Report 22 Gennaio 2021

Nel mese di dicembre la Casa del Mutuo Soccorso – Fuorimercato, con i propri legali, ha incontrato, se pur virtualmente, il Sindaco e il Responsabile dell’ufficio anagrafe di Castelvetrano nonché i Consiglieri Comunali e rappresentanti dell’amministrazione di Campobello di Mazara con lo scopo di mettere in condivisione le competenze legali sulla necessaria e non prorogabile istituzione del registro anagrafico per i senza fissa dimora.
È stato sottolineato che l’iscrizione all’anagrafe è un diritto soggettivo non subordinato ad alcuna condizione e che è onere delle amministrazioni locali provvedervi.

Chi non è iscritto all’anagrafe rischia dal punto di vista giuridico, di non esistere, di essere un “fantasma”.

Entrambe le Amministrazioni si sono assunte l’impegno di avviare un tavolo tecnico per procedere alla istituzione del registro anagrafico e della via fittizia.
Noi non ci fermiamo! Continuiamo a raccogliere le adesioni dei lavoratori per la presentazione delle domande e stiamo lavorando ad un modello di istanza di iscrizione che preveda l’ipotesi dei senza dimora da proporre ai Comuni di Castelvetrano e Campobello di Mazara.

 

Report 6 Dicembre 2020

Importanti risultati della campagna “Portiamo l’acqua al ghetto” e della Casa del Mutuo Soccorso - Fuorimercato dei lavoratori!!
Ieri dopo mesi di sollecitazioni l’amministrazione di Castelvetrano ha concesso una fornitura d’acqua ai lavoratori!
Quest’azione è per noi molto importante, è il segno del riconoscimento della tutela dei lavoratori in quanto persone e del senso del mutualismo conflittuale della Campagna.
Per mesi abbiamo portato l’acqua continuando a chiedere che fossero le istituzioni a portarla!
Oggi ci siamo riusciti! Grazie a tutti i lavoratori, grazie a tutti i solidali che hanno dato vita ed energia, grazie all’amministrazione che seppur con lentezza risponde alle sollecitazioni!

Abbiamo in questi giorni raggiunto altri importanti risultati dopo mesi e incontri con le due amministrazioni limitrofe:

  • Mercoledì 2 Dicembre un incontro tecnico con i legali della Casa del Mutuo Soccorso Fuorimercato e il responsabile dell’ufficio anagrafe di Castelvetrano;
  • lo stesso Mercoledì 2 Dicembre un incontro rappresentativo dei soggetti coinvolti in questo percorso, suggerito dalla consigliera Liliana Catanzaro, durante il quale abbiamo ottenuto lo stesso impegno da parte dell’amministrazione di Campobello di Mazara di attivare l’iter per l’istituzione del registro anagrafico per i senza fissa dimora e l’impegno alla predisposizione di un altro rubinetto nei pressi di un secondo insediamento informale, esigenza posta dai lavoratori.

Chiediamo ancora il vostro sostegno per rispondere ai bisogni materiali e per sostenere il percorso della Casa del Mutuo Soccorso-Fuori Mercato affinché la continuità della presenza solidale continui a dare i suoi frutti.

 

Report 3 Dicembre 2020

Aggiornamenti da Campobello di Mazara e dei risultati della campagna "Portiamo l’acqua al ghetto" che tutte e tutti rendiamo ancora viva.

La raccolta delle olive volge al termine, quest’anno è stata abbondante ma questo è stato un vantaggio di cui hanno giovato principalmente i grandi produttori.
La sovrapproduzione, infatti, ha causato un crollo importante del prezzo al Kg che ha danneggiato i piccoli olivicoltori. Per loro si è aggiunta la difficoltà della perdita di parte della produzione a causa delle alte temperature che hanno determinato una velocizzazione della maturazione del frutto, che infine ha impedito o reso difficile il conferimento delle olive nei magazzini.

Perché parliamo di questo?
Perché crediamo sia necessario contestualizzare per comprendere il ruolo dei lavoratori e mantenere lo sguardo vigile sulle relazioni economiche e di potere che determinano i profitti per pochi e condizioni di difficoltà per tanti.
I lavoratori dal lato loro hanno retto la stagione, sono stati la base vitale di questa.
La campagna "Portiamo l'acqua al ghetto" è stata uno strumento attivo di solidarietà importantissimo, ad oggi sono 34 le forniture d’acqua garantite, ancora questa settimana e finché sarà necessario continueremo a portare l’acqua come gesto di vicinanza e legame con i lavoratori.
Come abbiamo sempre detto la campagna è uno strumento di mutualismo conflittuale che risponde ad un bisogno immediato ma che rivendica una responsabilizzazione delle istituzioni e un protagonismo dei lavoratori stessi.
Ad oggi anche su questo fronte abbiamo ottenuto dei risultati la cui importanza abbiamo raccontato nei post precedenti:

  • Un rubinetto d’acqua pubblica predisposto dall’amministrazione di Campobello di Mazara;
  • La raccolta ordinaria de rifiuti da parte dell’amministrazione di Castelvetrano;
  • Un tavolo aperto sulla residenza virtuale con la stessa amministrazione che in collaborazione con la Casa del Mutuo Soccorso-Fuori Mercato ha deciso di rispondere a questo obbligo necessità nei confronti di tutte le persone presenti sul proprio territorio.

Il percorso è lungo e le conquiste che arrivano centimetro per centimetro ci danno energia per continuare mantenendo il nostro monitoraggio sugli interventi futuri, sulla spesa pubblica programmata e portando ai tavoli il punto di vista dei lavoratori.

  

Report 4 Novembre 2020

A Campobello di Mazara una vittoria dei lavoratori, Fuori Mercato, Fuori Emergenza!

Un rubinetto per l’acqua pubblica nei pressi dell’insediamento informale e una raccolta dei rifiuti “straordinaria”, a inizi Novembre, possono considerarsi dei risultati?
Intanto siamo contenti di avere visto concretizzati queste azioni negli ultimissimi giorni! Siamo contenti che la Campagna "Portiamo l'acqua al ghetto” simbolicamente e concretamente abbia raggiunto questo obiettivo.
Per mesi abbiamo portato avanti un processo assembleare, che per noi ha un valore di per sé, e seguendo questo dal 29 Agosto abbiamo acquistato, grazie alla solidarietà di tanti/e, 23 forniture d’acqua, che continueranno ad esserci fin quando sarà necessario.
Portando l’acqua abbiamo continuato a chiedere che l’accesso a questa dovesse essere pubblica!
Oggi questo risultato è stato raggiunto dai lavoratori!

Questo e l’intervento di rimozione dei rifiuti, di certo arrivano a raccolta inoltrata, di certo non si spiega perché dei gesti così semplici quasi ovvi che abbiamo richiesto da mesi, abbiano tardato così tanto ad arrivare.…
Ed effettivamente la ritrosia si spiega con il significato politico che questi gesti hanno…
Sicuramente nei tavoli istituzionali è preferibile progettare una tendopoli nuova da centinaia di migliaia di euro che riconoscere la vita e le esigenze delle persone qui ed ora e a prescindere dalla loro funzionalità!

A mettere in atto queste due semplici azioni sono state le due amministrazioni contigue di Campobello di Mazara e Castelvetrano, forse non è un caso che i primi gesti di senso per i lavoratori durante una crisi sanitaria, arrivino da due piccoli comuni che sembrano con le armi spuntate di fronte all’ipertrofia della questione su cui si arrovellano dal livello nazionale a livello regionale attori e soggetti di tutto rispetto.
Le armi che consigliamo di affilare a queste amministrazioni, con cui vorremmo continuare ad interloquire, sono quelle dell’ascolto e della programmazione che tenga conto delle voci dei lavoratori e dei piccoli produttori.
Sappiamo tutti che già in situazione pre-pandemica il Governo avesse un piano, un piano addirittura triennale (2020 2022) in cui si svilupperebbe una strategia nazionale di contrasto al caporalato ed allo sfruttamento lavorativo in agricoltura. Questa strategia è frutto, leggiamo dal sito del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, “della concertazione tra diversi attori istituzionali coinvolti a livello centrale e decentrato e del confronto con i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro del settore agricolo e le associazioni del Terzo settore presenti al Tavolo”.

Alla pagina web del Ministero del lavoro, alla voce Pon Inclusione, nella sezione troviamo altre informazioni su un progetto che dovrebbe mettere “in atto delle misure indirizzate all'integrazione socio-lavorativa dei migranti attraverso il contrasto allo sfruttamento del lavoro in agricoltura. Per la sua realizzazione sono stati stanziati 12.799.680 euro”.
“Il progetto, attuato dalle 5 Regioni meno sviluppate verrà realizzato in stretta sinergia con un intervento complementare (SUPREME) a valere sulle misure emergenziali del Fondo Asilo Migrazione e Integrazione, per un importo pari a 30 milioni di euro”.
Durante gli anniversari dei morti ammazzati, dei morti di sfruttamento o delle ricorrenze delle rivolte, quest’anno dieci anni da quella di Rosarno, a qualcuno piace dire “non è cambiato nulla per i lavoratori migranti”, a noi piace aggiungere che sì è vero per i lavoratori è cambiato poco o nulla, ma tanto è stato fatto a nome loro e sulla loro pelle.

Ahinoi le responsabilità sono ancora più gravose, se un Ministro come Teresa Bellanova, tra le priorità della fase “rilancio” in piena crisi sanitaria menzioni la necessità di intervenire per i lavoratori migranti in agricoltura. La responsabilità delle valutazioni di decenni di politiche è d’obbligo, non in ultimo il fallimento della sanatoria chiusa lo scorso 15 Agosto.
Per questo a costo di sembrare retorici, torniamo alla semplicità del rubinetto d’acqua predisposto da un’amministrazione locale al costo di poche decine di euro, perché per noi segna una direzione differente, segna il riconoscimento di un luogo e delle persone a prescindere dal loro status giuridico e posizione legittima o illegittima della baracca o tenda.
Non vogliamo fare l’epopea di un gesto che ci sembra al contempo piccolo e scontato, ma non vogliamo minimizzarlo perché avviene in un momento in cui progetti, pianificazioni, denaro pubblico non hanno ancora prodotto nulla se non un servizio navetta che ha la necessità di ribadire il proprio punto di concentramento lontano dallo stesso insediamento proprio per la volontà politica di non riconoscere le persone, i lavoratori, le loro voci e loro condizioni materiali.

La predisposizione del rubinetto, è un gesto che ci ricorda la prima rivendicazione nel 2013 a Erbe Bianche a Campobello dei lavoratori e del collettivo Libertarea di cui siamo una delle tante gemme, allora ancora tanti milioni dovevano essere pesi, tanti tavoli tecnici dovevano ancora svolgersi, allora era stata una vittoria bella e per certi versi più semplice.
Convinti che questo piccolissimo segnale, sia da valutare come tale, lo prendiamo come un segno di apertura, seppure troppo lenta, verso l’ascolto delle esigenze espresse dai lavoratori che faticano a bucare lo schermo e ad arrivare sui tavoli decisionali.
I lavoratori rappresentati da Fuori Mercato continueranno a rivendicare quest’altra via e a chiedere l’immediata implementazione delle altre misure diversificate e di senso per le differenti condizioni e livelli di esigenze presenti tra i lavoratori e i piccoli contadini della zona.
Chiediamo un tavolo permanente che discuta di progettazione e fuoriuscita dall’emergenza che sia guidato dai lavoratori e dai contadini della zona, che lavori e rispetti le persone al di là della loro funzionalità e dei tempi di una raccolta.
Ci aspettiamo e pretendiamo a fine raccolta inizi realmente l’implementazione di piccole soluzioni e di non doverci ritrovare a difendere le nostre vite dalla cecità ciclica e annuale che le derubrica ad un problema di ordine pubblico.

Continuiamo a chiedere pertanto:

  • La questione abitativa: gli immobili da mettere a disposizione per la quarantena e l’isolamento per chi non possiede una casa dovranno necessariamente rimanere a disposizione oltre l’emergenza della campagna olivicola e sanitaria.
    Proponiamo un censimento di tutti gli immobili in disuso sia di proprietà pubblica che privata, l’assunzione da parte delle pubbliche amministrazioni del ruolo di mediazione, per esempio, quali garanti, tra la domanda e l’offerta di alloggi e/o l’istituzione di un fondo di garanzia per la concessione in locazione di adeguati alloggi.
  • Istituzione del registro anagrafico per le persone senza fissa dimora, così come previsto all’art. 1 della Legge 24 dicembre 1954 n. 1228, e dal regolamento contenuto nel D.P.R. 30 maggio 1989n. 223. L’iscrizione anagrafica è un diritto e il presupposto all’esercizio di diritti costituzionalmente garantiti quali il diritto alla salute, il diritto al lavoro, il diritto ad ottenere o rinnovare i permessi di soggiorno e i documenti di riconoscimento. Si tenga a mente che la mancanza dell’iscrizione anagrafica impedisce la scelta del medico di base e l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale. E’ di tutta evidenza che il particolare momento di emergenza sanitaria impone una maggiore attenzione alla questione dell’accesso alle cure mediche, diritto costituzionalmente garantito e mai derogabile e/o comprimibile.
  • Installazione e manutenzione di presidi igienico sanitari quali i bagni chimici per il corretto smaltimento di rifiuti organici al fine di evitare sversamenti di reflui e possibili conseguenze per la salute pubblica
  • Intensificazione del servizio di raccolta rifiuti in quanto la mancanza di un servizio adeguato espone i lavoratori e la comunità a rischi igienico sanitari.

