro da fare va fatto verificando tutte le ipotesi e prendendo il meglio da ognuna di essere, mescolando le appartenenze e costruendo insieme nuove identità)

La frattura con i mazziniani, in ogni caso, spinge le società operaie orientate a una solidarietà di classe a formare i primi partiti.

Esperienza di particolare interesse è il Partito operaio, da cui Pino Ferraris, nel suo fondamentale “Ieri e domani”, estrae la categoria di “Partito sociale”:

un progetto di associazionismo operaio che “sviluppava un processo di auto-organizzazione operaia che rompeva con l’interclassismo mazziniano e sottraeva i lavoratori alla strumentalizzazione elettorale dei radicali e democratici ‘borghesi’”.

In particolare quel partito riusciva a superare anzitempo quella che sarà una rigida suddivisione imposta al movimento operaio, tra “politico” e “sociale”: quel partito, sociale, riesce a porsi compiti politici senza nessun problema. La categoria di “partito sociale” credo sia superata oggi, anche perché i partiti sono riusciti a rendersi incompatibili a qualsiasi mutazione del proprio ruolo. Quelle intuizioni però sono utili.

Ancora più interessante, per Ferraris, e anche per me, è il Partito operaio Belga profondamente connesso alle esperienze mutualistiche, in particolare alle cooperative per il pane che svolgono un ruolo importantissimo nel corso dello sciopero dei minatori del Borinage, riforniti di 30 tonnellate di pane negli anni 80 dell’800. E’ in questa multiformità e in questa capacità di coniugare solidarietà positiva e solidarietà negativa, quindi mutualismo e resistenza, costruzione di legami sociali e progettazione del futuro, ma anche lotte contro il capitalismo sfrenato che nasce quel sindacalismo a insediamento multiplo, categoria interessante anche per l’oggi.

Anche perché è l’antesignana del “Mutualismo conflittuale”: non solo lenitivo delle sofferenze provocate dal capitalismo ma anche mutualismo che si batte per allargare diritti, condizioni di vita e di benessere, relazioni umane solidali, rapporti uomo-donna sottratti alla violenza.

Proprio nel momento in cui si sposa alla resistenza il mutualismo abbandona le sue radici “migliorative” di origine borghese e repubblicana, o filantropiche, e si apre alla solidarietà di classe. Lo sciopero dei tessili biellesi del 1878, ricorda Ferraris, si meritò un’inchiesta parlamentare e la responsabile dei “tumulti” fu individuata dal governo di allora nella Società operaia di Mutuo soccorso dei tessitori di Crocemosso che per questo motivo fu sciolta. Nel 1831 a Lione all’origine della sciopero dei tessitori che rivendicano un aumento delle tariffe si trovava la Societé du Devoir mutuel.
Questa politicità dell’associazionismo operaio è dimostrata dal fatto che è stato questo’ultimo a formare i primi partiti, come si evince dal processo di formazione del Partito socialista; sono le società operaie che organizzano i primi scioperi coniugando la solidarietà positiva, fatta di aiuto “fraterno”, e la solidarietà negativa, contro la ferocia del capitalismo sorgente. E quindi le prime lotte, vertenze, i primi disordini.

Sul finire dell’800 nel movimento operaio prevale però quello che è stato definito il modello tedesco: la strada per il socialismo imbocca la rotta elettorale, soprattutto dopo la vittoria del Partito socialdemocratico tedesco nel 1890 e la dimensione “politica-politica” si separa da quella sociale che viene affidata innanzitutto al sindacato e poi, in forma più ancellare, alle cooperative, alle mutue, relegate a un ruolo di secondo piano. La coppia mutualismo/resistenza si trasforma nella coppia partito/sindacato con una rigida compartimentazione dei ruoli e con l’integrazione del partito come si è storicamente affermato nello Stato.

Come detto non è intenzione di questo intervento ripercorrere le vicende del Novecento, dovremmo fare un altro convegno se ci interessa. Quello che vale la pena sottolineare è che non stiamo facendo un esercizio di storia, ma cerchiamo di cogliere indicazioni utilizzabili anche oggi.


Cosa è interessante allora di queste vicende, e qual è il Codice sorgente che ci interessa preservare?
Quel codice credo che sia oggi generatore di quattro programmi che vanno ovviamente sviluppati.