Si può sostenere il Crowdfunding per portare l’acqua al ghetto e sostenere l'autorganizzazione dei lavoratori della Casa del Mutuo Soccorso-Fuori Mercato

 

Report 22 Ottobre 2020

SEI MIGRANTI POSITIVI nell’ex cementificio tra Castelvetrano e Campobello di Mazara. La profezia che si auto-avvera!

Da qualche giorno circola tramite giornali locali la notizia di 6 casi di positività al covid-19 riscontrati tra i lavoratori migranti presenti a Campobello di Mazara. 
Da mesi denunciamo e rivendichiamo le necessità, i bisogni espressi dai lavoratori che con tanta impazienza gli olivicoltori attendevano, qualcuno a inizio Settembre ci ha detto “i produttori sono preoccupati”, abbiamo d'istinto pensato la preoccupazione fosse rivolta alla salute della comunità intera, con nostra sorpresa ci viene risposto “No, sono preoccupati che non arrivi la manodopera”.

Bene! La raccolta è iniziata, i tavoli tecnici sono in corso da mesi, la situazione si ripropone tale e quale ormai da quasi un decennio: ci si scopre sorpresi e allarmati intorno al 20 Ottobre.
Crediamo questo sia l'ultima possibilità per esprimere il segno e la direzione delle volontà politiche in campo che per onestà non dovrebbero far alcun uso strumentale di una notizia annunciata e prevedibile.
La notizia, che non è una notizia, dei 6 casi di contagio rende evidente, come sosteniamo da mesi, che la relazione con i lavoratori migranti non può in alcun modo instaurarsi su una strumentalità che dura il tempo di campagna olivicola.
É il momento di agire subito con soluzioni concrete e diversificate che diano risposte alle istanze emerse tra i lavoratori stagionali per manifestare la fuoriuscita dalle logiche emergenziali che da sempre hanno caratterizzato l'approccio alla gestione dei ghetti.
Qualsiasi rischio sanitario ed economico che la comunità teme è da attribuire a scelte e volontà politiche che chiediamo vadano assunte fino in fondo.

 In seguito a numerose assemblee con e tra i lavoratori, riteniamo il processo di presa in carico di queste istanze debba essere immediato:

  • La questione abitativa: s'impone con forza nella situazione attuale ma non può essere questa a definirla, infatti gli immobili da mettere a disposizione per la quarantena e l'isolamento per chi non possiede una casa, dovranno necessariamente rimanere a diposizione oltre l'emergenza della campagna olivicola e sanitaria.
  • A tal fine, proponiamo un censimento di tutti gli immobili in disuso, sia di proprietà pubblica che privata, l'assunzione da parte delle pubbliche amministrazioni del ruolo di mediazione, per esempio, quali garanti tra la domanda e l'offerta di alloggi e/o l'istituzione di un fondo di garanzia per la concessione in locazione di adeguati alloggi.
    Istituzione del registro anagrafico per le persone senza fissa dimora, così come previsto all'art. 1 della Legge 24 dicembre 1954 n. 1228, e dal regolamento contenuto nel D.P.R. 30 maggio 1989 n. 223.
  • L'iscrizione anagrafica è un diritto e il presupposto all'esercizio di diritti costituzionalmente garantiti quali il diritto alla salute, il diritto al lavoro, il diritto ad ottenere o rinnovare i permessi di soggiorno o i documenti di riconoscimento. Si tenga a mente che la mancanza dell'iscrizione anagrafica impedisce la scelta del medico di base e l'iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale. E di tutta evidenza che il particolare momento di emergenza sanitaria impone una maggiore attenzione alla questione dell'accesso alle cure mediche, diritto costituzionalmente garantito e mai derogabile e/o comprimibile.
    La Fornitura pubblica di acqua ed elettricità per tutto il periodo necessario alla transizione verso una sistemazione abitativa consona e diffusa presso regolari abitazioni.
  • La nostra proposta e l'installazione di rubinetti da posizionare nei pressi degli insediamenti dei lavoratori. L'acqua e un diritto di tutte e tutti a prescindere dallo status giuridico o luogo di abitazione. Come noto l'attività di solidarietà dell'associazione Fuori Mercato permette una fornitura che e diventata quasi giornaliera a causa del totale isolamento nel quale si sviluppa ormai la nostra azione di solidarietà. Un immediato intervento su questo fronte da parte delle Amministrazioni e un segnale doveroso.
    Per le stesse ragioni chiediamo l’istallazione e manutenzione di presidi igienico sanitari quali i bagni chimici per il corretto smaltimento di rifiuti organici al fine di evitare sversamenti di reflui e possibili conseguenze per la salute pubblica.
  • Un'intensificazione del servizio di raccolta rifiuti in quanto la mancanza di un servizio adeguato espone i lavoratori e la comunità a rischi igienico sanitari.
  • Chiediamo risposte immediate e che la costruzione di questo percorso sia guidato da un confronto con i lavoratori stessi che sono rappresentati dall'associazione Fuori Mercato al fine di scongiurare interventi che prevedano un dispendio di energie non riconosciuto dai “beneficiari” stessi.

A tutti/e i/le solidali, nell' attesa di riscontri sensati continuiamo ad autorganizzarci a tutelare la nostra salute e la comunità in cui ci inseriamo e chiediamo un contributo solidale.

 

Report 6 Ottobre 2020

Questa mattina siamo di nuovo in viaggio verso #Campobello, come ogni anno dal 2014 Contadinazioni celebra Bamba e il Magal con i lavoratori di Campobello.
Da tre anni abbiamo l'onore e il piacere di contribuire all'organizzazione stessa della festa in cui ci siamo riconosciuti sin da subito perché basata sulla #condivisione e sulla #solidarietà in un luogo di lavoro e vita quotidiana in cui non è semplice innescarla e mantenerla.
Da ieri lavoriamo alla riuscita di questo momento molto importante da far decidere ai più di astenersi dalla raccolta delle olive, ma la festa e la convivialità non ci fanno dimenticare la necessità di sostenere le #rivendicazioni dei lavoratori.
Da oggi intensificheremo, grazie alla solidarietà di decine di persone e associazioni, le forniture d'acqua come pattuito durante le assemblee dei lavoratori e della Casa del Muto Soccorso-Fuori Mercato.

Questo e il momento di massima necessita per gli insediamenti informali che nonostante l'indifferenza mostrano una capacita organizzativa e di auto-tutela che andrebbe rispettata e ascoltata oltre la stagione olivicola.
Oggi celebriamo MAGAL e il DIRITTO di autodeterminazione di tutte e tutti.

BUON MAGAL A TUTTI!

Tey gnoun nio gui fi ci bisou magal gui
ci bisou serigne bamba bi mbolo nek benn nit kou
gnoull ak nit kou wekh diereudieuf ahmadu bamba

 

Report 1 Ottobre 2020

La stagione olivicola sta per iniziare, le difficoltà degli olivicoltori rimangono le stesse con maggiori incertezze e minori tutele per la valorizzazione del proprio prodotto.
L'unica certezza sono i lavoratori migranti, disponibili con i loro corpi e la loro forza.
La casa del Mutuo Soccorso-Fuori Mercato, formata dai lavoratori del ghetto di Campobello e dagli attivisti della Campagna “Portiamo l' acqua al ghetto”, si è riunita nelle ultime settimane per affrontare collettivamente le istanze e le possibili soluzioni per sostenersi reciprocamente.
In assenza di percorsi e segnali chiari che lascino intravedere la possibilità di fuoriuscire dalla logica emergenziale chiediamo ancora solidarietà, vitale per i lavoratori migranti impegnati nella raccolta delle olive a Campobello di Mazara.
Chiediamo di essere ascoltati sulla questione abitativa, sulla fornitura di acqua e luce, sulla gestione dei rifiuti, sulla questione sanitaria, sull' Istituzione del registro anagrafico per le persone senza fissa dimora.
Nella attesa di riscontri sensati continuiamo ad autorganizzarci a tutelare la nostra salute e la comunità in cui ci inseriamo e chiediamo un contributo solidale:

  • Mascherine
  • Kit Medici
  • Gel Igienizzante
  • Contributo economico per le forniture d'acqua e il sostegno alla Casa del Mutuo Soccorso- Fuori Mercato

 

Report 30 Agosto 2020

La prima acqua! Un'assemblea dei lavoratori festosa! Con Carovana2020

Sappiamo di averlo scritto più volte nelle ultime settimane ma anche ieri è stata una giornata incredibile per il crescere di emozioni e fratellanza. Dopo mesi di raccolta fondi e solidarietà ci siamo trovati per la quarta giornata di lavoro collettivo. Quando circa un mese fa ci è stato chiesto dai lavoratori di anticipare, dalla fine di Settembre agli inizi, la prima fornitura d'acqua, abbiamo intensificato il lavoro ad Agosto per arrivare in tempo a soddisfare questa richiesta. Abbiamo scelto di provare a concludere i lavori il 29 Agosto giorno in cui avremmo accolto la Carovana2020. Così ieri con i compagni e le compagne della Rete Antirazzista Catanese, che hanno rappresentato la carovana in giro per le iniziative siciliane, abbiamo condiviso una giornata di solidarietà attiva e tanto sudore.

Quando dopo ore di lavoro è arrivato il primo camion, per riempire le nuove cisterne, è stata una gran festa perché tanta gente accedeva all'acqua per la prima volta.

Oggi ricordiamo che dopo una settimana dall'avvio della campagna “Portiamo l'acqua al ghetto” ad aprile scorso abbiamo appreso, con piacere, che l'amministrazione comunale, sospendeva l'ordinanza di sgombero emanata all'inizio dell'emergenza e provvedeva alla fornitura d'acqua per i circa 60 lavoratori rimasti al ghetto oltre la stagione olivicola 2019. Rinnovando l'apprezzamento per il gesto di buon senso e certi che questo spirito sarà mantenuto all'aumentare delle esigenze e difficoltà che i lavoratori esprimeranno, all'aumentare delle presenze per soddisfare le richieste di manodopera del territorio, rispondiamo oggi colmando con la solidarietà una necessità vitale e chiediamo che i lavoratori siano ascoltati e sostenuti dalle istituzioni nelle prossime settimane non in quanto braccia usa e getta ma in quanto persone presenti nel nostro territorio.

Nel frattempo dal canto nostro abbiamo nei giorni precedenti scelto insieme i luoghi in cui installare le cisterne con l'obiettivo di agevolare i più vulnerabili (tali per svariate ragioni) o quelli a cui già da qualche giorno la fornitura d'acqua del comune non arrivava perchè insufficiente. I sorrisi e le persone coinvolte sono aumentate nelle ore e quando ci siamo potuti bagnare della prima acqua, frutto di un lavoro condiviso, l'emozione è stata indescrivibile.  Abbiamo festeggiato e subito dopo svolto un'assemblea in cui i compagni di Catania si sono presentati e hanno parlato delle iniziative della Carovana2020 in contemporanea in Italia e in Europa. Lo scambio è avvenuto su una base chiara “l'acqua è la base, adesso possiamo parlare di cosa fare insieme per migliorare le condizioni di tutti”.

Issam dice: “Grazie di cuore, in Africa mancano tante cose ma l'accesso all'acqua è facile per tutti, qui ogni anno per un bidone dovevo fare a piedi i km e avevo male al cuore, adesso che abbiamo la base vitale perché non parliamo di come rivendicare i documenti per poter migliorare il lavoro?”

La casa del muto-soccorso fuori mercato, che ha sede nell'insediamento, diventa una casa sempre più grande il cui cammino sarà costruito collettivamente con un occhio all'immediato e uno all'infinito.

 

Report 25 Agosto 2020

PORTIAMO L'ACQUA AL GHETTO FASE 2

Sostieni i lavoratori di Campobello di Mazara!

Sostieni l'autorganizzazione!

Sostieni la Casa Del Mutuo Soccorso - Fuori Mercato!

Il 23 Agosto è stato un importante primo momento di lavoro pratico condiviso volto all'installazione delle prime cisterne.
Lavorare insieme ci ha restituito felicità e ha messo in luce ancora una volta il senso profondo della necessità di un'azione concreta da parte di attivisti e migranti che punti al sostegno di tutte le lavoratrici e i lavoratori migranti del settore agroalimentare.
Sin dall'inizio abbiamo pensato la campagna portiamo l’acqua al ghetto come uno strumento di rivendicazione e di trasformazione del qui ed ora e di quel sistema che produce sfruttamento per contadini e lavoratori.
In questi mesi ci siamo confrontati costantemente con i lavoratori del ghetto di Campobello di Mazara sull'andamento della Campagna e le numerose assemblee di questi mesi tra lavoratori e attivisti ci hanno permesso di definire la nostra volontà di sostenere l'auto-rganizzazione dei lavoratori in un percorso di presa di parola.
All'indomani del fallimento della sanatoria, che peraltro non ha minimamente riguardato i lavoratori degli insediamenti informali, è ancora più importante ribadire la necessità di ascoltare la voce dei lavoratori, riconoscerli come tali e non come braccia afone da spremere e sostenerli nel percorso di autodeterminazione.
Solo attraverso questo mutuo riconoscimento saranno possibili interventi che possono avere una minima efficacia e consentire un reale miglioramento delle condizioni di vita di tutte e tutti i lavoratori stranieri, agricoltori e cittadini campobellesi.
Per questo motivo abbiamo costruito insieme la "Casa del Mutuo Soccorso- Fuori Mercato” per sancire simbolicamente il bisogno di un'alleanza che ci ricordi il significato della parola #sindacato dal greco "sin" insieme e "dike" giustizia.

Chiediamo a tutte/i le/i solidali di continuare a sostenere la Campagna "Portiamo l'acqua al ghetto" che avrà in questa seconda fase l'obiettivo di sostenere la Casa del Mutuo Soccorso-Fuori Mercato come strumento a disposizione dei lavoratori per promuovere condivisione e autonomia nella rivendicazione dei propri diritti verso l'emancipazione.

 

Report 25 Luglio 2020

La campagna "Portiamo l'acqua al ghetto” si confronta e impara con i lavoratori e le associazioni di Cassibile e negli insediamenti di Foggia.

Questo mese Campobello di Mazara sembra silenzioso, ma facendo un po’ di attenzione si sente un ronzio, inizia la preparazione alla stagione: gli olivicoltori iniziano lo stato d’allerta per la mosca, ci si accerta che ci sia la manodopera, il paese si svuota e ci si riversa a Tre Fontane, i lavoratori, che anche a causa dell’emergenza sanitaria non hanno potuto o voluto spostarsi in cerca di situazioni migliori, rimangono sotto il caldo ad organizzarsi in vista della raccolta.

Durante il percorso di sostegno socio-legale, che forniamo in queste settimane, con la Casa del Mutuo Soccorso Fifiddu Robino di Partinico Solidale e Fuorimercato rete nazionale, abbiamo incontrato le persone più fragili.
Sono loro che ci offrono la possibilità di vedere “la faccenda“ molto al di là dell’utilitarismo con cui, nella migliore delle ipotesi, vengono guardati i braccianti.

Questo è il momento in cui, sono presenti negli insediamenti quelli che hanno maggiori difficoltà dal punto di vista legale, sanitario ed economico ma anche il momento in cui è evidente, quanto siano necessari interventi di base minimi: garantire l’acqua a tutte e tutti con un accesso libero e gratuito all’acqua pubblica, un sostegno per lo smaltimento dei rifiuti e per il mantenimento di condizioni igienico sanitarie minime, aprire i registri per la residenza che facilitino in loco il rinnovo dei permessi di soggiorno che faciliterebbero il rapporto con il sistema sanitario e non in ultimo la gestione dei rapporti di lavoro in modo regolare.

Ascoltare la voce dei lavoratori e riconoscerli come tali e non come braccia afone da spremere è l’unica via percorribile, solo attraverso questo mutuo riconoscimento saranno possibili interventi che possono avere una minima efficacia e consentire un reale miglioramento delle condizioni di vita di tutte e tutti lavoratori stranieri, agricoltori e cittadini campobellesi.

La campagna "Portiamo l'acqua al ghetto”, che abbiamo promosso insieme a tante altre realtà, si è posta sin da subito, in continuità con i percorsi degli anni precedenti, come un processo rivendicativo e di sostegno ai percorsi di autodeterminazione.

Le assemblee sulla gestione dell’acqua e gli incontri con la Casa del Mutuo Soccorso, delle ultime settimane, ci hanno ancora di più convinto della necessità dell’ascolto dei bisogni di chi vive le condizioni degli insediamenti il cui diritto a decidere per se come vivere e come organizzarsi per poterlo fare, va sostenuto e garantito.

La necessità di un ascolto e un sostegno alle rivendicazioni si rafforza in queste settimane grazie al confronto che abbiamo avuto con lavoratori e associazioni che operano in altri contesti caratterizzati dalla centralità del lavoro migrante salariato e in particolare in Sicilia tra Cassibile e Ragusa e in Puglia a Foggia al Gran Ghetto di Rignano e a Borgo Mezzanotte.

In questi luoghi rispettivamente a fine e inizio stagione, emerge sempre con forza l’importanza e dell’autorganizzazione dei lavoratori stessi, sia per la vita quotidiana nella gestione degli spazi che nello stabilire le priorità tra i propri bisogni.

In un momento in cui a Campobello si scaldano i motori per l’intervento stagionale ci sembra utile fermarci a riflettere sull’esperienza cumulata sia qui da noi che soprattutto in altri posti in cui numerose sono le misure, già sperimentate e talvolta anche fallite.

Al Gran ghetto di Rignano ieri un lavoratore, che è anche punto di riferimento per il percorso di sindacalizzazione, così sintetizza in poche battute ciò crediamo debba essere la nostra bussola:

“Non mi portare il pesce, insegnami a pescarlo o permettimi di farlo, o meglio non mi portare la pasta se non mi hai sostenuto nella lotta per ottenere il registro per la residenza, perché con la residenza e la conseguente possibilità di rinnovo del permesso, avrei potuto guadagnare tre volte di più per potermi autonomamente comprare ciò di cui ho bisogno”

 

Report 18 Maggio 2020

Dal 18 Maggio da quando siamo liberi di muoverci, abbiamo finalmente potuto ri-incontrarci con i lavoratori del ghetto di Campobello di Mazara e potuto nuovamente dedicare il tempo necessario per l'ascolto, il sostegno e la condivisione del percorso della campagna “Portiamo l'acqua al ghetto” ormai lanciata da circa due mesi.
L'obiettivo della campagna era stato discusso nei mesi precedenti al lockdown con gli stessi lavoratori, con i pochi rimasti oltre la stagione di raccolta 2019, sebbene sia un bisogno collettivo emerso da due anni alla Calcestruzzi.
É importante ricordare come un'azione di solidarietà basata sull'acqua sia ambivalente perché da un lato mette al centro come un diritto fondamentale sia precluso a centinaia di persone che in questi mesi sono stati definiti, strumentalmente, essenziali per il funzionamento del paese; dall'altro è una battaglia necessaria che ci ritroviamo a dover sostenere con i lavoratori che nel trasferimento obbligato in questo luogo hanno visto peggiorate le loro condizioni di vita quotidiana.
Infatti qui, all'ex Calcestruzzi, sono stati costretti a riorganizzarsi per vivere in seguito allo sgombero esemplare dello storico insediamento ad Erbe Bianche, dove le fonti d'acqua erano state ottenute grazie alla pressione dei lavoratori stessi all'amministrazione locale di Campobello.
Questo aspetto che può sembrare ormai storia passata è importante per sottolineare come tali condizioni non siano “naturali” ma frutto di scelte o non scelte istituzionali e proprio per questo sappiamo e vogliamo che cambino nella direzione e nelle modalità in cui i lavoratori stessi decidono.
Per le decine di persone presenti i mesi scorsi sono stati difficili, sia per le preoccupazioni legate alla diffusione dei contagi e all'impossibilità di poter godere di un dovuto distanziamento fisico sia perché sono svanite le poche possibilità lavorative che la zona offre.
Gli unici contatti d'umanità avuti sono stati con volontari di @Libera Castelvetrano e con gli operai di un autobotte d'acqua settimanale che l'amministrazione, grazie all'impegno degli stessi volontari di Castelvetrano, ha deciso di concedere, sospendendo(?) l'ordinanza di sgombero  lanciata a inizio marzo, a pochi giorni dal lancio della campagna “Portiamo l'acqua a ghetto” e dopo un mese dall'inizio ufficiale della pandemia in Italia.

Come ribadito nella lettera inviata all'amministrazione, riconoscendo la sensibilità che ha avuto nell' adempiere ad un gesto necessario, ciò che rimane sulla pelle dei lavoratori è la precarietà e l'incertezza di poter organizzare la propria sopravvivenza e vita sociale nei mesi successivi preparandosi alla stagione.
Sarà garantita la volontà dei lavoratori di rimanere nello stesso luogo? Quanto durerà la fornitura d'acqua? Sarà riconosciuto un accesso pubblico d'acqua per tutti e tutte? Sarà possibile organizzarsi per poter reggere la stagione di lavoro?
Questi i dubbi e le preoccupazioni che condividono con noi.
La campagna portiamo l’acqua al ghetto rimane un punto centrale di resistenza che sottolinea il diritto alla vita dei lavoratori, attraverso l'acqua che è una certezza e sarà garantita dalla solidarietà di decine di persone che hanno sottoscritto la campagna garantendo una fornitura d'acqua per la stagione olivicola 2020.
In queste settimane abbiamo intensificato la nostra attività di assistenza legale grazie alla Casa del Muto Soccorso di Partinico Solidale e della CLEDU di Palermo che ha fornito occasioni di formazioni nello specifico sulla “Sanatoria 2020” istituita con il decreto 110 bis del decreto Rilancio.
Nei momenti di sportello legale purtroppo abbiamo constatato, insieme agli stessi lavoratori interessati, quanti siano gli impedimenti per godere della sanatoria.
Nonostante fosse chiaro  quanto questo sia un intervento legislativo miope e strumentale che gli stessi lavoratori di Campobello hanno definito “per braccia usa e getta”, abbiamo dedicato tempo e dedizione a casi individuali per non lasciare nessuno indietro da nessun punto di vista, per lavorare insieme a partire dalle situazioni individuali per la rivendicazione di diritti e riconoscimento collettivi.

Durante le attività di sportello legale in queste settimane negli insediamenti informali ci siamo convinti ancor di più dell'assoluta urgenza di una sanatoria incondizionata, per cui contribuiamo e sosteniamo la campagna Siamo qui - Sanatoria subito e l'istituzione dei registri anagrafici per senza fissa dimora, nelle due amministrazioni limitrofe, per facilitare l'iscrizione anagrafica e il godimento dei diritti basilari per tutt*
A partire da queste necessità abbiamo iniziato un percorso assembleare della campagna portiamo l’acqua al ghetto che va nella direzione della rivendicazione dell'autogestione della propria vita, negli insediamenti informali che vogliamo siano riconosciuti perché abitati da persone sulle quali spesso si abbattono interventi, in ultimo la sanatoria, che non hanno tenuto conto dei dati di realtà e delle voci dei diretti interessati.
Il diritto alla vita, a prendere parola sugli spazi e il lavoro sono i temi portati nei cerchi di confronto settimanali dove si parte da un punto importante che è quello che l'acqua al ghetto nella stagione olivicola è un risultato ottenuto grazie all'alleanza con decine di solidali che affiancano i lavoratori in questa battaglia.

 

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La Campagna acqua al ghetto di Campobello di Mazara nasce nell’aprile 2020, in piena pandemia, dai bisogni emersi dai lavoratori migranti che abitano in un importante insediamento informale per la raccolta delle olive o semplicemente per rifugiarsi.

Il primo obiettivo è rispondere ai bisogni immediati dei lavoratori migranti negli insediamenti informali, questo si è tradotto nell’aver garantito l’acqua durante la stagione olivicola 2020, da fine Agosto a fine Dicembre, grazie all’impegno di decine e decine di solidali e si tradurrà nella risposta ad altri bisogni che emergono ancora.

Il secondo obiettivo è sostenere la presa di parola dei lavoratori e il loro processo di autorganizzazione.

Il terzo è la responsabilizzazione delle istituzioni nell’intraprendere misure e interventi a partire dai bisogni espressi dai lavoratori e dai piccoli produttori.

La campagna portiamo l’acqua al ghetto è strumento a servizio dei lavoratori per rivendicare la trasformazione qui ed ora e di questo sistema che produce sfruttamento per contadini e lavoratori.

La campagna nella sua seconda fase punta a rafforzare la casa del Mutuo Soccorso dei lavoratori migranti in quanto strumento per l’autorganizzazione.

Per questo dona a:

Fuorimercato, per la salvaguardia dell'ecosistema e per la sovranità alimentare

Iban IT79D 0838633 910000000470387

Banca credito cooperativo di Binasco, filiale di Trezzano s/N,

Causale: ACQUA CAMPOBELLO

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La Campagna Portiamo l’acqua al ghetto di Campobello di Mazara continua!

 

La Campagna portiamo l'acqua al ghetto di Campobello di Mazara nasce nell’aprile 2020, in piena pandemia, dai bisogni emersi dai lavoratori migranti che abitano in un importante insediamento informale per la raccolta delle olive o semplicemente per rifugiarsi.

Il primo obiettivo è rispondere ai bisogni immediati dei lavoratori migranti negli insediamenti informali, questo si è tradotto nell’aver garantito l’acqua durante la stagione olivicola 2020, da fine Agosto a fine Dicembre, grazie all’impegno di decine e decine di solidali e si tradurrà nella risposta ad altri bisogni che emergono ancora.

Il secondo obiettivo è sostenere la presa di parola dei lavoratori e il loro processo di autorganizzazione.

Il terzo è la responsabilizzazione delle istituzioni nell’intraprendere misure e interventi a partire dai bisogni espressi dai lavoratori e dai piccoli produttori.

La campagna portiamo l’acqua al ghetto è strumento a servizio dei lavoratori per rivendicare la trasformazione qui ed ora e di questo sistema che produce sfruttamento per contadini e lavoratori.

La campagna nella sua seconda fase punta a rafforzare la casa del Mutuo Soccorso dei lavoratori migranti in quanto strumento per l’autorganizzazione.