1) Il primo è la funzione della solidarietà. Stefano Rodotà coglie molto bene come dopo il 1848 la terza parola della Rivoluzione francese, Fraternità, si tramuti nella consapevolezza degli operai in Solidarietà, elemento “costitutivo” della Repubblica e della struttura costituzionale più moderna. “La solidarietà – scrive Rodotà nel libro Solidarietà, un’utopia necessaria - nasce come concetto strutturato (discours construit), come ideologia, alla fine del XIX secolo: essa implica allora una nuova rappresentazione del legame tra sociale e politico (corsivo nostro), che porta a una profonda trasformazione dei modi di gestione del sociale e delle forme di intervento pubblico. Il solidarismo è quindi il mezzo per radicare la Repubblica dotandola di una nuova legittimità.

Nel concetto di solidarietà, in quella coppia mutualismo/resistenza, che traduciamo oggi in mutualismo conflittuale, c’è un elemento vitale di un mutuo soccorso come forma alta di solidarietà in grado di lasciare sul terreno piccoli accumuli di coscienza per espandere la solidarietà di classe.
La dialettica tra “solidarietà contro” e “solidarietà per” si carica quindi non solo di una strumentalità relativa all’azione necessaria: esco dalla cooperativa per conquistare un diritto sociale o per solidarizzare con qualcun@ vittima di un sopruso. Costruisce una dimensione multipla e definisce più compiutamente il mutualismo come pratica sociale basata su una identità politica complessiva.

2) Un terreno denso di potenzialità quindi è quello del Sindacalismo a insediamento multiplo. Con questa definizione si intende l’attività che coniuga la mutualità, che risponde a bisogni essenziali della classe operaia dell’epoca, con la resistenza e la lotta per strappare conquiste e diritti. Scrive Ferraris: “Il reciproco aiuto per servizi di tipo mutualistico diventa momento di costruzione della solidarietà e della coesione necessaria a esprimere la forza della rivendicazione sindacale”. Le tonnellate di pane delle Case del popolo ai minatori in sciopero.

Il mutualismo conflittuale è la categoria che può aderire al concetto di sindacalismo a insediamento multiplo. Una cooperativa in grado di recuperare una fabbrica, un terra o semplicemente del lavoro che si lega a una attività associativa di difesa e presidio di diritti; il sindacato come associazione di lavoratori e lavoratrici sul posto di lavoro in grado di tenere il filo della resistenza; l’assistenza legale, mutualistica; l’assistenza sanitaria, anche finanziaria con moderne banche di mutuo soccorso; la banca del tempo per sostenere collettivamente il peso della riproduzione sociale, da mettere in connessione, coordinando il lavoro di molti; la piccola cooperativa sostenibile in grado di creare lavoro e di rilanciare una nuova costituzione economica; moderne camere dei lavori in cui far dialogare tutto questo; il mutualismo femminista.

L’insediamento multiplo, tra l’altro, nella sua intenzione di esplorare forme diverse di intervento permette, nel caso fosse recepito da reti, strutture e movimenti, di adottare forme di coordinamento a rete senza per questo dover essere integrato in una forma organica come erano il partito operaio italiano o belga. Quindi non nella forma, pure indicata a suo tempo, meritoriamente, del “partito sociale” che però non si è sviluppato perché proposto a un partito nettamente istituzionale.

Adotta una lotta
Sull’esempio dei wobblies americani, l’associazione statunitense Jobs with justice ha rilanciato negli anni 90 la parola d’ordine “Adotta una lotta”: convergere in molti e tutti assieme là dove c’era da rimediare a un torto, un diritto spezzato, un licenziamento ingiusto. Costruire esemplarità attorno a una vertenza mettendo in gioco un dispositivo di strumenti plurali, non per forza sovrapposti. L’iniziativa può giovarsi del metodo dell’esperienza esemplare, una singola azione che acquisti una valenza generale, riconoscibile ed, eventualmente, replicabile. Ma può vivere anche nella pratica diffusa dello sciopero, a cominciare da quello, inedito e denso di implicazioni, dello sciopero femminista dell’8 marzo, giornata in cui il mutualismo conflittuale può trovare lo spazio comune che serve.

3) Il fare da sé, l’agire da sé.