Per questo dona a:
Fuorimercato, per la salvaguardia dell'ecosistema e per la sovranità alimentare
Iban IT79D 0838633 910000000470387
Banca credito cooperativo di Binasco, filiale di Trezzano s/N
Causale: ACQUA CAMPOBELLO


Risultati:

  • Fornitura d’acqua da fine Agosto a fine Dicembre 2020;
  • Sostegno alla festa Magal 2020 per il lavoro e la solidarietà;
  • Distribuzione mascherine;
  • L’assunzione di responsabilità da parte delle amministrazioni locali nella fornitura d’acqua;
  • Un rubinetto d’acqua pubblica predisposto dall’amministrazione di Campobello di Mazara;
  • La raccolta ordinaria dei rifiuti da parte dell’amministrazione di Castelvetrano;
  • Un tavolo aperto sulla residenza virtuale con la stessa amministrazione che in collaborazione con la Casa del Mutuo Soccorso-Fuori Mercato ha deciso di rispondere a questo obbligo necessità nei confronti di tutte le persone presenti sul proprio territorio.

https://www.fuorimercato.com/pratiche/309-portiamo-l-acqua-al-ghetto-di-campobello.html

https://www.fuorimercato.com/pratiche/310-lavoratrici-e-lavoratori-non-schiavi-al-servizio-dell-industria-agroalimentare.html


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1 – CASSA MUTUO SOCCORSO PER LOTTE E SCIOPERI

Sfida prioritaria
Costruire una cassa di mutuo soccorso per lotte, scioperi, costruzione attività sindacale e interventi sociali e solidali

Azioni step by step
*partiamo da esperienze già esistenti e in sviluppo e costruzione di Fuorimercato e Non Una di Meno

  • La definizione e adesione alla cassa: scopi e criteri; partecipazione democratica e volontaria
  • Finanziamento della cassa: contributo individuale; contributo realtà collettivo-associative; proventi autoproduzioni; campagne e iniziative specifiche
  • Utilizzo della cassa: scioperi; mobilitazioni; emergenze; distacchi per attività sindacali; aiuto a bisogni specifici

Realtà coinvolte
Fuorimercato lo propone alle realtà partecipanti al convegno come sfida

Dove&Quando
All'incontro nazionale di Fuorimercato (inizio autunno 2018), ma anche agli incontri locali/territoriali (primavera/estate 2018)

 

2 – MUTUALISMO SINDACALE CONTRO RICATTO OCCUPAZIONALE

Sfida prioritaria
Il lavoro deve garantire dignità; ragionamento sul lavoro negli spazi autogestiti; formazione professionale e sindacale; ridefinizione e messa in pratica di “sindacato” e “delega” e partecipazione

Azioni step by step

  • Mappatura sportelli e offerte formative
  • Condivisione pratica di scuola lingue/formazione professionale/formazione sindacale
  • Inserimento in percorsi lavorativi dentro e fuori gli spazi (attestazione)
  • Rete di mutuo soccorso

 

3 – CONDIVISIONE MATERIALE VADEMECUM SAPERI SINDACALI

Azioni step by step

  • Formazione/autoformazione per piattaforma
  • Strumenti comunicativi (blog, app) e legali (sportelli, ricorsi)
  • Manuale autodifesa/vademecum diritti/narrazione vertenze
  • Campagne di comunicazione = organizzazione
  • Pratiche per modificare il significato: no sindacato → associazione e non corpo separato

 

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1 – FARE COMUNITA' E RETE

Sfida Prioritaria
Rompere l'individualismo costruendo relazioni solidali

Azioni step by step

  • Sito web che raccoglie tutte le realtà di mutualismo (accesso all'informazione)
  • Carta del mutualismo (minimo comun denominatore)
  • Partire da pratiche e percorsi già sperimentati
  • Banca ore (partecipazione e comunità)
  • Fare “con” e non “per”

Realtà coinvolte
Lucha y Siesta (Roma); Scugnizzo Liberato (Napoli); Casa del Popolo San Romano (Roma); Nonna Roma (Roma); Ex-lavanderia (Roma); Scuola Fuori Mercato (Roma); Swamp e Cigno Rosso (Latina); Brigate di Solidarietà Attiva; Camilla Emporio di Comunità (Bologna); Amigos MST

Dove&Quando
Festival annuale del mutualismo, ogni anno in una città diversa, per condividere le pratiche e le esperienze

 

2 – RICONOSCIMENTO ISTITUZIONALE

Azioni step by step

  • Sapere e attivo autoriconoscimento
  • Condivisione
  • Usare sapere esperto (che si elabora dall'esperienza) per fare vertenze su grandi temi
  • Riscrivere il diritto per ridisegnare l'assetto istituzionale
  • Far valere l'uso collettivo urbano

Realtà coinvolte
Demofila; Terra Nostra; Puzzle;

Dove&Quando
Nei territori di riferimento, nei beni comuni emergenti; presto un corteo nazionale delle realtà autogestite

 

3 - SPAZI

Sfida prioritaria
Autonomia/autogestione dei territori; consapevolezza degli spazi come bene comune; mantenimento degli spazi; spazi antifà, antisessisti, ecologisti (senza plastica)

Azioni step by step

  • Individuazione dei possibili spazi (privati, pubblici, dismessi, confiscati, rubati al profitto...) → strategia di accesso/otteniment
  • Partecipazione e aggregazione nella costruzione aperta/collettiva del progetto politico e/o sociale
  • Mappatura del territorio (accesso agli atti pubblici...)
  • Autogestione aperta e condivisa
  • Fare rete

Realtà coinvolte
Atletico San Lorenzo (Roma); Rimake (Milano); Bread&Roses (Bari); La Sobilla (Verona); 20 Pietre (Bologna); La Bose (Mantova); Tavolo Terra/Corpi/Territori Non Una di Meno

 

4 – WELFARE INTERNO

Sfida prioritaria
Sostenibilità economica, relazionale e politica

Azioni step by step

  • Riconoscimento di rimborso sulla base del bisogno esplicitato
  • Creazione di un fondo di mutuo soccorso interno ed esterno
  • Creazione di una rete di scambio fra realtà mutualistiche (economico, lavorativo, di conoscenze, di tempo...) → creazione/ampliamento di una piattaforma
  • Trovare strumenti che riducano le necessità organizzative

Realtà coinvolte
OZ (Roma); Rimake (Milano); Scup (Roma); Fuorimercato; Lab. Sociale Semi in Rivolta (Frosinone); Fòrimercato (Firenze)

Dove&Quando
Internamente alle realtà del welfare, da domani

 

5 – CONFLITTUALITA' COME STRUMENTO DI VALORIZZAZIONE DELLE PRATICHE

Sfida prioritaria
Pratiche mutualistiche come strumento di vertenze esistenti e come incubatrice di forme organizzative

Azioni step by step

  • Individuare obiettivi concreti
  • Fare rete fra territori e soggetti sociali
  • Creare una circolarità all'interno di una più ampia comunità

Realtà coinvolte
Communia; Gramigna; Puzzle; Scugnizzo Liberato; Scup; Lucha y Siesta; Associazione Alter Ego; Autodeterminiamoci; Rimake; Mishikamano

Dove&Quando
Nei territori, nelle città, a livello nazionale

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1 – RICONOSCIMENTO GIURIDICO

Sfida prioritaria
Considerando prioritaria la costruzione di economie protette e forme di disobbedienza civile, c'interessa lavorare al riconoscimento giuridico delle nostre esperienze

Azioni step by step

  • Costruire reti locali/nazionali con pratiche e obiettivi specifici
  • Iniziative di mobilitazione e informazione

Realtà coinvolte
Campi Aperti; Mondeggi; Porto di Terra; CSA Bergamo; CSA Milano; Quadrifoglio

Dove&Quando
Manifestazione di Mondeggi a Firenze (28 Aprile): corteo nazionale per la difesa di Mondeggi e dell'autodeterminazione territoriale

 

2 – ECONOMIA E SOSTENIBILITA'

Sfida prioritaria
Superamento delle economie individuali

Azioni step by step

  • Logistica solidale
  • Sistemi di credito autogestito
  • Lavoro comune (reti collettive)
  • Costruire reti di solidarietà con chi lavora nel mercato
  • Campagne di smascheramento delle economie di mercato

Realtà coinvolte
Rimaflow; Mishikamano; Sfrutta Zero; OZ; Attac; Mag; Alegre; Contadinazioni; Porto di terra; Scup; Karalò; Cesare

Dove&Quando
In tutti i territori

 

3 – FILIERA DEL VALORE

Sfida prioritaria
Decostruzione del “biologico/convenzionale”

Attività step by step

  • Certificazione partecipata della produzione etica (cibo/e non)
  • Campagna territoriale contro la Grande Distribuzione Organizzata (partendo dai luoghi dove si sperimentano progetti di acquisto/distribuzione)

Realtà coinvolte
Spazi sociali / Gas / Botteghe / Spacci / Empori / Mercati contadini …


4 – SCUOLA DI AUTOGESTIONE

Sfida prioritaria
Formazione all'autogestione per rideclinare le modalità e l'immaginario dell'impresa

Azioni step by step

  • Produzione di letteratura specifica: le relazioni e i conflitti (interni ed esterni) in forma condivisa per formazione sull'organizzazione del lavoro

Realtà coinvolte
Rimaflow; Officina Popolare; Contadinazioni; Mag Roma; Scugnizzo Liberato

Dove&Quando
Definire una sezione specifica che lavori su queste tematiche – database online; il prima possibile!

 

5 – FARE COMUNITA'

Sfida prioritaria
Costruire comunità accorciando la distanza tra produttori e fruitori urbani attraverso lo scambio di pratiche e saperi

Azioni step by step

  • Formazione e informazione, autoformazione dei processi produttivi (laboratori, condivisione dei saperi)
  • Scambio/iniziative tra luoghi di produzione e di consumo
  • Scambio dei servizi (strumenti)
  • Presenza e visibilità nei territori

Realtà coinvolte
Scup; CSA Bergamo; CSA Fontanini; Resistenza Campesina; 20 Pietre; Terra Nostra; Contadinazioni; Comune di Bagnana; Eccoci; Comune del Crocicchio

Dove&Quando

 

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Relazione di Gigi Malabarba di RiMaflow - Fuorimercato Milano


Fuorimercato vuole costituire una realtà economica sostenibile sia dal punto di vista ecologico che sociale. FM organizza l'apporto quanto più ampio possibile di abilità e competenze in ogni campo coerenti con la concezione che la ispira, riconoscendo un valore economico ad ognuna di esse tramite remunerazione o scambio. FM non intende rappresentare un mercato alternativo, ma un'alternativa al mercato, dove connettere la produzione, la riproduzione e la circolazione di un'economia altra, tendenzialmente alternativa al capitalismo.

Siamo partiti dalla soddisfazione dei bisogni fondamentali individuali e collettivi conculcati dalle politiche liberiste per andare oltre la rete di sostegno o la lotta per il semplice ripristino di un welfare in ogni caso insoddisfacente. La tessitura di rapporti con l’insieme delle realtà di consumo critico per affrontare le esigenze di distribuzione di ‘prodotti ad alto valore sociale aggiunto’ è centrale. Non si tratta solo di essere rispettosi della salute e dell’ambiente, attraverso produzioni biologiche o a ‘garanzia partecipata’, ma anche rispettosi dei diritti di chi lavora, dalla produzione alla distribuzione finale.

Ciò significa quindi creare posti di lavoro e lavoro ‘buono’. A RiMaflow siamo passati in 5 anni di occupazione da 15-20 lavoratori e lavoratrici iniziali a circa 100 tra cooperativisti e artigiani, mentre attorno si sta articolando una Rete di economia sociale e popolare, urbana e rurale che ne organizza altrettanti, tra cooperative agricole e Csa, cucine popolari e anche ambiti di produzione culturale. In Puglia, nella filiera autogestita del pomodoro ‘sfrutta zero’, ogni nuovo anno sono in crescita opportunità di lavoro sia per migranti che per nativi. In generale nelle campagne si registra il maggior numero di esempi di riappropriazione del lavoro.

Nell’evoluzione del dibattito abbiamo iniziato ad affrontare anche percorsi di ‘costruzione di comunità’. Si è trattato in questo caso di affiancare ai Gruppi di acquisto (i tradizionali Gas) i Gruppi di offerta (reti di produttori agricoli o laboratori artigianali o competenze e saperi), pianificando collettivamente l’insieme di una filiera economica popolare: dalla produzione allo stoccaggio/logistica, al lavoro di trasformazione dei prodotti e di costruzione di strumenti o pezzi di ricambio, al mercato o piazza comune/spazio collettivo, allo spaccio, alle cucine popolari. Ossia un campo economico ‘fuorimercato’, in cui è tutta la comunità che si assume la responsabilità di gestire la sfera di sussistenza, con la centralità del cibo.

I riferimenti, con qualche adattamento, vanno dalle CSA, le Comunità di supporto all’agricoltura del mondo anglosassone, alla CIC, Cooperativa Integral Catalana, dove tutte le fasi del ciclo economico sono comprese e funzionano in autogestione, con sperimentazioni di demonetarizzazione con sovrafornitura di prodotti (cioè ad es. contributo per attività di servizio fatto non in denaro ma in maggiore fornitura di prodotti), banche delle ore, quote di solidarietà, monete sociali, ecc. A Bologna, attorno alla realtà di Campi Aperti, esistono da anni ambiti organizzati che vanno in questa direzione (come ad esempio la cooperativa di produzione e consumo Arvaia, e più recentemente Camilla, nata da una collaborazione tra Campi Aperti e il Gas Alchemilla), coinvolgendo diverse centinaia di persone e sono tuttora in crescita. In sostanza, è in atto un tentativo di superare almeno embrionalmente la storica separatezza tra città e campagna prodotta dallo sviluppo capitalistico.

Ulteriore evoluzione rappresentano i progetti di ‘cucine popolari’ in collegamento con tutta la filiera produttiva autogestita: qui si cerca di intervenire sul versante della sussistenza e del diritto all’alimentazione e con cibo sano per tutti, rompendo il meccanismo dominante che consente solo ai redditi alti di ‘comprare biologico’ e più in generale a chi ha un reddito di poter ‘comprare’ tout court. Si tratta cioè di rispondere anche a una esigenza di solidarietà di classe dentro la crisi, partendo dai bisogni elementari della popolazione, attraverso appunto cucine popolari ma anche ambulatori autogestiti con distribuzione di medicinali gratuiti, occupazioni per esigenze abitative, sostegni all’accoglienza dei migranti, ecc.

La scelta dell’ambito ‘alimentare’ non è quindi casuale, ma rappresenta il perno di un’economia altra e di nuove relazioni sociali. Da qui l’esigenza di partire dalle esperienze più avanzate nella produzione contadina e dal ‘consumo critico’ per sviluppare i successivi passi in direzione comunitaria.

Anche l’aspetto spesso controverso di fornire una logistica autogestita alternativa alla GDO, che a prima vista sembrerebbe contrastare con il concetto di sovranità alimentare (ossia il soddisfacimento pieno di tutti i bisogni alimentari nel proprio territorio, salvaguardando piccola produzione contadina e ambiente, secondo il paradigma ormai consolidato coniato quasi vent’anni fa dalla rete mondiale della Via Campesina), in realtà affronta di petto la questione, prevedendo la sostenibilità di percorsi per arrivare a superare le monoculture imposte dalle multinazionali. Per consentire il ritorno della biodiversità e dell’insieme delle produzioni nei territori vanno sostenute in una sorta di “km 0 politico” quelle realtà che condividono questo obiettivo. Pensare di sostituire parte della produzione agrumicola con orticoltura e cereali è nei progetti di Sos Rosarno. Distribuire nel Centro-Nord Italia le arance è in ultima analisi la condizione per rilanciare nel giro di qualche anno un’agricoltura di prossimità in modo non velleitario ma realistico.

Pur se disperse e frammentate, varie e da valorizzare sono le resistenze al potere e all’ordine capitalistico esistenti oggi in Italia. Per arrivare a un’organizzazione economica delle resistenze che puntano alla sovversione dei rapporti di potere non si può funzionare se non generando lotte più complessive antisistema. E’ importante far vedere percorsi possibili ora, ‘custodire’ beni comuni e diffondere stili di vita che non potranno che essere in tensione col potere esistente: è il concetto di mutualismo e autogestione conflittuale adottato fin dall’inizio da RiMaflow. Una cooperativa autogestita che rompe con il meccanismo della concorrenza al ribasso è in permanente conflitto col sistema dominante e rappresenta una ulteriore trincea di resistenza, indispensabile dentro la frantumazione sociale che viviamo.

La stessa esistenza di una fabbrica recuperata è possibile solo se sorgerà una rete di realtà economiche popolari e solidali e se la crescita del conflitto sociale più ampio determinerà il superamento della passività e del conservatorismo dominanti nella società. Tanto più che solo grandi movimenti di lotta potranno imporre dal basso misure legislative ad esempio in termini di espropriazione o comunque di garanzia di ciò che si può autogestire dal basso in forma partecipata. Comprendere lo stato dei rapporti di forza tra le classi è sempre essenziale per non coltivare – a volte inconsapevolmente - illusioni di riforma del sistema, quanto mai fuori tempo e fuori luogo.

Rispetto ai dibattiti storici tra i sostenitori del mutualismo riformista e quelli della conflittualità sociale e sindacale di fine ‘800, così come tra le correnti marxiste favorevoli alla presa del potere statuale e quelle libertarie di federazione di realtà economico-sociali che si sottraggono al sistema, Fuorimercato già oggi rappresenta – in piccolo, evitiamo autocompiacimenti assurdi! - embrionali esperienze concrete di autorganizzazione in cui si combinano mutualismo e conflitto sociale, battaglie politiche e comunitarismo. Non si tratta, a mio avviso, di eclettismo ideologico, ma di mutuo aiuto tra realtà resistenti differenti che si riconoscono reciprocamente e che intrecciano anche nella medesima sperimentazione strumentazioni differenti.

Per riprendere la realtà di RiMaflow. La tenuta per anni dell’occupazione della fabbrica e la sua rimessa in funzione non sarebbe concretamente possibile senza che questa realtà possa disporre al proprio interno – ossia senza deleghe ad apparati esterni – di strumentazioni sindacali e legali, così come di competenze tecnico-professionali (anche da acquisire man mano) e di modalità politiche di autogestione.

In fondo è ciò che già esiste, in modo spesso discontinuo, in molti spazi sociali, al cui interno si ritrovano strumentazioni sindacali, esperienze di lavoro in comune (co-working), servizi di assistenza e autorganizzazione (legale, migranti, lavoro, fiscale, antipatriarcale e di genere), distribuzione di prodotti, ma anche ‘casse comuni’ di solidarietà. Cioè potenzialmente può esistere una rete sociale ed economica, politica e ‘sindacale’, che allude a un’organizzazione come il Movimento Sem Terra del Brasile, il più grande movimento sociale organizzato dell’America latina, che da oltre trent’anni combina strumenti di lotta sindacali e legali, organizzazione economica cooperativistica, rivendicazione politica di cambiamento legislativo e istituzionale, costruzione di autorganizzazione comunitaria in tutti i campi (abitativa, educativa, sanitaria, ecc.). E in Europa è quello che fa il SOC-SAT andaluso. Non a caso le due esperienze che abbiamo invitato a questo convegno.

Schematicamente, tre ulteriori considerazioni. La prima è che la fine del ‘movimento operaio’ novecentesco sotto le macerie dello stalinismo e della socialdemocrazia, che ha travolto inesorabilmente anche i settori critici e le opposizioni classiste, ha lasciato un vuoto su cui i padroni del mondo hanno via via travolto tutte le più importanti conquiste delle classi subalterne. Pensare di ricostruire quell’impalcatura politico-sociale è francamente illusorio. Occorre guardare con attenzione alle nuove modalità di ricomposizione che si stanno dando in forme certo differenti secondo le varie latitudini, ma con dei tratti comuni. Da Piazza Tahrir al 15M, da Occupy Wall Street a Gezy Park, alle Nuites Debout, per non citare che i momenti più significativi di lotta degli ultimi cinque anni, assistiamo a una ricerca spasmodica di dare espressione a quel ‘99 per cento’ che non si ritrova quasi mai nelle forme tradizionali di rappresentanza.

E’ - credo - la ricerca di uno ‘spazio sociale’ pubblico, fatto di ‘piazze comuni’ in cui riconoscersi e darsi i propri strumenti di lotta. Dove tutte le soggettività politiche – in primo luogo i partiti – soffrono o sono respinte, ma anche dove le aggregazioni sociali e sindacali devono sottoporsi a livelli decisionali nuovi: non si può contrapporre artificiosamente l’organizzazione separata alla disorganizzazione inconcludente; è l’autorganizzazione la risposta adeguata. Se e quali nuove forme organizzative più o meno stabili nasceranno, come accadde per il movimento operaio e le sue varie articolazioni politiche e ideologiche alla fine dell’800, è difficile immaginarlo oggi, ma bisogna disporsi in tale direzione.

La seconda considerazione si riferisce alle forme della ‘controsocietà’, in cui è necessario affrontare l’aspetto economico della sussistenza dei settori popolari e di un proletariato meticcio che stenta a ricomporsi sotto i colpi delle politiche razziste e di segregazione. Forse occorre riflettere sull’attuale prevalente modalità di esistenza degli spazi sociali (intesi in senso lato) come luoghi essenzialmente di aggregazione politica e iniziare a progettare almeno una parte di questi in direzione della costruzione di attività economiche autogestite. Ciò significa riappropriazione di fabbriche o di terre, comunque di luoghi – compresi i beni sequestrati alle mafie – per dar vita a ‘iniziative economiche fuorimercato’. E’ l’occasione per proporre nuove reti di economia sociale e solidale, in grado di andare oltre la spinta etica per indirizzarsi sempre più sotto il segno del popolare e del politico anticapitalistico: non per declamazione, ma per pratica concreta. Le esperienze di neomunicipalismo, che un certo interesse stanno suscitando, si devono certamente arricchire di questo contenuto.

La terza è l’importanza del fattore ‘ambiente’ e del fattore ‘genere’. Una sottovalutazione della prospettiva ecosocialista di fronte alla catastrofe imminente o del femminismo e delle differenze sessuali nella costruzione di embrioni di economia e di società alternativa equivale seccamente a non costruire alcuna alternativa all’attuale società. Se bisogna ricominciare, bisogna ricominciare col piede giusto, senza rimandare a un futuro non precisato l’affrontare questi problemi. E’ lo stesso concetto di prefigurazione di società con cui cerchiamo di dimostrare che una fabbrica e una fattoria senza padroni è possibile che ci fa dire che dove l’ecologia e l’antipatriarcato non sono di casa questa non sarà mai la nostra casa.

Volendo sintetizzare i concetti finora espressi, Fuorimercato è una rete sociale di mutuo soccorso, finalizzata alla costruzione dal basso di istituzioni economiche in rottura con le leggi del Mercato. Costituita quindi da esperienze sociali e politiche autonome di autorganizzazione, che esercitano forme di appropriazione collettiva in contrapposizione alle forme di dominio capitalistico.

Si tratta cioè di realtà in cui – in base a contesti diversi e con accentuazioni diverse – è possibile mettere in discussione le gerarchie sociali, l’organizzazione del lavoro, i meccanismi di dominazione materiali (di genere, di etnia e simbolici) e di organizzazione dei rapporti sociali (valori d’uso in luogo di valori di scambio, sperimentazioni di scambio senza uso di denaro, ecc.). Spazi sottratti al Mercato e al potere costituito che costruiscono relazioni di potere alternative, dall’autogestione all’autogoverno, ossia istanze proprie fondate sulla democrazia diretta.

Lungi dall’aver già realizzato pienamente questi obiettivi in nessuna realtà, le occupazioni tuttavia esprimono bene questa ipotesi. Ancor più significativamente quando riguardano la sfera del lavoro e della produzione, come l’occupazione di fabbriche o di terre e la loro rimessa in funzione in autogestione. RiMaflow e Mondeggi Bene Comune, così come le imprese recuperate argentine o gli insediamenti del MST brasiliano, alludono a questo: la trasformazione delle relazioni sociali di produzione e la messa al centro dell’interesse collettivo.

Poter dimostrare che il lavoratore e la lavoratrice della città o della campagna può essere in grado di esercitare in forma democratica un proprio potere e la prefigurazione di un’alternativa di società nel mentre si affrontano problemi immediati (di reddito e/o di difesa di beni comuni) sono fondamentali.

Nell’ambito dei percorsi di classe, in questo caso maggiormente in quelli di ispirazione marxista che non in quelli libertari, al di là della sfera sindacale (spesso separata da progetti di trasformazione), anche nei settori più avanzati si è puntata storicamente l’attenzione alle dinamiche che potevano portare alla creazione di situazioni di dualismo di potere (ossia quando il potere costituente dal basso mette direttamente in discussione il potere costituito) possibili in condizioni eccezionali di lotta di classe o in fasi pre-rivoluzionarie.

Certo, si tratta di passaggi chiave della lotta. Ma si è trascurata l’importanza – specie in situazione di crisi, come oggi, dove molti sbocchi di lavoro, di reddito, di welfare vengono meno – di avviare forme di apprendistato all’autogoverno praticabili e socialmente legittimabili anche in condizioni di conflitto sociale più limitate.

Valutando le esperienze argentine dei piqueteros e delle fabbriche recuperate, dove a occupare le strade e le fabbriche sono stati lavoratori e lavoratrici spesso senza alcuna esperienza alle spalle, Miguel Mazzeo parla di “potere popolare come fine e come prassi, come percorso e come obiettivo dell’emancipazione in costruzione”; cioè non solo quindi in una “prospettiva ‘utilitarista’ da parte di un’avanguardia rivoluzionaria di quadri”.

Ma aggiunge anche un secondo aspetto oltre alla critica all’avanguardismo, ed è fondamentale: il potere popolare non è possibile “neanche come realtà isolata di micro poteri locali” - ammesso che questi riescano a resistere isolati - che ha caratterizzato molte sperimentazioni libertarie. Ossia rinviando alla necessità di un’organizzazione che superi la dimensione locale.

Un potere popolare, quindi, che si costruisce dal basso, dalla fabbrica o dalla comunità, dalla produzione o dal territorio, che aspira a togliere l’egemonia a quelli in alto, al loro Stato e alle loro Leggi. Un processo costituente di nuove istituzioni che sorgano dal movimento in sostituzione di quelle esistenti.

Cioè a quelle del potere costituito che, quando però tocchi interessi forti e crei esempi pericolosi, ossia quando ‘dai fastidio’, reagisce. Per cui ti devi difendere innanzi tutto creando un consenso sociale nel territorio e essendo parte del più generale conflitto sociale e di classe; moltiplicando e collegando tra loro esperienze di autogestione. Anche dal punto di vista materiale, economico e non solo politico. E anche garantendo una ‘protezione’ di fronte agli attacchi burocratico-ammnistrativi e repressivi.