Attorno alla solidarietà come “discorso costitutivo” del sentimento repubblicano, si costruisce un processo di soggettivazione, ci si riconosce mutualmente solidali e quindi uniti e unite. E si accumulano percorsi di critica dell’esistente e progetti di trasformazione della realtà.
La coscienza può svilupparsi nelle azioni di resistenza, in quella “solidarietà negativa” che è così consustanziale alla vertenza. Ma si arricchisce di un elemento propositivo e di una dimensione utopica se agisce motivata dalla solidarietà positiva, quella che nella libera associazione trova il suo compimento. In questa dialettica negativo-positivo, resistenza-mutualismo, si disegnano gli spazi per l’inserimento di un elemento nevralgico: il pensiero, l’intendimento della realtà e delle sue contraddizioni, la delineazione di una società migliore. Senza pensiero, cultura, intelligenza politica, il mutualismo e la resistenza ripiegano sull’esistente e si accartocciano. Un pensiero figlio della composizione materiale delle esperienze in divenire, che si forma nello studio e nella condivisione dei saperi, fianco a fianco alle esperienze concrete. Non è prerogativa separata di un partito di illuminati.
Il “farsi società” ha bisogno di condensazioni del pensiero. Le associazioni mutualistiche del XXI secolo hanno bisogno di costruire i propri centri studi, le proprie biblioteche, i propri corsi seminariali, perché solo in questo modo l’esperienza mutualistica e il sindacato a insediamento multiplo possono contribuire alla costruzione di una coscienza collettiva adeguata alle sfide per la trasformazione sociale. La dimensioni sociale e quella politica stanno quindi insieme in strumenti che pensano mentre fanno e fanno ciò che pensano

Ovviamente la solidarietà e il fare da sé, il non agire attraverso lo Stato, portano il rischio di sostituirsi allo Stato, cioè al Welfare, quindi di finire in pasto alla sussidiarietà. E’ questa la concezione che vige in Europa e che il Parlamento ha codificato in una apposita deliberazione. Qui il mutualismo conflittuale deve dare la prova di sé come strumento che allarga e codifica diritti: se c’è un presidio sanitario, questo deve servire a strutturare un intervento gratuito e garantito a tutti e tutte; lo strumento degli usi civici va in questa direzione. Ma per risolvere questo problema occorre codificare una nuova “costituzione sociale”, una nuova gamma di diritti e di garanzie di soddisfazione dei bisogni.

4) Da qui discende la quarta conseguenza, il mutualismo e in particolare la cooperazione, come pratica effettiva di autogestione, partecipazione diretta, rappresentano un viatico formidabile, anche se difficile, a forme di Autogoverno.

Credo che una necessità, cui accenno soltanto perché è molto densa, e ha animato una discussione profonda per oltre un secolo, sia quella di codificare diritti, strappare quello che a fine Ottocento è stato definito un “diritto proletario” e una “costituzione sociale” come viatico per una società alternativa.

Il mutualismo ha anche questa funzione, rivendica già forme più avanzate di democrazia, contro la crisi strisciante della democrazia liberale che è evidente in maniera lampante.

Serve una democrazia fondata sull'autogoverno con tutto quello che comporta: partecipazione democratica effettiva, revocabilità dei delegati, capacità di conciliare democrazia diretta e democrazia delegata, autogestione e forme di pianificazione democratica.
Problemi immensi lasciati irrisolti dal Novecento che pure ha fatto le sue prove generali su ognuno di essi: la Rivoluzione russa, i Consigli operai in Italia, la guerra di Spagna, l’autogestione jugoslava, la rivolta ungherese, Solidarnosc, lo zapatismo, il socialismo del XXI secolo con tutte le sue contraddizioni.

E non a caso, al fondo di ogni esperienza, guardando bene in controluce, si trovano un’intuizione che nasce anch’essa nella seconda metà dell’Ottocento trovando il suo codice sorgente nell’esperienza della Comune e da cui discende una parola d’ordine che non ha smesso di generare forza: “L’emancipazione dei lavoratori è opera dei lavoratori stessi”. Oggi il termine lavoratori deve subire la torsione semantica che la pluralità delle soggettività in cerca di emancipazione chiede, ma il senso resta quello.

Quella esperienza è stata sconfitta e lo sono state tutte quelle che sono venute dopo e che ho sintetizzato poc’anzi.
Ma recuperando tutto intero il pessimismo della ragione di Walter Benjamin, esiste “una solidarietà anche tra le generazioni passate e quelle future”, “i vinti sono stati attesi sulla terra” e quindi attendono un risarcimento.

Il fatto che abbiamo perso non significa che loro non avessero ragione.

Il codice sorgente del mutualismo è lì anche per ricordarci che i passi quotidiani che facciamo si dirigono verso una utopia possibile e che abbiamo materia per creare l’algoritmo che serve a progettare la trasformazione sociale.

 

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