E’ la stessa perdita di riferimenti per le sconfitte dei progetti alternativi, tutti, che rende ancor più necessario non solo linguaggi diversi, tempi di maturazione diversi, ma anche una centralità delle pratiche con valenza di alternativa economico-sociale immediata: reti territoriali, orizzontali, ‘fuorimercato’, che costituiscano nel concreto – e non solo nei discorsi – luoghi potenziali di controegemonia.

Sperimentazioni interessanti di ricomposizione di classe che alludono al potere popolare in questa fase storica di ripiegamento dei movimenti le troviamo anche oggi in Italia e in forma più dispiegata anche non lontano da noi, in Spagna o in Grecia

ad esempio: l’occupazione delle case di proprietà delle banche da parte delle famiglie sfrattate (si tratta di gente comune e non di militanti, i quali si mettono in questi casi al servizio dell’occupazione); oppure, venendo meno il ruolo trainante della fabbrica come luogo di contropotere che un tempo si proiettava sul territorio, hanno acquisito centralità i servizi pubblici, in cui si rimette in discussione il concetto di ‘pubblico come proprietà privata dello Stato’ per affermare il concetto di bene comune, quindi da gestire da parte dei lavoratori e degli utenti: è il caso di alcuni ospedali in Grecia, ma anche a Madrid, che resistono ai tagli alla sanità con forme di autorganizzazione dal basso che coinvolgono tutti i soggetti e che mettono in discussione il potere costituito.

Un riferimento politico rilevante costituiscono le esperienze indigene più avanzate di autogoverno e anche più durature nel tempo, come quelle zapatiste in Chiapas o in altre realtà latinoamericane. Esse si poggiano sull’alto valore della tradizione storica delle realtà comunitarie precapitalistiche. Naturalmente, appena fuori dal territorio della comunità, il rapporto economico con il mondo esterno pone però anche a queste inevitabilmente il problema del dominio delle leggi del Mercato. Analogamente si potrebbe dire delle altrettanto straordinarie esperienze curde ad esempio nelle comunità del Rojava.

Anche le imprese recuperate argentine, in un contesto industriale capitalistico rappresentano un punto di riferimento per analoghe sperimentazioni di riappropriazione dei mezzi di produzione in vari paesi. Se da un lato, fondandosi sul ‘bisogno’ di reddito e sul fondamentale recupero dei macchinari, dimostrano che lavorare senza padroni e in autogestione è possibile, dall’altro restano spesso su un terreno di ‘conservazione’ in qualche modo ‘obbligata’ nel tipo di produzione e soprattutto nel rapporto col Mercato, dove pende costantemente la spada di Damocle della concorrenza. La loro continuità nel tempo è prova in ogni caso di uno spazio reale per “l’Economia dei lavoratori e delle lavoratrici”, come è stata definita nel corso degli incontri internazionali svoltisi in questi anni, e a cui vale la pena di dare impulso.

Come far avanzare e su quali terreni autonomia economica e potere popolare in società capitalistiche avanzate?

L’isolamento in micro realtà o ‘micropoteri’ locali o viene tollerata in quanto marginale o è destinata con ogni probabilità a una fine certa oppure al suo riassorbimento nell’ambito del sistema. Quindi queste sperimentazioni devono darsi forme di resistenza organizzate. Margini certamente maggiori esistono - come abbiamo cercato di spiegare - relativamente ai fondamentali dell’esistenza, ossia beni comuni come l’acqua, il cibo, la terra.

Costruire Fuorimercato come organizzazione nazionale vuole essere un contributo in questa direzione. Lavorando cioè sul pezzo scoperto del movimento, o meglio in direzione di costruire su questa esigenza uno ‘spazio’ e anche un movimento, senza staccarsi mai dalle proprie radici e dando costantemente risposte alle domande della propria comunità.

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Relazione di Marie Moise


Per una genealogia femminista del mutualismo.

Questo mio intervento è un tentativo di connettere tra di loro in una costellazione storica quelle stelle di esperienza mutualistica che hanno brillato nel corso del tempo, dalla rivoluzione francese ai giorni nostri. Vuole inoltre proporre una genealogia femminista intersezionale del mutualismo, per individuare le pratiche con cui le subalterne hanno risposto a questo sistema di sfruttamento, che qui è compreso non solo a partire da un’asimmetrica divisione sociale del lavoro, ma anche sessuale e razziale (anche se non avrò modo di approfondire quest’ultimo aspetto). E il lavoro qui analizzato non è solo il lavoro produttivo e salariato, ma anche il cosiddetto lavoro di riproduzione sociale, ovvero quell’insieme di attività - non retribuite e imposte storicamente alle donne - di cura e riproduzione della vita umana, in termini biologici, ma anche di riproduzione quotidiana della forza lavoro e delle condizioni stesse per la riproduzione del sistema.

Le prime società di mutuo soccorso tra la rivoluzione francese e gli inizi del Novecento hanno sistematicamente escluso le donne. Tra i primi teorici del mutualismo, Pierre-Joseph Proudhon in testa, è forte l’idea che le donne siano degli esseri inferiori per natura. Tale concezione è alimentata da una idea della femminilità come condizione patologica. La gravidanza, nello specifico, è considerata una malattia. Con queste premesse l’esclusione delle donne dalle società di mutuo soccorso è giustificata con l’argomentazione, diffusa nel senso comune, che le donne si ammalino più spesso degli uomini. Di conseguenza l’assistenza sanitaria alle donne sarebbe troppo onerosa per le organizzazioni di mutuo soccorso.

Ma dagli albori del mutuo soccorso e da ben prima, a ben guardare, le donne hanno sempre risposto e lottato contro la misoginia attraverso pratiche di solidarietà reciproca.

1835. Flora Tristan rielabora la sua esperienza di migrazione, povertà e violenza di genere in una proposta politica e sociale, pubblicata a Parigi con il titolo: “Necessità di dare buona accoglienza a donne straniere”. Analizzando la divisione in classi sociali, intrecciata al lavoro di riproduzione sociale delle donne, e intuendo l’oppressione dei soggetti in migrazione, Tristan progetta una struttura associativa per l’accoglienza delle donne migranti:

“ogni epoca in cui una parte della società soffriva e sentiva il bisogno di un cambiamento, delle associazioni hanno anticipato le riforme. queste associazioni avevano come obiettivo di aiutarsi tra di loro, mutualmente, di soccorrere i fratelli afflitti e perseguitati, perché, deboli come siamo noi, considerati individualmente, non è che nell'Unione che possiamo riporre la forza. [...] Cominciamo allora con mano ferma a sollevare la bandiera del mutuo soccorso, costruiamo un’intera società [...] ospitale, e solleviamo una parte di questi esseri che soffrono”.[1]

1849. Jeanne Deroin e Pauline Roland sono tra le fondatrici dell’Union des association ouvrières (Unione delle associazioni operaie). Lo statuto dell’Unione non soltanto prevede la partecipazione delle donne, ma una presa in carico da parte dell’associazione di anziani bambini e invalidi. L’Unione prevede, inoltre, una strutturazione in tre comitati, uno di produzione uno di consumo e uno di redistribuzione il cui lavoro è approvato da un’assemblea generale dei soci, secondo il principio “a ciascuno secondo i proprio bisogni”. A questi si affiancano anche un lavoro di educazione e alfabetizzazione.[2] Arrestata e poi esiliata, Deroin, scrive in diretta polemica, teorizzando modelli di mutualismo incentrati non soltanto sulla produzione ma anche sulla riproduzione sociale e scrive:

“Affermiamo in nome della sacra legge della solidarietà che nessuno ha il diritto di essere completamente libero e felice fino a che vi sarà un solo essere oppresso e sofferente.”[3]

1 marzo 1862. Nasce a Milano l’Associazione generale di mutuo soccorso ed istruzione delle operaie, 587 socie, per iniziativa del corrispettivo maschile dell’associazione, ma la direzione, l’economia e contabilità, l’intera gestione dell’associazione è in mano alle donne. L’associazione prevede un sussidio malattia e di maternità in cambio di una quota mensile e di una tassa d’iscrizione proporzionata all’età.[4]

23 ottobre 1872. A Bondeno Ferrarese un’alluvione devasta il paese. Su iniziativa in particolare di una marchesa della regione, la marchesa Pepoli, si attiva una raccolta fondi per le vittime dell’alluvione. Il ricavato della cassa di solidarietà viene trasformato per iniziativa della marchesa nel capitale di partenza per una cooperativa che associa le operaie tessitrici di Bondeno, le principali vittime dell’alluvione. Di lì a poco inizierà la produzione.[5]

Come emerge da queste esperienze le prime forme mutualistiche rivolte alle donne in Italia hanno un’impronta paternalistica e assistenziale, dalle quale tuttavia le donne si renderanno ben presto autonome, intrecciando cooperativismo, mutualismo e lotta sindacale.

1883. Nasce a Milano la Fratellanza artigiana per iniziativa della lavoratrici stesse. La società assicura sussidi di malattia, maternità e scuole gratuite di cucitura meccanica. A queste si connette un’attività politico-sindacale, con la quale la Fratellanza rivendica la dignità delle associate in quanto donne e lavoratrici: “una vittoria non l’abbiamo ancora conseguita - afferma una delle fondatrici, Angela Maffi - ma ci siamo procurate coll’associazione i mezzi di ottenerla. Siamo migliori di quanto non l’eravamo prima, perchè abbiamo messo a servigio l’una dell’altra le nostre forze separate, le nostre modeste idee, le aspirazioni nostre.”[6]

15 maggio 1896. Dal primo sciopero di donne in Italia nasce una delle più importanti cooperative di produzione gestita da donne.

Lo sciopero viene lanciato dalle trecciaiole, le lavoratrici della paglia, nella periferia fiorentina. Le trecciaiole erano lavoratrici salariate per conto di un padrone, ma allo stesso tempo lavoratrici a domicilio. In una condizione di fortissimo isolamento, lavoravano per salari letteralmente da fame, entro le mura domestiche.

La lotta di queste lavoratrici è stata a lungo inibita non soltanto dalla paura del padrone, ma anche dal quadro familiare, in cui mariti e fratelli vietano alle donne di uscire di casa a protestare. Ma l’insofferenza delle trecciaiole si acuisce a causa della speculazione che i fattorini fanno sul loro lavoro al momento della consegna del prodotto ai negozianti. Il 15 maggio 1896 le trecciaiole scendono in piazza, vanno inizialmente all’attacco dei carretti dei fattorini, li ribaltano e li incendiano, passano davanti alle industrie della regione incitando i lavoratori a scioperare in solidarietà. Infine arrivano a Firenze dove bloccano i binari dei tram, circondano il municipio e si scontrano fisicamente con la polizia. Gli arresti che ne conseguiranno, susciteranno però la solidarietà dell’opinione pubblica. La camera del lavoro interviene allora nella mobilitazione e il 16 giugno 1896 nascono le prime due cooperative di trecciaiole, per un totale di 683 socie, che salirà a un paio di migliaia nel giro di poco tempo, eliminando i profitti degli intermediari.[7]

1899. Da alcune socie dell’Associazione generale di mutuo soccorso e di istruzione delle operaie, nasce in via Moscova a Milano, l’Unione femminile. Essa mette in rete e coordina decine di associazioni femminili, attività produttive ed educativo-culturali, guardando al modello della federazione italiana delle società di mutuo soccorso e alla Lega delle cooperative. L’Unione femminile diviene non soltanto un collettore ma anche un moltiplicatore di iniziative di intervento sociale e politico. Tra le attività, si annoverano gli sportelli di assistenza per ottenere sussidi, un ufficio di collocamento delle domestiche insieme a una struttura abitativa temporanea per le giovani in cerca di lavoro, i giovedì delle socie (ovvero momenti di discussione politica informale e conoscenza tra le associate), un laboratorio di produzione tessile, e infine la Fraterna, ovvero la società di mutuo soccorso delle piscinine - le piccoline, in milanese- fondata in seguito e a sostegno del loro sciopero del 1902.[8] Il 23 giugno di quell’anno 250 bambine tra i 6 e i 15 anni, sulla carte apprendiste sarte, ma di fatto lavoratrici quasi schiavizzate si mettono in sciopero e scendono in corteo, 75 di loro perderanno il lavoro. l’unione femminile interviene in loro sostegno, inaugurando una società di mutuo soccorso per loro, insieme a una scuola di formazione e degli spazi che rispondano anche alle necessità ludiche e ricreative delle lavoratrici bambine.[9]

1973, nasce in francia il Mouvement pour la liberté de l’avortement et de la contraception (Movimento per la libertà dell’aborto e della contraccezione), che mette in rete associazioni, partiti ma anche molte singole donne e moltissimo personale ospedaliero che sostiene il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Nascono in diverse città di francia delle cliniche autogestite e clandestine di pratica dell’IVG sulla base delle reti di solidarietà e del contributo di medici e infermiere/i. Nel giro di poco tempo il movimento conta 15000 aderenti e migliaia di IVG praticate. La principale motivazione, che spinge le donne a rivolgersi al movimento è la condizione di difficoltà economica. La pratica dell’IVG in forma autogestita e illegale portata avanti dal movimento, ha un impatto fortissimo sulle politiche del governo. Nel 1975, con la Loi Veil, l’aborto in Francia diventa legale.[10]

1896. Nasce a milano il primo centro antiviolenza autogestito dalle donne. Si chiama ancora oggi Casa delle donne maltrattate di Milano.[11] La sua nascita si deve all’attivazione di una cassa di solidarietà con cui le donne dell’UDI (Unione Donne Italiane), raccolgono un milione di Lire, ovvero il quantitativo che permette il pagamento dell’affito della prima casa segreta per le donne vittime di violenza.[12] In queste strutture trovano rifugio le donne che per fuoriuscire da relazioni violente e salvarsi la vita hanno bisogno di entrare in clandestinità.

Le parole chiave di questo lavoro sono l’auto-aiuto, l’autodeterminazione, e l’empowerment[13], termini che arricchiscono di sfumature in realtà sostanziali la pratica del mutualismo. Esse indicano che nella dimensione collettiva si lavora per alimentare nella singola persona le risorse, la forza per lottare e resistere, ma è soltanto nella relazione, reciproca e circolare che questo si può dare, e che permette a chi fuoriesce dalla violenza di restare nella rete, a supporto di chi arriverà dopo.

8 marzo 2016. Il movimento femminista di Non una di meno, costruisce in Italia il primo sciopero produttivo e riproduttivo contro la violenza di genere. A costruirlo, in rete, sono i centri antiviolenza, i consultori e le consultorie autogestite, i progetti di educazione alle differenze nelle scuole, in breve: le donne e li soggetti direttamente colpiti dalla violenza di genere, sul lavoro, in casa, nel rapporto con le istituzioni.

La costruzione dello sciopero ha tra le sue pratiche una cassa di mutuo soccorso che rimborsi la giornata di lavoro di sciopero a chi ne abbia abbia necessità, spazi di lavoro di cura socializzato come asili in piazza, pranzi collettivi, sportelli di assistenza.

25 novembre 2017. Esce in italia il primo Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere. Un lavoro di scrittura condivisa che ha messo in rete migliaia di donne, assemblee territoriali e nazionali, con cui si è arrivati ad un’analisi complessiva di tutte le sfumature di un fenomeno, la violenza, inteso come strutturale nel sistema produttivo e riproduttivo. Per ogni sfumatura della violenza si rivendicano in questo piano le soluzioni concrete e possibili, e gli strumenti per concretizzarle. Tra questi oltre allo sciopero,il mutualismo e la solidarietà.[14]

La parola d’ordine con cui Non una di meno definisce il mutualismo è #wetoogether.

E’ la risposta ai milioni di #metoo (“anche io”), l’hashtag con cui le donne di tutto il mondo hanno iniziato a denunciare pubblicamente di aver subito violenza. #wetoogether è il modo per dire che milioni di “io” che hanno lo stesso vissuto di violenza e sfruttamento devono diventare un grandissimo “noi”, un “noi-insieme”, in cui avere cura l’una dell’altra, aiutarsi a vicenda a resistere, sopravvivere e uscire insieme da quella stessa condizione.

Da questa breve genealogia femminista delle pratiche mutualistiche quello che mi sembra emergere è che il mutualismo è una risposta, non soltanto alla divisione sociale del lavoro ma anche alla divisione sessuale di questo. La solidarietà reciproca tra quei soggetti che, in quanto assegnati al genere femminile, si trovano a dover svolgere il lavoro di riproduzione sociale del sistema oltre che il lavoro salariato in condizioni di precarietà strutturale e salari più bassi, è un trampolino di lancio per rompere questa divisione.

In secondo luogo, la solidarietà reciproca tra chi sta da una parte e dall’altra di questa divisione sessuale del lavoro si trasforma invece nella sperimentazione, nel qui ed ora, di un nuovo modo di stare insieme, in società, che non soltanto è possibile ma, urgente e necessario.

Tutte queste forme di mutualismo si concretizzano come strumenti di sopravvivenza per chi non riesce a sopravvivere altrimenti, come strumenti di coagulazione delle forze, per rivendicare e fare vertenza contro chi la forza la monopolizza. Infine, ma non da ultimo, il mutualismo si concretizza come pratica di relazione umana, basata sulla cura reciproca, cura dell’altro che diviene cura di sè, ovvero di un soggetto collettivo, impensato, in formazione.


[1] http://www.communianet.org/lotte-di-classe/necessit%C3%A0-di-dare-una-buona-accoglienza-alle-donne-straniere-flora-tristan-1835

[2] Cf. M. Dreyfus, Les femmes et la mutualité française. De la Révolution française à nos jours, Editions Pascal, Parigi 2006, pp.23-24; A. Ranvier, Une féministe de 1848: Jeanne Deroin, Revue d'Histoire du XIXe siècle - 1848  Année 1908  24  pp. 317-355

[3] J. Deroin, Association fraternelle des démocrates socialistes des deux sexes - Pour l'affranchissement politique et social des femmes, Imprimerie de A. Lacour, Parigi 1849, p.4 (Traduzione mia)

[4] Aa Vv, L’audacia insolente. La cooperazione femminile 1886-1986, Marsilio Editori, Venezia 1986, p.23ss

[5] Ibidem, p.27ss

[6] Ibidem, p.30

[7] Ibidem, p.45ss; Cf anche F. Gambacciani, Il primo sciopero femminile fu nella piana: a guidarlo le trecciaiole, Piananotizie. Quotidiano online della piana fiorentina, 06/05/2015.

[8] Ibidem, p.79ss; Cf anche Studio Origoni e Steiner con L. Pergego, R. Cesani e T. Moltoni (a cura di), Storia dell’Unione femminile nazionale, materiali della Mostra storica dell’Unione femminile nazionale, Milano 2013.

[9] F. Imprenti, Operaie e socialismo. Milano, le leghe femminili, la Camera del lavoro (1891-1918), Franco Angeli, 2007, p.180ss.

[10] Michelle Zancarini-Fournel, « Histoire(s) du MLAC (1973-1975) », Clio. Histoire‚ femmes et sociétés [En ligne], 18 | 2003, 18 | 2003, 241-252.

[11] www.cadmi.org

[12] Ringrazio Marisa Guarnieri, presidente onorario di CADMI, di avermi raccontato questa storia.

[13] https://www.direcontrolaviolenza.it/i-centri-antiviolenza/

[14] Abbiamo un piano “Al fine di rompere la frammentazione e l’isolamento che contraddistinguono il mondo del lavoro contemporaneo, riteniamo fondamentale riaffermare, tra le nostre pratiche femministe, l’importanza della costruzione di nuove reti solidali e di mutuo soccorso, riaffermare cioè, contro la barbarie, l’individualismo e la solitudine, la potenza dell’essere in comune, il sostegno, la sorellanza. Mutualismo e solidarietà contro le ritorsioni datoriali, contro i ricatti, le molestie, le discriminazioni e ogni forma di violenza dentro e fuori i posti di lavoro; reti di supporto tra le lotte, creazione di casse di resistenza per sostenere le stesse e le situazioni di difficoltà delle lavoratrici; spazi - sulla scia della storia dei movimenti femministi che hanno rivendicato, costruito e autogestito servizi delle donne per le donne espropriando al dominio maschile conoscenze e decisioni - dove sia possibile rimettere al centro i propri bisogni e desideri, l’ascolto e il mutuo aiuto, scambio e autoformazione sui diritti che abbiamo e quelli che vogliamo conquistare”. p. 31. https://nonunadimeno.files.wordpress.com/2017/11/abbiamo_un_piano.pdf

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Relazione di Salvatore Cannavò


A – Tre Premesse:

1. l’esaurimento del ciclo storico del movimento operaio.
Partito e sindacato hanno rappresentato i due corni distinti di una fiamma che ha crepitato per circa un secolo e che, spesso facendosi Stato o comunque dipendendo dallo Stato e integrandosi in esso, ha determinato una specifica fisionomia del movimento operaio.
Quella costruzione non esiste da tempo il che non significa che non esistano sindacati o lotte sindacali, ma che non esiste una costruzione politica, un insieme sinergico e quindi una soggettività della trasformazione che, almeno fino alla fine degli anni 60, era “LA” soggettività.

2. necessità di ragionare in termini di ricostruzione dei due elementi portanti: la solidarietà materiale e un orizzonte ideale. La prima è talmente divelta che un partito “di sinistra” come il Pd italiano e un altro che incarna la sinistra del futuro, cioè Macron, sono arrivati al punto da coniare il reato di solidarietà, colpendo coloro che aiutano i migranti a non morire.

3. recupero di piste di ricerca negli albori movimento operaio, un ritorno alle origini non come mito originario e purificatore, nemmeno come ricorso storico o teoria di una storia a cicli. La storia va avanti e deve conservare la memoria di tutto il passato, compresi gli errori.

L’idea di questa esposizione è che nelle storie dell’origine, nei canoni fondativi ci sia un Codice sorgente di percorsi utili alla teoria e all’azione politica e sociale. Del resto questo codice ha permeato gran parte della storia del movimento operaio del Novecento: case del popolo, solidarietà di classe, il “paese nel paese” di cui parlava Pasolini, la comunità popolare o operaia in certe zone ad alta concentrazione proletaria (si pensi ai libri di Alberto Prunetti che non a caso percorre il filo della narrativa working class).

A un certo punto però quel codice si è perso, è stato trasferito in un'altra dimensione, quella statuale tramite i due strumenti del partito e del sindacato. Non percorriamo ora un’analisi di questo tipo, l’osservazione serve solo a sottolineare che un filo rosso ha percorso gli ultimi 150 anni ma anche che diverse vicende lo hanno strappato.

 

B - Un po’ di storia

Il movimento cooperativo propriamente organizzato, nato dalle intuizioni del socialista utopico Robert Owen, ha cominciato i suoi passi in Inghilterra, a Manchester dove nel 1844 nacque l’esperimento dei “Probi pionieri di Rochdale”. La cooperativa doveva occuparsi del commercio di generi alimentari di prima necessità. Dal rifiuto del modello tradizionale e dall’adozione di nuove regole organizzative nacquero i Rochdale principles basati su valori di mutualismo e aiuto reciproco, democrazia, auto-responsabilità, uguaglianza, equità. L’inizio, dunque, si carica già di una doppia valenza: una necessità di solidarietà concreta e una utopia: Come scrive Karl Marx «nelle utopie di un Fourier o di un Owen si leggono i presentimenti e l’espressione fantastica di un mondo nuovo».

Tra il 1840 e a fine del secolo il mutualismo si sviluppa in Europa, soprattutto in Italia, Francia e Inghilterra. Nel 1869, a Londra si terrà il primo congresso nazionale delle cooperative inglesi cui partecipano però 18 delegati di altri paesi (sui 112 totali) provenienti da Germania, Francia, Italia, Danimarca, Svezia, Svizzera e Grecia.
Questa crescita spingerà così Marx, nell’Indirizzo inaugurale all’Associazione internazionale dei lavoratori, a sostenere che “tra i due fattori positivi successivi alla sconfitta del 1848 ci sono la legge sulla giornata di lavoro a dieci ore e il movimento cooperativo” e “specialmente, le manifatture cooperative erette attraverso gli sforzi spontanei di alcuni uomini audaci”.

Per dare il senso dello sviluppo in Italia:

Sui dati raccolti dalla Statistica del Regno d’Italia, si contano su tutto il territorio
443 società nel 1862
1447 nel 1873,
2091 nel 1878,
4896 nel 1885.

Si trattava di associazioni che organizzavano attorno alla caratteristica della “fraternità” e dell’aiuto solidale fornendo aiuto e sostegno economico al socio in malattia, istruzione ed educazioni ai figli, inserimento nel mondo del lavoro, fino alla creazione di un credito operaio.

Le associazioni erano anche occasioni di vita sociale, luoghi di incontro e di relazioni fuori dalla vita assillante della fabbrica o dei campi. E quindi sedi di discussione o di confronti di problemi comuni, occasioni di legami che venivano cuciti per la prima volta e che, come vedremo, permetteranno un primo passaggio molto importante, quello dalla solidarietà alla “resistenza”.

Come scrive Maria Grazia Meriggi “il mutualismo è stato l’organismo a cavallo tra il movimento operaio e la filantropia” e non è un caso che nell’indirizzo inaugurale Marx si scagli contro quest’ultima. Lo sviluppo industriale di fine secolo, infatti, pone una nuova “questione operaia” a cui le classi dirigenti non sanno come rispondere se non con una repressione durissima ma che alla lunga non è sostenibile. E così si produce un’apertura nei confronti del mutualismo visto come “un lenitivo delle varie sofferenze, dei disagi provocati da salari da fame o da malattie prive di alcun rimedio”.
In questa crescita si determinano gli scontri, fino alla vera frattura del 1885, tra la componente più moderata, mazziniana, operante in termini di assistenza ai bisognosi e una rete di società che guarda in larga parte alla Prima internazionale, incubando la nascita dei partiti operai e socialisti.

Si verifica quindi una polarizzazione tra società di mutuo soccorso, e cooperative, funzionali al mantenimento del capitalismo nascente e società, e cooperative, conflittuali. Questa dicotomia farà esplodere contraddizioni verso la fine del secolo quando la questione operaia sarà ancora più dirompente. E con essa anche la crescita delle stesse società di mutuo soccorso.

Nel saluto di Marx si intravede già la prima polemica tra il mutualismo filantropico e quello che si incamminerà verso il movimento socialista.
La posizione di Marx è chiara:
Per favorire il lavoro cooperativo sono indispensabili “cambiamenti sociali generali, trasformazioni delle condizioni generali della società, realizzabili soltanto con l’impiego delle forze organizzate della società, cioè del potere governativo strappato dalle mani dei capitalisti e dei proprietari fondiari e posto nelle mani dei produttori”.

Lo scontro si tradurrà poi nello scontro più generale interno all’Internazionale, a fratture storiche che si ripercuoteranno nel Novecento e che oggi dovremmo invece considerare azzerate.
(Se c’è un lavoro da fare va fatto verificando tutte le ipotesi e prendendo il meglio da ognuna di essere, mescolando le appartenenze e costruendo insieme nuove identità)

La frattura con i mazziniani, in ogni caso, spinge le società operaie orientate a una solidarietà di classe a formare i primi partiti.

Esperienza di particolare interesse è il Partito operaio, da cui Pino Ferraris, nel suo fondamentale “Ieri e domani”, estrae la categoria di “Partito sociale”:

un progetto di associazionismo operaio che “sviluppava un processo di auto-organizzazione operaia che rompeva con l’interclassismo mazziniano e sottraeva i lavoratori alla strumentalizzazione elettorale dei radicali e democratici ‘borghesi’”.

In particolare quel partito riusciva a superare anzitempo quella che sarà una rigida suddivisione imposta al movimento operaio, tra “politico” e “sociale”: quel partito, sociale, riesce a porsi compiti politici senza nessun problema. La categoria di “partito sociale” credo sia superata oggi, anche perché i partiti sono riusciti a rendersi incompatibili a qualsiasi mutazione del proprio ruolo. Quelle intuizioni però sono utili.

Ancora più interessante, per Ferraris, e anche per me, è il Partito operaio Belga profondamente connesso alle esperienze mutualistiche, in particolare alle cooperative per il pane che svolgono un ruolo importantissimo nel corso dello sciopero dei minatori del Borinage, riforniti di 30 tonnellate di pane negli anni 80 dell’800. E’ in questa multiformità e in questa capacità di coniugare solidarietà positiva e solidarietà negativa, quindi mutualismo e resistenza, costruzione di legami sociali e progettazione del futuro, ma anche lotte contro il capitalismo sfrenato che nasce quel sindacalismo a insediamento multiplo, categoria interessante anche per l’oggi.

Anche perché è l’antesignana del “Mutualismo conflittuale”: non solo lenitivo delle sofferenze provocate dal capitalismo ma anche mutualismo che si batte per allargare diritti, condizioni di vita e di benessere, relazioni umane solidali, rapporti uomo-donna sottratti alla violenza.

Proprio nel momento in cui si sposa alla resistenza il mutualismo abbandona le sue radici “migliorative” di origine borghese e repubblicana, o filantropiche, e si apre alla solidarietà di classe. Lo sciopero dei tessili biellesi del 1878, ricorda Ferraris, si meritò un’inchiesta parlamentare e la responsabile dei “tumulti” fu individuata dal governo di allora nella Società operaia di Mutuo soccorso dei tessitori di Crocemosso che per questo motivo fu sciolta. Nel 1831 a Lione all’origine della sciopero dei tessitori che rivendicano un aumento delle tariffe si trovava la Societé du Devoir mutuel.
Questa politicità dell’associazionismo operaio è dimostrata dal fatto che è stato questo’ultimo a formare i primi partiti, come si evince dal processo di formazione del Partito socialista; sono le società operaie che organizzano i primi scioperi coniugando la solidarietà positiva, fatta di aiuto “fraterno”, e la solidarietà negativa, contro la ferocia del capitalismo sorgente. E quindi le prime lotte, vertenze, i primi disordini.

Sul finire dell’800 nel movimento operaio prevale però quello che è stato definito il modello tedesco: la strada per il socialismo imbocca la rotta elettorale, soprattutto dopo la vittoria del Partito socialdemocratico tedesco nel 1890 e la dimensione “politica-politica” si separa da quella sociale che viene affidata innanzitutto al sindacato e poi, in forma più ancellare, alle cooperative, alle mutue, relegate a un ruolo di secondo piano. La coppia mutualismo/resistenza si trasforma nella coppia partito/sindacato con una rigida compartimentazione dei ruoli e con l’integrazione del partito come si è storicamente affermato nello Stato.

Come detto non è intenzione di questo intervento ripercorrere le vicende del Novecento, dovremmo fare un altro convegno se ci interessa. Quello che vale la pena sottolineare è che non stiamo facendo un esercizio di storia, ma cerchiamo di cogliere indicazioni utilizzabili anche oggi.


Cosa è interessante allora di queste vicende, e qual è il Codice sorgente che ci interessa preservare?
Quel codice credo che sia oggi generatore di quattro programmi che vanno ovviamente sviluppati.

1) Il primo è la funzione della solidarietà. Stefano Rodotà coglie molto bene come dopo il 1848 la terza parola della Rivoluzione francese, Fraternità, si tramuti nella consapevolezza degli operai in Solidarietà, elemento “costitutivo” della Repubblica e della struttura costituzionale più moderna. “La solidarietà – scrive Rodotà nel libro Solidarietà, un’utopia necessaria - nasce come concetto strutturato (discours construit), come ideologia, alla fine del XIX secolo: essa implica allora una nuova rappresentazione del legame tra sociale e politico (corsivo nostro), che porta a una profonda trasformazione dei modi di gestione del sociale e delle forme di intervento pubblico. Il solidarismo è quindi il mezzo per radicare la Repubblica dotandola di una nuova legittimità.

Nel concetto di solidarietà, in quella coppia mutualismo/resistenza, che traduciamo oggi in mutualismo conflittuale, c’è un elemento vitale di un mutuo soccorso come forma alta di solidarietà in grado di lasciare sul terreno piccoli accumuli di coscienza per espandere la solidarietà di classe.
La dialettica tra “solidarietà contro” e “solidarietà per” si carica quindi non solo di una strumentalità relativa all’azione necessaria: esco dalla cooperativa per conquistare un diritto sociale o per solidarizzare con qualcun@ vittima di un sopruso. Costruisce una dimensione multipla e definisce più compiutamente il mutualismo come pratica sociale basata su una identità politica complessiva.

2) Un terreno denso di potenzialità quindi è quello del Sindacalismo a insediamento multiplo. Con questa definizione si intende l’attività che coniuga la mutualità, che risponde a bisogni essenziali della classe operaia dell’epoca, con la resistenza e la lotta per strappare conquiste e diritti. Scrive Ferraris: “Il reciproco aiuto per servizi di tipo mutualistico diventa momento di costruzione della solidarietà e della coesione necessaria a esprimere la forza della rivendicazione sindacale”. Le tonnellate di pane delle Case del popolo ai minatori in sciopero.

Il mutualismo conflittuale è la categoria che può aderire al concetto di sindacalismo a insediamento multiplo. Una cooperativa in grado di recuperare una fabbrica, un terra o semplicemente del lavoro che si lega a una attività associativa di difesa e presidio di diritti; il sindacato come associazione di lavoratori e lavoratrici sul posto di lavoro in grado di tenere il filo della resistenza; l’assistenza legale, mutualistica; l’assistenza sanitaria, anche finanziaria con moderne banche di mutuo soccorso; la banca del tempo per sostenere collettivamente il peso della riproduzione sociale, da mettere in connessione, coordinando il lavoro di molti; la piccola cooperativa sostenibile in grado di creare lavoro e di rilanciare una nuova costituzione economica; moderne camere dei lavori in cui far dialogare tutto questo; il mutualismo femminista.

L’insediamento multiplo, tra l’altro, nella sua intenzione di esplorare forme diverse di intervento permette, nel caso fosse recepito da reti, strutture e movimenti, di adottare forme di coordinamento a rete senza per questo dover essere integrato in una forma organica come erano il partito operaio italiano o belga. Quindi non nella forma, pure indicata a suo tempo, meritoriamente, del “partito sociale” che però non si è sviluppato perché proposto a un partito nettamente istituzionale.

Adotta una lotta
Sull’esempio dei wobblies americani, l’associazione statunitense Jobs with justice ha rilanciato negli anni 90 la parola d’ordine “Adotta una lotta”: convergere in molti e tutti assieme là dove c’era da rimediare a un torto, un diritto spezzato, un licenziamento ingiusto. Costruire esemplarità attorno a una vertenza mettendo in gioco un dispositivo di strumenti plurali, non per forza sovrapposti. L’iniziativa può giovarsi del metodo dell’esperienza esemplare, una singola azione che acquisti una valenza generale, riconoscibile ed, eventualmente, replicabile. Ma può vivere anche nella pratica diffusa dello sciopero, a cominciare da quello, inedito e denso di implicazioni, dello sciopero femminista dell’8 marzo, giornata in cui il mutualismo conflittuale può trovare lo spazio comune che serve.

3) Il fare da sé, l’agire da sé.

Attorno alla solidarietà come “discorso costitutivo” del sentimento repubblicano, si costruisce un processo di soggettivazione, ci si riconosce mutualmente solidali e quindi uniti e unite. E si accumulano percorsi di critica dell’esistente e progetti di trasformazione della realtà.
La coscienza può svilupparsi nelle azioni di resistenza, in quella “solidarietà negativa” che è così consustanziale alla vertenza. Ma si arricchisce di un elemento propositivo e di una dimensione utopica se agisce motivata dalla solidarietà positiva, quella che nella libera associazione trova il suo compimento. In questa dialettica negativo-positivo, resistenza-mutualismo, si disegnano gli spazi per l’inserimento di un elemento nevralgico: il pensiero, l’intendimento della realtà e delle sue contraddizioni, la delineazione di una società migliore. Senza pensiero, cultura, intelligenza politica, il mutualismo e la resistenza ripiegano sull’esistente e si accartocciano. Un pensiero figlio della composizione materiale delle esperienze in divenire, che si forma nello studio e nella condivisione dei saperi, fianco a fianco alle esperienze concrete. Non è prerogativa separata di un partito di illuminati.
Il “farsi società” ha bisogno di condensazioni del pensiero. Le associazioni mutualistiche del XXI secolo hanno bisogno di costruire i propri centri studi, le proprie biblioteche, i propri corsi seminariali, perché solo in questo modo l’esperienza mutualistica e il sindacato a insediamento multiplo possono contribuire alla costruzione di una coscienza collettiva adeguata alle sfide per la trasformazione sociale. La dimensioni sociale e quella politica stanno quindi insieme in strumenti che pensano mentre fanno e fanno ciò che pensano

Ovviamente la solidarietà e il fare da sé, il non agire attraverso lo Stato, portano il rischio di sostituirsi allo Stato, cioè al Welfare, quindi di finire in pasto alla sussidiarietà. E’ questa la concezione che vige in Europa e che il Parlamento ha codificato in una apposita deliberazione. Qui il mutualismo conflittuale deve dare la prova di sé come strumento che allarga e codifica diritti: se c’è un presidio sanitario, questo deve servire a strutturare un intervento gratuito e garantito a tutti e tutte; lo strumento degli usi civici va in questa direzione. Ma per risolvere questo problema occorre codificare una nuova “costituzione sociale”, una nuova gamma di diritti e di garanzie di soddisfazione dei bisogni.

4) Da qui discende la quarta conseguenza, il mutualismo e in particolare la cooperazione, come pratica effettiva di autogestione, partecipazione diretta, rappresentano un viatico formidabile, anche se difficile, a forme di Autogoverno.

Credo che una necessità, cui accenno soltanto perché è molto densa, e ha animato una discussione profonda per oltre un secolo, sia quella di codificare diritti, strappare quello che a fine Ottocento è stato definito un “diritto proletario” e una “costituzione sociale” come viatico per una società alternativa.

Il mutualismo ha anche questa funzione, rivendica già forme più avanzate di democrazia, contro la crisi strisciante della democrazia liberale che è evidente in maniera lampante.

Serve una democrazia fondata sull'autogoverno con tutto quello che comporta: partecipazione democratica effettiva, revocabilità dei delegati, capacità di conciliare democrazia diretta e democrazia delegata, autogestione e forme di pianificazione democratica.
Problemi immensi lasciati irrisolti dal Novecento che pure ha fatto le sue prove generali su ognuno di essi: la Rivoluzione russa, i Consigli operai in Italia, la guerra di Spagna, l’autogestione jugoslava, la rivolta ungherese, Solidarnosc, lo zapatismo, il socialismo del XXI secolo con tutte le sue contraddizioni.

E non a caso, al fondo di ogni esperienza, guardando bene in controluce, si trovano un’intuizione che nasce anch’essa nella seconda metà dell’Ottocento trovando il suo codice sorgente nell’esperienza della Comune e da cui discende una parola d’ordine che non ha smesso di generare forza: “L’emancipazione dei lavoratori è opera dei lavoratori stessi”. Oggi il termine lavoratori deve subire la torsione semantica che la pluralità delle soggettività in cerca di emancipazione chiede, ma il senso resta quello.

Quella esperienza è stata sconfitta e lo sono state tutte quelle che sono venute dopo e che ho sintetizzato poc’anzi.
Ma recuperando tutto intero il pessimismo della ragione di Walter Benjamin, esiste “una solidarietà anche tra le generazioni passate e quelle future”, “i vinti sono stati attesi sulla terra” e quindi attendono un risarcimento.

Il fatto che abbiamo perso non significa che loro non avessero ragione.

Il codice sorgente del mutualismo è lì anche per ricordarci che i passi quotidiani che facciamo si dirigono verso una utopia possibile e che abbiamo materia per creare l’algoritmo che serve a progettare la trasformazione sociale.

 

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